Friday, May 24th

Last update:10:04:06 AM GMT

You are here:

PER NON DIMENTICARE

Mairéad, uccisa a sangue freddo 25 anni fa

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 

maireadIl 6 marzo 1988, a Gibilterra, le teste di cuoio britanniche del SAS spararono  senza preavviso uccidendo tre giovani volontari dell’I.R.A. disarmati. Tra le vittime c’era anche Mairéad Farrell, senz’altro la figura femminile più rappresentativa tra i repubblicani irlandesi. Mairéad è una delle dieci donne martiri per la libertà raccontate ne “L’eredità di Antigone”, Ecco un estratto dal libro:

[...] La prima pallottola la raggiunse al volto e la fece cadere a terra. Poi altri colpi la raggiunsero alla schiena, finendola. Mancavano venti minuti alle quattro e Gibilterra era illuminata da un timido sole di marzo. Una donna del posto aveva assistito involontariamente all’esecuzione. Qualche tempo dopo, scovata e intervistata da una troupe televisiva, raccontò: “quelli (gli uomini delle forze di sicurezza) non hanno fatto nient’altro che avvicinarsi e sparare. Non hanno detto niente, non hanno gridato, non hanno intimato a quelle persone di arrendersi. E loro, quando si sono voltati per vedere cosa stava succedendo, hanno capito di non avere più scampo”. Mairéad Farrell fu massacrata con otto proiettili, tutti andati a segno alla testa e alla schiena, a poco più di un metro di distanza. A terra accanto a lei, nella piazzola del benzinaio diventata un mattatoio, rimasero anche i corpi crivellati di proiettili dei suoi compagni Daniel McCann e Sean Savage. Erano tutti e tre disarmati e potevano essere arrestati facilmente. Invece furono finiti mentre si trovavano a terra, indifesi e feriti, con altri proiettili sparati a distanza ravvicinata. Il governo britannico aveva inviato a Gibilterra le teste di cuoio del SAS col chiaro intento di uccidere e di dare una lezione memorabile all’I.R.A., l’esercito repubblicano irlandese. [...]

pubblicato su: http://www.riccardomichelucci.it



AddThis Social Bookmark Button

1993: Odissea nello spazio. Un percorso a ritroso di ventanni per ricordare un anno cruciale per la città.

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 4
ScarsoOttimo 

APP_NEWS_SPECIALE_DOC-3_draggedNel corso di questo nuovo anno di Senza Soste periodicamente la pagina Per non dimenticare sarà interamente dedicata al ricordo e alla ricostruzione di un anno che ha segnato profondamente la città ed il suo tessuto sociale e spartiacque per la storia del movimento a Livorno.

Contesto generale

L'anno si apre con l'intervento delle Nazioni Unite in Somalia, Operazione Restore Hope (scattata nel dicembre '92) e con l'intensificarsi dei massacri in Bosnia. Bill Clinton è il nuovo presidente USA, protagonista come mediatore della celebre e inutile foto della stretta di mano (13 settembre) tra Yitzhak Rabin e Yasser Arafat.

L'Italia entra nel '93 con Andreotti accusato di mafia dal New York Times. La classe politica italiana si disintegra sotto i colpi di Mani Pulite ed il tessuto sociale ed economico del paese è spremuto dal primo governo Amato. L'italiano medio si consola con l'arresto di Totò Riina. Il fiorentino con quello di Pacciani, per poi essere scosso dalla Strage di via Georgofili il 27 maggio. Tutti piangeranno retoricamente i 3 militari caduti in Somalia nella battaglia del Checkpoint Pasta il 2 luglio, per poi scoprire anni dopo le torture, e stupri che i nostri parà della Folgore perpetrarono sui corpi e le menti di uomini e donne somale. Il nostro intervento in Somalia prese il via il 13 dicembre '92 con il volo del C-130 Hercules della 46ª Aerobrigata che porta a Mogadiscio una squadra di Incursori del 9º Reggimento "Col Moschin". Reggimento che ha la sua base centrale presso la caserma "Vannucci” a Livorno.
AddThis Social Bookmark Button
Leggi tutto...

La Fanteria italiana a lezione dal fascista Merlino

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

Che ci faceva un personaggio come Mario Merlino in cattedra ad un convegno organizzato dalle Forze Armate in tema di 'memoria condivisa'? Era in compagnia di una reduce non pentita della Repubblica Sociale di Mussolini, a gettare fango sulla Resistenza e sui partigiani.

Senza grandi squilli di tromba, alla fine di febbraio uno dei più discussi e inquietanti protagonisti della strategia della tensione, delle bombe e dell’estremismo nero di questo paese ha impartito lezioni ai militari italiani presso la scuola di Fanteria dell’Esercito a Cesano, località alle porte della capitale. Titolo della sua lezione: “Carattere di una guerra”. A raccontarlo e a vantarsi del prestigioso sdoganamento è lui stesso, sul suo blog. Nel quale dettaglia che all’evento ha partecipato anche l’anziana Gina R., con tanto di Camicia Nera ed il basco del S.A.F. ( Servizio ausiliario femminile della Repubblica sociale istituito nel 1944 da Benito Mussolini). I due, in nome della ‘necessità della riconciliazione’, hanno discettato di guerra di liberazione e di degenerazione della democrazia istituita dai partiti antifascisti dopo la sconfitta della Repubblica Sociale e la cacciata delle truppe tedesche. È lo stesso Merlino a citare un passaggio del suo ‘ragionamento’:  “I Partigiani erano l’avanguardia di coloro che avrebbero comandato in questo paese e, sebbene la fisiognomica non sia una scienza, i loro volti erano la premessa di quelli che vediamo, ad esempio, in questi giorni, sorriderci in osceni ghigni dai manifesti sui muri e sui tabelloni”.

Il pluriprocessato finto anarchico ha pure ricordato, nel suo intervento, “le offese subite da Gina R. alla sua vita al servizio dell Idea” spiegando che a quel passaggio del suo discorso “i giovani sottufficiali presenti in sala sono scattati in piedi in un lungo, sincero e caloroso applauso” mentre poco dopo all’anziana fascista un generale ha consegnato “un Grande mazzo di fiori gialli”. Il signor Merlino racconta anche, sempre sul suo blog, che dopo la guerra ci fu a lungo una ‘disparità di trattamento’ tra le vittime dei due fronti, quello fascista e quello antifascista. Scrive ad esempio: «A Migliano Montelungo c'è un sacrario ai soldati italiani caduti nel corpo volontario di Liberazione, voluto dalle istituzioni e onorato con annuali cerimonie. Poco distante c'è una stele in marmo a ricordo del capitano Rino Cozzarini, prima medaglia d'oro della R.S.I., voluta privatamente dai camerati. Questa non è una memoria condivisa, questa è una offesa alla memoria del nostro Paese».

Non nasconde certo le sue idee l’anziano professore. Non certo come quando in giovane età, lui estremista di destra amico e collaboratore dei protagonisti delle trame nere in combutta con servizi segreti italiani e statunitensi (ad esempio Stefano delle Chiaie), cercò di farsi passare per anarchico e cercò addirittura di accreditarsi in alcune organizzazioni comuniste dalle quali però, riconosciuto, fu allontanato.

Perché chiamare un personaggio come Merlino e una reduce non pentita della Repubblica di Salò a impartire un corso di storia (!) ai fanti di Cesano? La spiegazione dei responsabili dell’Esercito italiano non lascia dubbi: «La conferenza è stata organizzata dalla Scuola di fanteria con la partecipazione dell’associazione Nazionale del Fante che ha indicato, tra i relatori, anche il prof. Merlino, già docente di storia e filosofia in un liceo statale di Roma. Oltre a Merlino sono intervenuti, rappresentanti dell’Associazione Nazionale del Fante e un reduce della battaglia di El Alamein». Appunto...

Non ci dilunghiamo qui sulla triste e nera biografia di Mario Merlino. La rete, per chi è curioso e sa districarsi, fornisce fin troppe informazioni. Basta cercare “Pino Rauti”, “Stefano delle Chiaie”, “Ordine Nuovo”, “Avanguardia Nazionale”, o meglio ancora “Strage di Piazza Fontana”.

Luca Fiore

tratto da http://www.contropiano.org

6 marzo 2013

AddThis Social Bookmark Button

4 marzo 1973: assemblea nazionale dell'Autonomia Operaia

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 1
ScarsoOttimo 
alt

Il 3 e il 4 marzo 1973 si tenne a Bologna, al circolo Serantini, la prima riunione nazionale delle "forme di Autonomia operaia organizzata", cui parteciparono più di 400 delegati delle grandi e medie fabbriche e dei maggiori servizi pubblici. A questa riunione, che venne dopo un incontro a Firenze e successivi incontri organizzativo-politici, parteciparono l'Assemblea Autonoma dell'Alfa Romeo, della Pirelli, il Comitato di lotta della Sit-Siemens di Milano, la Assemblea Autonoma di Porto Marghera, il Comitato Operaio della Fiat-Rivalta di Torino, il Comitato Politico ENEL e il Collettivo Lavoratori e studenti del Policlinico di Roma, i Comitati Operai di Firenze e Bologna, l'USCL di Napoli, le Leghe Rosse dei contadini di Isola Capo Rizzuto e Crotone.

Fondamentale, per cercare di sintetizzare i principali nodi che vennero sviluppati durante l'assemblea, è il documento di convocazione dell'assemblea di Bologna, frutto del lavoro collettivo di un anno di incontri. La relazione introduttiva fu presentata da Vincenzo Miliucci, del Comitato politico Enel.
L'introduzione parte da un'analisi delle lotte del '68-'69, sottolineando come "E' dal '68 che il rifiuto di massa da parte operaia di accettare il lavoro come terreno di scontro, rifiutandolo e basta, prende il nome di autonomia[...]. Entra in crisi il sistema produttivo italiano fondato sul mercato dell'esportazione, sui bassi costi del lavoro: entra in crisi la politica delle riforme, cioè in quel modo nuovo di programmare gli aumenti salariali in funzione degli indici di produttività e redistribuendone parte in beni sociali"
Viene analizzata poi la fase di crisi strutturale in cui ci si trova, ponendo l'attenzione sulla necessità da parte del capitale di ristrutturarsi e sulla reazione sindacale a questa necessità: "La politica di CGIL - CISL - UIL si fa carico di questa esigenza con il "nuovo modo di lavorare" di cui l'elemento centrale è la voce "inquadramento unico" del contratto metalmeccanici. Essa significa intensificazione dello sfruttamento in forme nuove e la forma nuova è la polivalenza chiamata "mobilità" o "ricomposizione delle fasi"
La risposta a questa politica sindacale, viene detto, è la costituzione di comitati operai in ogni fabbrica, "La spinta più forte contro la "linea" sindacale la si costruisce proprio sul terreno dell'organizzazione alternativa del movimento di massa, come condizione per una contestazione effettiva del "merito"; senza l'organizzazione dell'autonomia, anche la critica di merito al sindacato si riduce a uno sterile moralismo, a una vuota tattica riassorbita puntualmente dall'istituzione
Vengono individuate tre linee di tendenza secondo le quali deve svilupparsi l'autonomia operaia: "a) la natura anti-capitalistica e anti-produttivistica, cioè di attacco della struttura del lavoro, degli obiettivi che il movimento si pone; b) il terreno non legalitaristico, ma legato alle necessità di lotta che richiedono gli obiettivi che ci poniamo è condizionato solo alla coscienza del nostro rapporto di forza; c) sviluppo continuo della capacità di autogestione dello scontro, in tutti i suoi aspetti, condotto direttamente dalle stesse masse sfruttate."
L'intenzione è quella di delineare le caratteristiche organizzative dell'autonomia operaia, e gli obiettivi che questa deve darsi: "L'analisi di questa crisi di lungo periodo vuole sottolineare l'impraticabilità di una linea difensiva. L'unica via possibile è quella dell'attacco. Il cammino si percorre ormai soltanto sulla base di un progetto rivoluzionario consapevole: i tempi dello scontro non precipitano, ma se ne acuiscono i livelli e se ne allarga la forbice, coinvolgendo sempre più direttamente ed ampiamente lo Stato. Lo strumento da costruire è l'organizzazione dell'autonomia operaia, cioè il progetto rivoluzionario stesso. La crisi, per le sue stesse caratteristiche, ha riposto al centro il nodo politico del salario e dell'occupazione: il problema è di non risolverlo ancora una volta nella parola d'ordine pane e lavoro. [...] La semplice parola d'ordine della difesa del salario è inadeguata, difensiva, legata al livello medio della coscienza operaia, interna all'organizzazione sindacale, come la difesa del lavoro è interna alla strategia sindacale della richiesta di lavoro, dalla ripresa produttiva, di rinsaldamento del ciclo capitalistico, di uscita dalla crisi. Quando ci poniamo il compito politico di "cavalcare la crisi", quando intendiamo uscire con la crisi dalla crisi, spingerla cioè alla rottura, sappiamo bene che il terreno che contribuiamo a consolidare è quello della recessione e sappiamo anche come su questo terreno, il terreno principale con cui dover fare i conti, è la disoccupazione di massa. Rompere il binomio pane-lavoro è intanto capire l'impossibilità di difendere l'occupazione attraverso una politica delle riforme, stendendo la mano al capitale per mettere in moto il suo volano: in questo senso innanzitutto avremo a che fare, a lungo, con la politica delle riforme. [...] Fare del salario l'obiettivo centrale dell'autonomia e della ricomposizione di classe non significa rifiutare il terreno su cui si è fin qui camminato, ma andare oltre: la fabbrica, il salario come attacco all'organizzazione del lavoro in fabbrica (qualifiche), il salario come attacco ai carichi di lavoro (ritmo, cottimo, straordinario), il salario uguale non è un terreno diverso."
Il documento termina, infine, ribadendo la centralità di una discussione sul potere: "L'organizzazione politica operaia non esiste senza coscienza dell'autonomia e questa non si dà senza la coscienza del problema del potere, se non saremo in grado di ricostruire la coscienza dl potere nella classe, non saremo in grado di intraprendere la strada per l'alternativa del potere e la lotta ristagnerà dentro gli schemi di una coscienza puramente rivendicativa."
Così l'assemblea veniva presentata su "Potere Operaio del Lunedì", uscito a febbraio: "Ciò che è in discussione è un progetto di centralizzazione delle forme organizzate di autonomia operaia [...] che verifichi intorno al programma del salario garantito l'omogeneità dell'autonomia operaia organizzata, partendo dalla pratica dei bisogni come esercizio della democrazia proletaria, e rappresenti un punto di riferimento per il movimento di classe che rifiuta il ricatto della crisi, la democrazia fondata sullo stato del lavoro.[...]"
L'assemblea finì con l'approvazione di una mozione conclusiva che affermava che "l'incontro di lavoro e di verifica ha ribadito che lo sviluppo dell'autonomia operaia passa per il contrasto dell'organizzazione capitalistica del lavoro, attraverso il rifiuto della mobilità, della polivalenza, della nocività, la lotta ai licenziamenti, le 36 ore e il salario garantito anche come programma di riappropriazione sociale e di ricomposizione sul territorio tra fabbrica, scuola e quartiere. Viene stabilita la nascita di una commissione nazionale (composta da due compagni ciascuno per le situazioni di Torino, Milano, Marghera, Roma e Napoli) con i compiti di: garantire la continuità al processo di costruzione dell'autonomia operaia, reperire i finanziamenti, sollecitare il mutuo soccorso, praticare l'autodifesa, predisporre le iniziative a carattere nazionale; tra gli strumenti: la nascita di un bollettino periodico dal titolo "Bollettino degli organismi autonomi operai" (ne usciranno 2 numeri).
AddThis Social Bookmark Button

Le polizie spagnole? Le addestra un terrorista nero

E-mail Stampa PDF
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

Nel 1980 rapì e assassinò una giovane studentessa basca, “colpevole” di essere una militante della sinistra. Arrestato e condannato a 43 anni di carcere, il fascista spagnolo Emilio Hellìn nel 2008 insegnava ai poliziotti baschi come estrarre dati da un telefono cellulare.

L’estremista di destra Emilio Hellín, che nel 1980 assassinò la giovane militante di sinistra Yolanda Gonzalez, invece di scontare la sua pena in carcere recentemente venne contrattato dal governo della comunità autonoma basca per addestrare alcuni ertzaina (agenti della polizia autonoma). Lo ha dovuto ammettere venerdì la ‘ministra’ della Sicurezza di Gasteiz, Estefanía Beltrán de Heredia, rispondendo a un’interrogazione dei parlamentari della coalizione indipendentista Eh Bildu.
Nel 1980 Hellìn era un membro dell’organizzazione terroristica neofascista denominata Fuerza Nueva – vi dice qualcosa questo nome? – e in seguito all’uccisione della giovane studentessa basca fu condannato a 43 anni di reclusione, ma evidentemente le autorità avevano fretta di servirsi delle sue ‘competenze’ visto che nel 2008 (è provato e documentato) impartì lezioni a quattro agenti della sezione Nuove Tecnologie della Polizia Scientifica basca, nell’ambito di un corso tenuto dall’impresa di Madrid New Tecnology. Un corso diretto a insegnare agli ertzaina come ottenere e analizzare dati immagazzinati in dispositivi di telefonia mobile.

L’esponente del Partito Nazionalista Basco si è difesa dicendo che l’uomo aveva assunto l’identità di un certo Luis Enrique Hellìn, e che solo recentemente si è scoperto che il simpatico istruttore altri non era che l’uomo condannato a 43 anni di carcere per il sequestro e l’assassinio di Yolanda González. Ma il parlamentare di Eh Bildu Julen Arzuaga ha denunciato la gravità del fatto e la necessità di indagare sull’infiltrazione di elementi di estrema destra all’interno dei corpi di sicurezza dello Stato. A quanto pare infatti Hellìn ha lavorato per i servizi di controspionaggio di Madrid almeno fino al 2011. Secondo il maggiore quotidiano spagnolo, El Pais, Luis Enrique Hellín Moro - cambiò nome nel 1996 - è attualmente consigliere della Sezione Criminale della Guardia Civil, partecipa alle indagini sul terrorismo e la criminalità organizzata, dà corsi di formazioni alla polizia spagnola e alle polizie autonome basca e catalana, e riceve il suo stipendio dal Ministero degli Interni di Madrid. Inoltre risulta iscritto come perito della Audiencia Nacional, il tribunale speciale di Madrid dedito alla persecuzione dei movimenti di sinistra e antagonisti, in particolare baschi ma non solo.

yolandagonzalezfoto
Nel 1980 l’omicidio della diciannovenne Yolanda González, che all’epoca era una giovanissima militante del Partito Socialista dei Lavoratori, formazione trozkista non legata all’universo politico dell’ETA, generò un’ondata di indignazione e rabbia. Fu rivendicato da Barcellona da un portavoce del cosiddetto Battaglione Basco Spagnolo (BVE) che informò di aver ucciso la studentessa, che accusava di essere una militante dell’ETA, in nome di “una Spagna grande, libera e unita”. In uno dei momenti più critici della cosiddetta fase di transizione dal franchismo alla monarchia parlamentare, l’assassinio compiuto da quello che poi si scoprì era uno squadrone della morte agli ordine degli apparati dello stato scatenò una forte ondata di proteste e manifestazioni non solo nei Paesi Baschi ma in tutto lo stato. In pochi anni erano stati decine i militanti e simpatizzanti di varie organizzazioni politiche o sindacali della sinistra ammazzati dall’estrema destra e dai neonati squadroni della morte creati da pezzi della polizia, dei servizi segreti e dalle organizzazioni neofasciste (anche italiane).

Yolanda era nata a Deusto, un quartiere operaio e proletario di Bilbao, da una famiglia di immigrati del sud della Spagna, e non aveva avuto nulla a che vedere con la sinistra indipendentista. Con il suo ragazzo si era trasferita a Madrid per studiare nel Centro di Formazione Professionale nel quartiere di Vallecas, e aveva cominciato a militare nelle organizzazioni studentesche. Il 1° di Febbraio del 1980, quattro giorni dopo una giornata di sciopero e manifestazioni degli studenti della scuola superiore, viene sequestrata sulla porta di casa, brutalmente interrogata e torturata all’interno del furgone degli estremisti di destra. Poco dopo Emilio Hellín Moro tirò fuori la sua P-38 e le sparò due colpi in testa, mentre un altro fascista, Ignacio Abad, le diede il corpo di grazia. Il corpo senza vita di Yolanda fu abbandonato in mezzo alla strada.
Alcuni anni dopo l’Audiencia Nacional di Madrid processò e condannò per banda armata Emilio Hellín Moro, Ignacio Abad Velázquez, José Ricardo Prieto e Félix Pérez Ajero. Ma, almeno per Hellìn, le porte della prigione di sono aperte molto presto. Secondo il quotidiano El Pais, infatti, nonostante due evasioni, il terrorista nero ha scontato in totale solo 14 anni di reclusione dei 30 massimi che teoricamente la legislazione spagnola prevede.

Marco Santopadre

tratto da http://www.contropiano.org

3 marzo 2013

AddThis Social Bookmark Button

Pagina 8 di 136