Thursday, Feb 09th

Last update:09:48:00 PM GMT

You are here:

PER NON DIMENTICARE

Speciale debito pubblico: cos'è, come si è formato e come non pagarlo

E-mailStampaPDF
Valutazione attuale: / 10
ScarsoOttimo 

Cos'è il debito pubblico

debito_nonpaghiamoPer debito pubblico si intende il debito accumulato dallo Stato nei confronti di altri soggetti, individui, imprese, banche o stati esteri, che hanno sottoscritto un credito sotto forma di obbligazioni o titoli di Stato (Bot, Btp, Cct etc) destinate a coprire il disavanzo di bilancio cioè il deficit. Il debito pubblico italiano a metà 2011 è di 1.911 miliardi di euro, il 120,6 per cento rispetto al Prodotto interno lordo. Nel periodo tra il 1950 e il 1969 quel rapporto è stato del 30%, tra il 1970 e il 1979 è salito al 65%, al 94,7 nel 1990, fino al 108,8 del 2001. Il debito si è così mantenuto poco sopra il 100 per cento per schizzare al 120 per cento tra il 2010 e il 2011.

Come si è formato

Nel corso degli anni 70 e 80 la spesa pubblica italiana è stata inferiore tra i 5 e i 10 punti del Pil rispetto a Francia e Germania, ma la pressione fiscale è ancora inferiore, tra i 10 e i 15 punti! All’origine dello specifico debito italiano c’è meno Stato sociale ma molte meno tasse per i ricchi.
Guardiamo ai dati Eurostat: dal 2000 al 2010 la pressione discale dell’Europa a 27 è passata dal 44,7 al 37,1 per cento con una riduzione del 7,6 per cento. Le imposte sui redditi delle società sono passate dal 31,9 al 23,2 con una riduzione dell’8,7 per cento!
Se in Italia la riduzione fiscale non c’è praticamente stata – si tratta solo di -0,3 per cento – in gran parte è dovuto alla dilatazione progressiva di una gigantesca evasione fiscale. In ogni caso le imposte sui redditi da capitale sono passate dal 41,3 al 31,4 per cento cioè circa il 10 per cento in meno! Si consideri che in Grecia tale riduzione è stata di ben il 17 per cento. La principale causa dell’aumento del debito pubblico è quindi la riduzione delle tasse per ricchi e imprese mentre per il lavoro dipendente il fisco è rimasto molto aggressivo.
Dal 2007 ci si è poi messa la crisi economica. Ma la dilatazione dei debiti è stata una precisa scelta delle politiche degli ultimi decenni all’insegna del neoliberismo. Pur dicendosi contro la spesa pubblica le politiche liberiste hanno aumentato il debito. Anche perché la spesa è stata necessaria per sostenere i profitti delle grandi imprese. Propagandando la necessità di garantire i profitti per aumentare gli investimenti, e quindi l’occupazione, quelle politiche hanno prodotto una riduzione drammatica dei salari, dello Stato sociale e una generalizzazione delle privatizzazioni. Secondo l’Ires-Cgil, in dieci anni, dal 2000 al 2010, i salari hanno perso circa 7000 euro del loro potere di acquisto mentre i profitti netti delle maggiori imprese industriali italiane (campione Mediobanca) dal 1995 al 2008 sono cresciuti di circa il 75,4% e, al contempo, dal 1990 a oggi, si registra una crescita dei redditi da capitale (rendite) pari a oltre l’87%. Gli effetti della gestione del debito pubblico si condensano in queste cifre. Non solo, sempre secondo la ricerca della Cgil l’andamento degli investimenti in rapporto ai profitti, negli ultimi trent’anni, è calato del 38,7%. I profitti, cioè, non sono stati reinvestiti nella crescita economica ma nella rendita finanziaria che ha garantito ulteriori profitti grazie agli interessi dei debiti pubblici, agli interessi dei debiti privati dei lavoratori – cresciuti per effetto della riduzione dei salari - alle speculazioni monetarie e dei prodotti derivati, trasformando la finanza globale in un Casinò. Quando il gioco è finito, quando i debiti sono divenuti troppo alti è sopraggiunta la crisi. Ma con la nazionalizzazione delle perdite prodotte dai grandi istituti finanziari il debito privato è stato trasportato nel debito pubblico facendolo pagare a tutti noi. E ora si vogliono applicare politiche di austerità per ridurre un debito pubblico che si è formato nel tempo per foraggiare gli interessi del profitto e non certo per migliorare le condizioni di vita di lavoratori e lavoratrici, di precari e di giovani.

Debiti pubblici, crediti privati

Dividendo i 1.911 miliardi di euro di debito pubblico italiano (al 31 luglio 2011) per i 60 milioni di cittadini ne deriva un debito personale per ognuno, ognuna di noi di 31.863 euro. Chi possiede il credito? Piccoli risparmiatori? Principalmente Italiani? No. Secondo i dati della Banca d’Italia solo il 13 per cento del debito italiano è posseduto da privati residenti in Italia, il 26,8 per cento è nelle mani di “istituzioni finanziarie monetarie” (banche, fondi comuni), il 13,5 per cento da assicurazioni e fondi pensione, il 3,65 per cento direttamente dalla Banca d’Italia e il 43 per cento è nelle mani di soggetti non residenti, cioè all’estero, presumibilmente grandi istituzioni finanziarie.

Le nostre vite valgono più del debito

Il peso del debito è utilizzato per giustificare politiche di austerità uguali in tutto il mondo: riduzione delle spese sociali, riduzione del sistema pensionistico, congelamento o riduzione degli stipendi pubblici, aumento della flessibilità del lavoro, privatizzazione di settori vitali come l’acqua, l’energia, i trasporti, la saluta e la scuola, riduzione delle sovvenzioni ai ceti più disagiati, giro di vite su stipendi e salari. Lo spostamento di risorse nel bilancio pubblico dai servizi sociali al pagamento di interessi sul debito è brillantemente illustrato dall’ultima nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza per il 2011: la spesa per interessi di 70,4 miliardi del 2009 è destinata a salire a 94,3 miliardi nel 2014 e la sua incidenza sugli stipendi dei dipendenti pubblici passerà dal 58 al 78 per cento, quella sulle pensioni dal 30 al 35 per cento mentre l’incidenza sulla spesa sanitaria passa dal 63,7 per cento del 2009 al 77,6 per cento del 2014.

Non pagare il loro debito

E’ giusto chiedere l’annullamento della parte illegittima del debito, cioè quello realizzato per sostenere i profitti, per garantire la speculazione delle grandi banche e per sorreggere un’economia capitalistica in crisi di sbocchi, e quindi di margini di profitto, e bisognosa di una bolla finanziaria in grado di garantire l’attività.
Come è giusto contestare la legittimità di un debito contratto per applicare politiche sociali ingiuste, in violazione dei diritti economici, sociali, culturali e civili dei popoli. Nei paesi europei la scelta di indebitarsi per favorire le classi più agiate e il capitalismo più sfrenato è del tutto evidente: salvataggio delle banche e riduzione delle aliquote per i più ricchi e, per quanto riguarda l’Italia, il vero e proprio favoreggiamento di un’evasione fiscale che ingrassa i profitti delle grandi imprese e i redditi più alti.
Anche guardando al diritto internazionale non esiste l’obbligo assoluto di rimborsare i debiti: per gli Stati viene prima l’obbligo di proteggere i diritti umani e i diritti economici, sociali e culturali delle loro popolazioni. Si guardi l’articolo 103 della Carta dell’Onu, in cui si prescrive la superiorità dello Statuto delle Nazioni Unite, quando ad esempio impone “l’elevamento dei livelli di vita”, il “pieno impiego” o “lo sviluppo dell’ordine economico e sociale”, su tutti gli altri obblighi contratti dagli Stati. Analoghi esempi possono essere fatti per la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948, articolo 28), i Patti sui diritti economici, sociali e culturali(1966, articolo 1), la Dichiarazione sul diritto allo sviluppo (1986, articolo 2).

Quando un debito è illegittimo

Questo fondamento giuridico è riscontrabile in diversi testi internazionali. Tra le cause illecite o immorali che generano l’illegalità di un debito possiamo trovare: l’acquisto di materiale militare sulla base dell’articolo 26 della Carta dell’Onu; i debiti contratti per applicare piani di aggiustamento strutturale (vedi Convenzione di Vienna del 1983); debiti contratti senza che i popoli ne siano a conoscenza e altri casi ancora. Si tratta di debiti “odiosi” perché finalizzati a misure non conformi al diritto internazionale, alla protezione dei diritti umani, sociali, economici e culturali.
Sono illegittimi anche i debiti privati trasformati in debiti pubblici.

Il caso della Grecia

La dittatura greca tra il 1967 e il 1974 ha quadruplicato il debito del paese facendolo rientrare nella casistica del “debito odioso”. Per i Giochi olimpici del 2004 si è passati da un costo di 1,3 miliardi preventivo nel 1997 a circa 20 miliardi finali. La Grecia si è resa responsabile di grandi episodi di corruzione da parte di multinazionali europee (Siemens e altre). Dal 2000 in poi, inoltre, il debito privato è cresciuto grazie ai bassi tassi di interesse e le banche greche ed europee, grazie all’euro forte, hanno potuto prestare denaro a basso costo utilizzando a piene mani la liquidità messa loro a disposizione dalla Banca centrale. Tutti hanno prestato allegramente alla Grecia pensando di ricavarne importanti benefici. Il crack, inevitabile, viene invece fatto pagare ai lavoratori per salvare quelle stesse banche. E’ questo che deve essere dichiarato illegittimo.

Paesi che odiano il debito

Ecuador: sette mesi dopo essere stato eletto il presidente Rafael Correa ha deciso di effettuare un’analisi del debito del paese e delle condizioni alle quali era stato costituito. Si è insediata, così, nel luglio 2007, una commissione d’audit composta da 18 membri che ha riscontrato la violazione delle regole elementari in molti prestiti. Nel 2008 il presidente ha deciso di sospendere il rimborso dei titoli in scadenza nel 2012 e nel 2030. L’Ecuador ha risparmiato 7 miliardi di dollari in larga parte utilizzati per aumentare le spese in sanità, educazione, sussidi sociali e infrastrutture.

L’Argentina ha rifiutato il rimborso del suo debito tra il 2001 e il 2005. Paradossalmente, la rottura delle relazioni finanziarie internazionali ha dato un grande slancio economico. Il “default” ha facilitato il negoziato con i creditori e dopo aver sospeso il rimborso del debito l’Argentina lo ha rinegoziato nel marzo del 2005 al 45 per cento del suo valore. Il paese tra il 2003 e il 2010 è cresciuto tra l’8 e il 9% l’anno.

L’Islanda figurava ai primi posti per l’indice di sviluppo umano dell’Unpd, davanti a paesi come gli Usa o la Gran Bretagna. Nondimeno, il debito pubblico è schizzato verso l’alto a partire dal 2003. Sull’onda di politiche liberiste si scelgono le privatizzazioni, le liberalizzazioni e le banche si espongono nella speculazione internazionale. Il loro debito arriva nel 2008 a 10 volte il Pil e la crisi Lehman Brothers le costringe al crack. Anche qui, la nazionalizzazione socializza le perdite e Gran Bretagna e Olanda, intervenute per rimediare ai danni, presentano un conto da 3,9 miliardi. L’Islanda dovrebbe rimborsare i suoi debiti ma un referendum nel marzo del 2010 dice No con il 93 per cento dei voti. Un nuovo referendum si svolge nel 2011 e anche questa volta i no, con il 57 per cento, hanno la meglio.

Moratoria del debito e audit pubblico

Noi proponiamo una misura semplice e complessa allo stesso tempo: la sospensione unilaterale del rimborso del debito per dare vita a un Audit pubblico (una verifica dei conti) sotto controllo dei cittadini al fine di determinare quali debiti devono essere annullati o ripudiati o rinegoziati a causa della loro illegittimità, illegalità o per il loro carattere odioso.
Si tratta del primo passo necessario a costituire un rapporto di forza adeguato per raffreddare la stessa tensione finanziaria. Ottenuta la moratoria bisognerebbe realizzare l’Audit, fondamentale per radiografare il debito e per il quale è essenziale la partecipazione di cittadini e cittadine, dei movimenti, delle associazioni, dei sindacati. I quali possono designare un proprio rappresentante nella Commissione di Audit che deve insediarsi.
Ovviamente, un simile obiettivo richiede una forte mobilitazione sociale perché non esiste, oggi, un governo in grado di accettare una simile proposta. Allo stesso tempo, questa proposta può aiutare a selezionare un governo possibile del paese: chi davvero abbia a cuore il futuro della popolazione, dei lavoratori e delle lavoratrici, dei giovani e dei pensionati, dei vari strati sociali colpiti dalla crisi non dovrebbe che sposare una simile tesi e voltare le spalle agli interessi delle grandi banche e delle società finanziarie.

Chi paga?

Una volta selezionato il debito illegittimo o illecito, la sua quota deve essere addebitata a quelle istituzioni finanziarie e a quei soggetti dai redditi più elevati che hanno una responsabilità diretta nello scoppio della crisi. Annullare un debito il cui costo, altrimenti, sarebbe scaricato sui più poveri, sul lavoro dipendente, sui precari e gli studenti, costituirebbe un primo passo per ristabilire una giustizia sociale. Occorre poi definire un elenco preciso dei detentori di titoli per tutelare coloro che hanno un piccolo reddito e per i quali i titoli oggetto del debito rappresentano il risparmio di una vita (come si è già visto, si tratta di una decisa minoranza). Va anche detto che coloro che dovessero emergere dall’Audit come responsabili di illeciti legati al debito dovrebbero essere puniti e costretti a delle riparazioni finanziarie.
La moratoria unilaterale serve anche a rinegoziare tassi di interesse e tempi di rimborso per il debito considerato legittimo o legale considerando che la quota parte del bilancio statale consacrato a tale voce non può inficiare la soddisfazione dei bisogni fondamentali della popolazione: sanità, educazione, stato sociale, stipendi. Nel 1953 l’accordo di Londra sul debito di guerra tedesco stabilì, ad esempio, che il rapporto tra il servizio del debito e le entrate da esportazioni non dovesse superare il 5 per cento. Vanno fissati rapporti di questo tipo: ad esempio il costo del rimborso non può superare il 5 per cento delle entrate (a fine 2010 era del 9,7 per cento).

Non paghiamo il debito: un disastro?

Tra le obiezioni fondamentali al non pagamento del debito, ovvero alla moratoria e al congelamento degli interessi, vi sono quelle che provengono dal mondo delle banche, del grande capitalismo e della finanza e che, ovviamente, si dicono contrarie alla proposta perché vi vedono minacciati i propri interessi. Ve ne sono però anche altre che provengono da sinistra. Ne utilizziamo tre...
1) il “default” sarebbe pagato dalla popolazione e da lavoratori e pensionati. Il problema sarebbe però ovviato da un atto, sovrano, di moratoria – e non di fallimento, “default” – da cui sarebbero esplicitamente esclusi quei settori da proteggere proprio in virtù degli interessi della collettività. Ad esempio i risparmi dei lavoratori, dei pensionati e di tutti coloro che, con un reddito da lavoro dipendente, hanno sempre pagato le imposte dovute.
2) Dopo la moratoria uno Stato farebbe una fatica immensa a finanziarsi di nuovo sui mercati interni e internazionali: nessuno gli farebbe più credito. I casi di Argentina o Ecuador mostrano il contrario, dipende dalle situazioni. In ogni caso, per l’Italia, si tratta di riequilibrare il ricorso al prestito “interno”. Di fronte a un debito di 1.763.8 miliardi di euro la ricchezza netta in Italia (al netto dei debiti privati) nel 2009 ammontava a 8.600 miliardi (9.448 miliardi, quella lorda, di cui 4.800 miliardi in ricchezza immobiliare). Della ricchezza lorda il 37.7 per cento è ricchezza finanziaria pari a 3.561 miliardi, più del doppio del debito così composta: il 29,8 per cento in biglietti, monete, depositi bancari e risparmio postale; il 44,2 per cento in obbligazioni private, titoli esteri, azioni, partecipazioni e fondi comuni; il 17,7 per cento in riserve tecniche di assicurazione; il 3 per cento in crediti commerciali e solo il 5,5 per cento in titoli di Stato. Quasi mille miliardi, invece, è detenuta in forme liquide. Basterebbe incentivare questa massa monetaria per riequilibrare eventuali scompensi.
3) Un default significa uscire dall’euro e scontrarsi con una forte svalutazione con il crollo del potere di acquisto dei salari. L’andamento dei salari degli ultimi dieci anni, quelli in cui è vigore l’euro, non autorizza a parlare di mantenimento del potere di acquisto. L’Europa può imboccare una strada diversa, quella dell’Europa Sociale che rifiuti la dittatura delle banche. In alternativa l’uscita dall’Euro non avrebbe conseguenze peggiori di rimanerci a queste condizioni.

Non pagare il debito e…oltre

La ristrutturazione del debito è una operazione che per risultare efficace non può essere realizzata nel vuoto ma presuppone un programma più ampio. Si tratta, infatti, di accompagnare questa operazione con una politica che aumenti i salari, riduca la precarietà, ristabilisca i diritti sociali e li estenda, ad esempio ai migranti, salvaguardi i beni comuni.
Serve un processo di nazionalizzazione di banche e assicurazioni, a cui il grande capitale ha fatto ricorso solo per salvare i proprio interessi e che invece serve per gestire diversamente il debito e garantirsi dalla speculazione finanziaria.
Serve una riforma fiscale che finalmente aggredisca l’evasione fiscale – in larga parte appannaggio delle grandi imprese come dimostrano scatole cinesi finanziarie e largo utilizzo dei commercialisti alla Tremonti – e che faccia pagare di più i redditi più alti e di meno, molto di meno, chi riesce appena a sopravvivere. Una riforma fiscale fortemente progressiva, con poche e chiarissime agevolazioni fiscali per il lavoro dipendente, in grado di cumulare la tassazione dei grandi redditi con la proprietà e quindi il patrimonio, la rendita, la speculazione. Una vera Patrimoniale per ridistribuire radicalmente le risorse.
Occorre rimettere in discussione questa Europa, compresa la moneta unica, per realizzare un’Unione davvero democratica e fondata sul consenso e la partecipazione dei popoli. Per questo partecipiamo alla petizione popolare per chiedere un referendum sull’Europa.
Bisogna ridurre drasticamente le spese militari, tramite riduzione delle missioni all’estero e abbattimento della spesa per armamenti da trasformare in spesa per le infrastrutture ecologiche e il risanamento dei territori.
Dobbiamo rimettere al centro dell’economia la variabile indipendente, il vincolo insuperabile, del lavoro e della sua dignità, dei diritti, dell’estensione delle garanzie sociali: salario minimo garantito, reddito sociale, riduzione dell’orario di lavoro, diritto al lavoro contro la precarietà dilagante.
Occorre affrontare con decisione il tema della sostenibilità ambientale dello sviluppo economico con la difesa ecologica dei territori dai sventramenti prodotti dal Profitto e dagli interessi delle grandi imprese multinazionali.
E tutto questo ha un senso se si garantisce una nuova partecipazione popolare con forme di democrazia diretta e di autogoverno a tutti i livelli. Questi Parlamenti e i loro governi hanno concluso il loro tempo, siamo per una rivoluzione delle forme della partecipazione e della gestione del potere: referendum su tutti i dossier cruciali, organi di partecipazione diretta, autogestione e gestione razionale e democratica dell’economia attraverso nuove istituzioni democratiche e dal basso.

tratto http://www.rivoltaildebito.org

novembre 2011

AddThis Social Bookmark Button

Paul Lafargue: a 100 anni dalla morte di un protagonista del movimento operaio e socialista dell’800

E-mailStampaPDF
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

La strana follia della classe operaia: l’amore per il lavoro

lafargueOrmai dimenticato dalla sinistra ufficiale, il Diritto all’ozio di Paul Lafargue risulta invece quanto mai attuale

Paul Lafargue, nato a Santiago de Cuba nel 1842, andava fiero delle sue origini “multietniche”. Suo nonno era francese, sua nonna era una mulatta, suo padre aveva vissuto negli Stati Uniti e poi  aveva sposato a Cuba un’ebrea francese. Quando la famiglia tornò in Francia, nel 1851, Paul si avvicinò alle idee di Proudhon e aderì alla Massoneria e all’Internazionale socialista.

Nel 1865 conobbe Karl Marx, che non ne parlò in termini lusinghieri: «Questo maledetto Lafargue mi annoia con il suo proudhonismo e certamente non mi lascerà tranquillo finché non gli avrò rotto quella sua testa di creolo».

Ma avrebbe dovuto sopportarlo a lungo: infatti Lafargue sposò nell’aprile del 1868 sua figlia Laura, testimone Friedrich Engels. La coppia non fu molto fortunata: i suoi tre figli morirono tutti in tenera età.

Nel 1871 Paul prese parte alla Comune di Parigi, e dopo la sconfitta si rifugiò in Spagna, curando insieme a Laura l’edizione spagnola delle opere di Marx ed Engels.

Aveva abbandonato il suo giovanile socialismo utopista e nel dibattito interno all’Internazionale combatté le idee anarchiche e più tardi il revisionismo di destra di Bernstein.

Negli anni ’80, tornato a Parigi, scrisse la sua opera più nota: Il diritto all’ozio, straordinaria critica della schiavitù del lavoro salariato:

Una strana follia possiede le classi operaie delle nazioni in cui regna la civiltà capitalistica. Questa follia porta con sé miserie individuali e sociali che da due secoli torturano l’infelice umanità. Questa follia è l’amore per il lavoro, la passione esiziale del lavoro, spinta fino all’esaurimento delle forze vitali dell’individuo e della sua progenie.

Il diritto all’ozio è stato spesso considerato solo come un libello paradossale e polemico. Ma a rileggerle oggi, alcune delle analisi di Lafargue sembrano estremamente acute ed attuali.

Per Lafargue il lavoro salariato non nobilita affatto l’uomo, ma lo degrada e lo abbrutisce. Con l’introduzione delle macchine lo sfruttamento selvaggio provoca crisi di sovrapproduzione in cui  “essendovi pletora di merci e penuria di compratori, gli opifici chiudono e la fame sferza le popolazioni operaie”. Le macchine potrebbero invece portare a una riduzione dell’orario di lavoro a un massimo di tre ore, permettendo all’uomo di realizzarsi pienamente e di esprimere la sua creatività.

I lavoratori non dovrebbero perciò chiedere più lavoro, ma gridare: “Abbiamo fame e vogliamo mangiare!… È vero, non abbiamo un soldo in tasca, ma per quanto pezzenti siamo, abbiamo mietuto noi il grano, e noi abbiamo vendemmiato l’uva…”.

Che differenza con l’etica del lavoro della sinistra “ortodossa”, quella degli Stakanov e degli “uomini di marmo”, che evidentemente tanto ortodossa non è stata se i fondatori del movimento operaio dicevano tutto il contrario.

Anche nella morte Paul e Laura vollero rompere tutte le convenzioni, suicidandosi insieme la sera del 26 novembre 1911. Nel testamento di Lafargue si legge:

« Sano di corpo e di spirito, mi uccido prima che l'impietosa vecchiaia mi tolga uno a uno i piaceri e le gioie dell'esistenza e mi spogli delle forze fisiche e intellettuali. Affinché la vecchiaia non paralizzi la mia energia, non spezzi la mia volontà e non mi renda un peso per me e per gli altri.

Da molto tempo mi sono ripromesso di non superare i settant'anni (...) Muoio con la suprema gioia della certezza che, in un prossimo futuro, la causa alla quale mi sono votato da quarantacinque anni trionferà. Viva il Comunismo. Viva il Socialismo Internazionale!»

Paul Lafargue e Laura Marx sono sepolti nel cimitero parigino di Pere Lachaise, vicino al muro dove furono fucilati gli insorti della Comune.

L’opera di Lafargue fu riscoperta negli anni ’70 (mentre PCI e CGIL parlavano di sacrifici e austerità) per poi tornare nuovamente nell’oblio. La sinistra perbenista di oggi, tutta “crescita” e “compatibilità”, incapace di pensare una reale alternativa al capitalismo neoliberista, non può capirlo. Ma nell’epoca del precariato generalizzato, in cui si afferma il diritto a un reddito di esistenza sganciato dal lavoro, il vecchio pamphlet del genero di Karl Marx rispunta puntualmente dagli scaffali delle librerie. (1).

Su questi temi cfr. anche Tom Hodgkinson L’ozio come stile di vita

Nello Gradirà

tratto da Senza Soste n.65

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Lunedì 28 Novembre 2011 14:51

Mani nere sulle città: CasaPound e i poteri neri

E-mailStampaPDF
Valutazione attuale: / 4
ScarsoOttimo 

antifaI fascisti di Casa Pound vogliono allargarsi. Il tentativo di crearsi un insediamento stabile a Napoli, è un passaggio nel progetto di strutturazione di un movimento reazionario militante al servizio degli interessi della borghesia italiana meno “dinamica”.

I fascisti del “terzo millennio”, così si definiscono quelli di Casa Pound, puntano a costruire anche in una metropoli socialmente devastata e conflittuale come Napoli, un insediamento stabile per la loro presenza, così sono riusciti a fare in questi anni in numerose città italiane. La manifestazione convocata per sabato a Napoli e poi trasformata dalla questura in un presidio a piazza Carlo III, doveva servire ai fascisti per occupare un edificio e stabilizzare così la loro presenza. La pronta e decisa reazione degli antifascisti napoletani ha complicato parecchio la tabella di marcia dei fascisti. Ma, dalle notizie che circolano, questi non sembrano aver rinunciato alla loro “marcia su Napoli”. Come si spiega questa determinazione a voler mettere le mani e i piedi anche in una emblematica area metropolitana come Napoli?

Casa Pound, in questi anni, ha varato un sistema che somiglia molto ad una sorta di franchising, aprendo in molti centri urbani di grandi e piccole dimensioni proprie sedi e coordinandone le attività a livello centrale. Una diffusione capillare che rivela l'estensione della rete nera e la consistenza degli appoggi economici, istituzionali e politici di cui gode.

Ma a cosa possono essere utili i fascisti “nel terzo millennio”? Non essendoci all'orizzonte rivoluzioni proletarie o l'Armata Rossa pronta ad abbeverare i cavalli nelle fontane di piazza San Pietro, come si spiega l'esistenza, il rafforzamento, il sostegno ai gruppi neofascisti da parte di settori non irrilevanti della borghesia italiana?

Il primo dato che occorre non trascurare mai è la continuità dell'intreccio tra gruppi neofascisti , apparati dello stato, gruppi economici ben inseriti dentro gli interstizi remunerativi dei mercati.

Potremmo segnalare, solo per fare un po' di cronaca, gli intrecci e gli affari comuni emersi tra un faccendiere neofascista come Gennaro Mokbel con Lorenzo Cola, uomo dei servizi all'interno di Finmeccanica e società legate all'intelligence statunitense. Oppure gli affari comuni tra il “Madoff dei Parioli”, cioè il broker neofascista Gianfranco Lande, con l'altro ex Nar Pier Francesco Vito e una serie di società che hanno rastrellato soldi a palate rifilando una serie di fregature ai Vip del ricco quartiere dei Parioli a Roma, operazioni dentro le quali si è verificato l'omicidio del broker neofascista Roberto Ceccarelli. Potremmo tornare a documentare l'occupazione dei neofascisti di intere aziende municipalizzate nella Roma Capitale amministrata da Alemanno. Per non dimenticare lo strano ferimento del consigliere municipale neofascista Andrea Antonini mentre a Roma impazzano gli omicidi di una violenta “guerra di mala”. Oppure le storiche e rilevanti connessioni tra neofascisti e gruppi finanziari e imprenditoriali lombardo-veneti che hanno sempre il loro epicentro nel “cuore nero” di questo paese, ossia Verona.

Casa Pound è in qualche modo il braccio culturale-militare principale di una rete nera a volte conflittuale e mutevole al suo interno. Lo è, perchè ha costruito un modello efficace di radicamento e penetrazione nel territorio che si fonda sulla estetica del gesto (a metà tra l'azione dannunziana e Nietzsche), occupazioni e stabilizzazione di sedi pubbliche, rastrellamento di cospicui finanziamenti pubblici o “privati” che consentono di avere gruppi di attivisti a tempo pieno, attività culturali spregiudicate e trasversali (alle quali abboccano, a volte e come cretini, anche personaggi noti nella “sinistra”).

In sostanza Casa Pound sta operando e si sta candidando ad essere il nerbo di un movimento reazionario di massa che un pezzo di borghesia italiana - travolta e indebolita dalla crisi e dalla gerarchizzazione in corso nell'Unione Europea – potrebbe voler scatenare nel paese sia contro le forze della sinistra (ritenute nemiche per storia, dna e principi) che contro un altro pezzo di borghesia che invece punta ad agganciarsi al nucleo duro franco-tedesco sacrificando non solo i diritti sociali e dei lavoratori ma anche gli interessi di una parte della borghesia stessa, quella più debole e inadeguata a reggere la competizione globale.

Avere a disposizione una rete organizzata a e diffusa di uomini neri a tempo pieno, pronti a fare il lavoro sporco in tutti i sensi, capace di esercitare un minimo o un massimo di egemonia culturale sui settori sociali colpiti dalla crisi, è il ruolo che è stato affidato ai fascisti di Casa Pound. Per questo vanno contrastati in ogni città e in ogni luogo. Lo abbiamo fatto – e a ragion dovuta – nei decenni scorsi. Dobbiamo continuare a farlo anche dentro questa fase politica caratterizzata da una crisi di civiltà del sistema capitalistico del quale – checchè ne dicano nei loro documenti – i fascisti si sono sempre rivelati uno strumento.

 

Sergio Cararo

 

tratto da www.contropiano.org

25 novembre 2011

 

***

Jatevenne! Napoli in piazza contro il razzismo, il fascismo e l'omofobia

La mobilitazione è confermata in piazza Cavour (Napoli) alle ore 14,30 con un presidio antifascista. Il 26 novembre è stata annunciata una manifestazione nazionale dei gruppi nazifascisti a Napoli! Il loro scopo è quello di insediarsi in questa città dopo che due anni fà la mobilitazione di migliaia di studenti, precari e lavoratori napoletani li ha mandati via dal quartiere Materdei, che pure fin dal primo momento li aveva rigettati.

Mentre con la crisi economica assistiamo al sequestro della democrazia per sacrificare i nostri diritti e il nostro futuro agli interessi della speculazione finanziaria, i razzisti e i fascisti come Casapound cercano di deviare le lotte sociali in rancore verso i più deboli, in astio per le differenze e i migranti, in pratiche squadriste, sessiste e omofobe. Alimentano la guerra tra poveri e per questo ricevono coperture politiche e sostegno economico, moltiplicando le provocazioni violente contro gli attivisti dei movimenti sociali in tutta Italia (il caso più clamoroso l'aggressione al movimento dell'Onda studentesca).

La nostra città, che riconquistò la libertà e la dignità ribellandosi in massa all'occupazione nazifascista, non può accettare ulteriori ferite da chi rivendica pubblicamente l'eredità della tirannia e dell'autoritarismo! Da chi è legato a personaggi che per decenni hanno insanguinato le piazze di questo paese con le bombe commissionate dai servizi segreti a piazza Fontana, Brescia, Bologna, sul treno Italicus...

In questo tempo siamo tutti chiamati a mobilitarci per combattere la precarizzazione del lavoro e dell'esistenza, per un futuro di diritti e di maggiore uguaglianza. Per questo sabato 26 novembre invitiamo tutte e tutti in piazza per esprimere il proprio rifiuto contro questa "marcia su Napoli". Perché un altro mondo è possibile, senza squadrismo, autoritarismo, sessismo e razzismo!

Antirazzisti/ e Antifascisti/e napoletani

tratto da www.infoaut.org

25 novembre 2011

AddThis Social Bookmark Button
Ultimo aggiornamento Venerdì 25 Novembre 2011 20:41

In Germania il terrorismo neonazista ha ucciso 147 persone dal 1990 ad oggi

E-mailStampaPDF
Valutazione attuale: / 4
ScarsoOttimo 

naziIl caso del gruppo nazi della Turingia, i cui attentati sono andati avanti per 13 anni, desta un grande clamore contro una polizia endemicamente "cieca dall’occhio destro"

Rafael Poch

La Vanguardia

Negli ultimi vent’anni i neonazisti hanno ucciso 147 persone in Germania. Famiglie immigrate carbonizzate nell’incendio delle loro case, africani, asiatici e turchi colpiti da spari a bruciapelo o barbaramente picchiati a morte in stazioni della metropolitana, strade e sottopassaggi. Vagabondi, adolescenti, donne, anziani, militanti di sinistra, poliziotti... la violenza d’estrema destra è, di gran lunga, il principale fattore di terrorismonel Paese.

I nazi hanno ucciso molto più del radicalismo islamico, che in Germania non ha realizzato nessun grande attentato. Molto più della "Frazione dell’Armata Rossa" di Andreas Baader e Ulrike Meinhof, che provocò 34 morti tra la sua fondazione nel 1970 e la sua dissoluzione nel 1998, senza contare i 27 attivisti che la banda lasciò sul terreno in sparatorie con la polizia e scioperi della fame. Queste violenze, che hanno ispirato tonnellate di opere e titoli di giornali, sono piccole cose di fronte alla violenza neonazi. Però non lo si vuole riconoscere.

Cucciolata nera

Il Paese vive in questi giorni come una sorpresa il caso del gruppo Nationalsozialistischer Untergrund ("Clandestinità nazionalsocialista") un terzetto della Turingia, due uomini e una donna, che per tredici anni ha commesso, presumibilmente, almeno dieci omicidi in serie, quattordici rapine in banca e tre attentati con bombe con decine di feriti, in contatto -e forse protetto- dal Verfassungsschutz (BfV), la polizia politica tedesca inguaribilmente "cieca dall’occhio destro", come si dice in questi giorni, cioè concentrata su ogni tipo di “nemici interni”, reali o immaginari, molti dei quali di sinistra, e indulgente e protettrice verso la scena neonazi.

Gli infiltrati o confidenti della polizia in questo ambiente, i cosiddetti V-Leute, fanno da tempo immemorabile un ambiguo doppio gioco nel quale spesso si cancella la differenza tra l’agente segreto o confidente della polizia e l’attivista nazi. Ex attivisti nazi che sono stati accolti in programmi di reinserimento fanno riferimento alle "simpatie" e alle complicità che gli ultras trovano nella polizia. Indicano anche che essere un “collaboratore" non esclude il fatto di essere, allo stesso tempo, un convinto attivista nazi, mediante una specie di divisione dei compiti frequentemente molto vantaggiosa per l’informatore.

I tentativi di mettere fuorilegge il NPD, il principale partito neonazi, non sono condivisi dai tribunali con il kafkiano argomento per cui un’illegalizzazione porterebbe alla luce l’identità dei confidenti e metterebbe in pericolo la loro identità.

Il governo gioca ad abbassare le cifre

Il governo tedesco non riconosce neanche la lista delle 147 vittime uccise dai neonazisti compilata dal 1990 in poi, pubblicata dalla stampa, con nomi, cognomi e circostanze, e la riduce a 47 nomi. Il ministro dell’interno Hans-Peter Friedrich negava due mesi fa, in occasione della strage dell’ultrà Anders Breivik in Norvegia, "qualsiasi indizio di attività terroriste nazi in Germania". La cancelliera Angela Merkel ha fatto riferimento lunedi scorso al citato gruppo della Turingia, né catturato né ricercato dalla polizia per tredici anni, come una "vergogna per la Germania", ma come spiegare questa endemica "cecità dall’occhio destro" che è sulla bocca di tutti?

In parte ha a che vedere con la storia del Paese, con la notevole continuità dei suoi apparati di Stato, polizia e magistratura, negli anni quaranta e cinquanta, uno dei grandi tabù della Germania di oggi.

La restaurazione del dopoguerra

Nel 1949, il 56% degli alti funzionari della polizia della Renania del Nord-Westfalia, provenivano dal partito nazi (NSDAP) e dalle SS. Negli anni cinquanta in Baviera l’81% dei giudici avevano un passato nazi, mentre nel Württemberg-Baden il 50%. Il  giudice ex nazi Eduard Dreher, fu l’incaricato della riforma del codice penale al Ministero della Giustizia a partire dal 1954 e impose la prescrizione per i crimini di "complicità in omicidio" che liberò da ogni responsabilità i nazisti, una specie di amnistia generale. Questa assenza di denazificazione, che la guerra fredda e gli alleati hanno potenziato in nome della lotta al comunismo, contribuì a una continuità burocratica che anche oggi emana un odore ambiguo.

Una scena molto frequente nelle manifestazioni neonazi autorizzate in Germania, sempre contestate con contromanifestazioni di protesta quasi sempre più numerose, è quella di una polizia che protegge il diritto dei neonazi mentre reprime e criminalizza i loro avversari, entrambi considerati "estremisti" in un’inquietante equidistanza. Questa equazione è stata ideologia di Stato nella Germania di Adenauer, dove gli ex nazisti si giustificavano, e riabilitavano, di fronte a se stessi e agli alleati, invocando il comune nemico comunista, un "totalitarismo" che consideravano peggiore di quello hitleriano. Questa ideologia si sintetizza nella Germania di oggi con il discorso delle "due dittature tedesche", quella di Hitler e quella della Germania comunista.

Pochissimi sanno che il più grande attentato terrorista della storia della Germania del dopoguerra, quello della Oktoberfest di Monico nel 1980, con 13 morti e 211 feriti, è stato opera di un neonazi che, secondo l’indagine poliziesca, agì da solo, senza copertura, senza infrastrutture e senza un’organizzazione che lo sostenesse. Un mistero.

Un agente nei dintorni

Questo odore, in tutte le sue sfumature, è presente nel caso che ora sorprende l’opinione pubblica tedesca. Tino Brandt, l’uomo che ha reclutato i tre terroristi del Nationalsozialistischer Untergrund (NU) della Turingia, non solo era vicepresidente regionale del partito neonazi, NPD, ma anche collaboratore della polizia politica (BfV). Il presidente della BfV della Turingia fino all’anoo 2000 era Helmuth Roewer, che finanziò con 200.000 euro del contribuente Brandt, e che quando si ritirò collaborò con una casa editrice di estrema destra.

In ambienti dell’attivismo antifascista si sospetta che l’ascesa di gruppi violenti di ultradestra nell’Est della Germania dopo la riunificazione del 1990 sia stato finanziato, incentivato o guidato dalla BfV. Dopo la riunificazione, la Germania dell’Est fu deindustrializzata quasi completamente, con le sue imprese smantellate, incluse quelle che potevano competere con le loro omologhe dell’Ovest, o asfissiate dall’Unione monetaria, cosa che fece schizzare in alto gli indici di disoccupazione e fornì un eccellente brodo di coltura alla depressione e all’estremismo politico.

Nello scorso febbraio la polizia della Sassonia protesse con grande zelo "il diritto alla libera espressione" dei neonazi durante gli eventi commemorativi del mortifero bombardamento anglo-americano della città di Dresda. La polizia si concentrò sui 20.000 attivisti antifascisti che parteciparono alla contromanifestazione di protesta, controllando i dati di centinaia di migliaia di utenti di cellulari. Il deputato di sinistra Andre Hahn si è visto togliere l’immunità parlamentare essendo considerato un "caporione" dell’illegale protesta  antifascista. Nel suo rapporto del 2003, la BfV ha descritto in modo benevolo il partito neonazi NPD, che ha otto deputati in Sassonia, come una forza politica "carente di distanza rispetto allo Stato" (fehlende Staatsferne).

Nel frattempo, chi non ha mantenuto la distanza con i neonazi è stato un agente della stessa BfV nel caso che ora causa sorpresa e scandalo: l’agente era vicino alla scena di sei dei nove omicidi di gestori turchi di chioschi attribuiti al Nationalsozialistischer Untergrund (NU) negli ultimi anni. In uno di questi omicidi, quello di Halit Yozgat, il proprietario turco di un internet café di Kassel nel 2006, l’agente abbandonò il luogo un minuto prima che si verificasse il delitto, il che avvalora i sospetti.

Una quarta persona, chiamata Holger, è stata arrestata come basista (passaporti e affitti) del gruppo NU, due dei cui membri "si sono suicidati" prima di essere catturati in una camionetta che "si è incendiata" con loro all’interno, cancellando prove importanti. Si ignorano le circostanze di questo incendio, così come dell’esplosione, lo stesso 4 novembre, dell’ultima residenza della banda nella località di Zwickau. Ci si chiede se la BfV abbia aiutato i tre membri del gruppo a fuggire all’estero nel 1998, quando furono ricercati per la prima e ultima volta fino al loro suicidio, chi abbia trovato loro la pistola ceca con silenziatore con la quale hanno ucciso le loro vittime turche in cinque città tedesche, e soprattutto come abbiano potuto vivere  13 anni nell’illegalità senza che la polizia se ne accorgesse né relazionasse sulla sua lunga lista di  crimini, che include l’assassinio di una giovane poliziotta di 22 anni d’età.

Le reazioni dei politici

Gesine Lötzsch, copresidente di Die Linke, dice che il Paese è "di fronte al più grande scandalo della giustizia nella storia tedesca dopo la guerra". Il deputato verde Hans-Christian Ströbele esige "una relazione minuziosa sul lavoro e l’attività della BfV nell’ambito del razzismo e dell’estremismo di destra". Nella SPD si rimprovera alla CDU di aver "sottovalutato sistematicamente" l’estremismo di destra. Il capo del gruppo parlamentare socialdemocratico Frank-Walter Steinmeier afferma che gli infiltrati della polizia nella scena   neonazi "non contribuiscono alla sicurezza, ma è il contrario". "Anche se non si può generalizzare, questa confusione ha a che fare con l’assenza di volontà politica", dice il giornalista Jürgen Roth, specialista in ambito poliziesco e dei servizi segreti. Nel congresso che ieri si è concluso a Lipsia, la CDU si è mostrata aperta a riprendere in considerazione la messa fuorilegge del NPD.

Fonte: http://www.lavanguardia.com/internacional/20111116/54238942072/terrorismo-neonazi-Germania-turingia.html

Traduzione per Senzasoste Andrea Grillo, 16 novembre 2011

AddThis Social Bookmark Button

Livorno ricorda l'antifascista Carlos Palomino a 4 anni dalla sua uccisione per mano dei fascisti

E-mailStampaPDF
Valutazione attuale: / 3
ScarsoOttimo 
palomino_striscione_fortezza
AddThis Social Bookmark Button

Pagina 8 di 103