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PER NON DIMENTICARE

11/11/1887: i Martiri di Chicago.

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haymarketL'11 novembre del 1887 a Chicago, negli Stati Uniti, quattro operai, quattro organizzatori sindacali, quattro anarchici furono impiccati per aver organizzato il Primo Maggio dell'anno prima uno sciopero e una manifestazione per le otto ore di lavoro.

Il 20 agosto fu emessa la sentenza del tribunale: August Spies, Michael Schwab, Samuel Fielden, Albert R. Parsons, Adolph Fischer, George Engel e Louis Lingg furono condannati a morte; Oscar W. Neebe a reclusione per 15 anni.
Otto uomini condannati per essere anarchici, e sette di loro condannati a morte nella libera e felice Repubblica Federale Nordamericana. Ecco qui il risultato finale di una commedia infame nella quale non si considerò indegno un processo in cui ci si appellava liberamente alla falsità ed allo spergiuro.

La vista del tetro patibolo non commosse minimamente l’animo sereno di Spies, Parsons, Engel e Fischer, che dedicarono il loro ultimo pensiero alla causa tanto amata.Le ultime parole pronunciate dai nostri amici furono:
Spies: Salute, verrà il giorno in cui il nostro silenzio sarà più forte delle voci che oggi soffocate con la morte!
Fischer: Hoc die Anarchie! (Viva l’anarchia!)
Engel: Urrà per l’anarchia!
Parsons, la cui agonia fu terribile, riuscì appena a parlare, perché il boia strinse immediatamente il laccio e fece cadere la trappola. Le sue ultime parole furono queste: Lasciate che si senta la voce del popolo!
L’11 novembre del 1887 la borghesia di Chicago riposò tranquilla. Quattro uomini impiccati, un suicida e altri tre cittadini incarcerati avevano soddisfatto il suo brutale odio e la sua sete di vendetta. L’anarchia era stata distrutta. Ma il capitalismo era cieco e non vide che quell’ideale cresceva con forza nella massa dei lavoratori che tante volte aveva applaudito i martiri, che aveva fatto ogni tipo di sforzo per cercare di salvarli dal patibolo e che si sarebbe lanciata risolutamente a salvare i prigionieri se non fosse stata trattenuta dagli appelli di quegli stessi uomini che furono impiccati come criminali.
Pochi giorni dopo il sacrificio, i lavoratori di Chicago tennero un’imponente manifestazione di lutto, a prova che le idee socialiste non erano affatto morte.

Pietro Gori, ancora studente all'università di Pisa, scrisse un'epigrafe in memoria dei Martiri di Chicago. Per quella epigrafe fu incarcerato per la prima volta, perché il procuratore lo considerò l'istigatore dei disordini che si verificarono a Livorno appena si diffuse la notizia dell'assassinio degli esponenti anarchici. In quella occasione i popolani livornesi si rivolsero prima contro le navi statunitensi ancorate nel porto, e poi contro la Questura, dove si diceva che si fosse rifugiato il console USA.

Inviato a Senza Soste da Tiziano Antonelli

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Addio, compagna 'Sandra'!

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E' morta a Milano Onorina Brambilla Pesce, nome di battaglia 'Sandra'. Coraggiosa staffetta partigiana, compagna di Giovanni Pesce, 'Visone'. Un tassello importante della storia memorabile dei Gap, Gruppi Azione Patriottica. Un pezzo di storia italiana che se ne va, a noi il compito di tenere alta la memoria storica e politica di una donna straordinaria, nella lotta nell'esempio nella memoria e nella pratica. Onore a te, 'Sandra'!

Di seguito una bozza di biografia sulla vita di Onorina Brambilla Pesce, curata da L'Enciclopedia delle donne.

sandra_pesceOnorina Brambilla Pesce

«Avevamo tutti un nome di battaglia, io mi ero scelto Sandra; ho fatto una ricerca: mentre gli uomini partigiani si sceglievano nomi fantasiosi, Tarzan, Saetta, Lupo, la maggior parte delle ragazze avevano nomi normali...Elsa... ecco, il massimo era Katia!»[1]

Di famiglia antifascista e comunista, abita con i genitori e la sorella Wanda in una casa di ringhiera ai Tre Furcei, quartiere operaio di Lambrate a Milano. Il padre Romeo, “specializzato” alla Bianchi, fabbrica di biciclette, rifiuta di prendere la tessera del partito fascista; ne conseguono anni di disoccupazione e miseria.

Con la guerra di aggressione all'Abissinia, nel 1935, viene però a mancare la mano d'opera ed è assunto alla Breda. La madre Maria (il suo nome di battaglia negli anni della Resistenza sarà Tatiana) insegna alle figlie Onorina e alla più piccola Wanda a dubitare della propaganda del regime; è operaia, prima alla Agretta, nota per le bibite, e poi alla Safar che produce radio: «Aveva una voce così bella che veniva chiamata a cantare per testare certi microfoni». Desidera per la figlia l'istruzione che la allontani dal duro lavoro della fabbrica.

Onorina frequenta per tre anni una scuola professionale; le piacerebbe continuare a studiare ma i genitori possono solo iscriverla a un corso trimestrale di stenodattilografia dopo il quale, a 14 anni, deve cercare un lavoro.

Viene assunta dalla Paronitti come impiegata: «Non arrivavo neanche alla scrivania e i colleghi mi chiamavano Topolino, dovevano mettermi dei cuscini sulla sedia per alzarmi».

Dal 10 giugno 1940 l'Italia è in guerra.

Onorina rimane in quella ditta 4 anni, ma viene licenziata nel 1941 a causa di un diverbio con il padrone. Trova presto un nuovo impiego in una ditta che produce binari, è incaricata di compilare un inventario, frequenta i capannoni annotando tutto, conosce gli operai, impara a individuare chi è antifascista e chi no. Comincia a studiare l'inglese al Circolo Filologico di Via Clerici: in quella biblioteca circolano ancora, incredibilmente, molti libri vietati dal regime, preziosi per la sua formazione.

La fame si fa sempre più sentire, la gente non ne può più, la guerra toglie il velo a tutte le menzogne della propaganda di regime. La caduta di Mussolini il 25 luglio 1943 coglie la gente di sorpresa, festa e disorientamento sono tutt’uno, i carri armati vengono usati per disperdere la folla. Nell'Agosto 1943 Milano viene bombardata.

La città è in fiamme, colpiti il Duomo, Palazzo Reale, il Castello Sforzesco, la Scala, Sant'Ambrogio, la Pinacoteca di Brera; a Santa Maria delle Grazie il Cenacolo di Leonardo è salvo per puro caso.

Nel rifugio affollato, una sera Onorina non riesce a trattenere la gran rabbia e, salita su un tavolo, senza curarsi dei molti fascisti presenti, grida «È ora di finirla con questa guerra!» È contenta, ha tenuto il suo primo comizio antifascista.

«Secondo me sono state le donne a dare inizio alla Resistenza... la loro partecipazione fu dovuta a motivazioni personali; a differenza di molti uomini che scelsero di andare in montagna per sottrarsi all'arruolamento nell'esercito di Salò, nessun obbligo le costringeva ad una scelta di parte; fu anche l'occasione per affermare quei diritti che non avevamo mai avuto, mai come in quei mesi ci siamo sentite pari all'uomo...»

Dopo l'Armistizio dell'8 Settembre 1943 (in effetti una resa senza condizioni), i tedeschi occupano Milano, è finita una guerra ma ne sta iniziando un'altra. I soldati dell'esercito Italiano abbandonano le divise, molti diventano partigiani; i Gruppi di Difesa della Donna (che arrivano a mobilitare, fino all’aprile ’45, almeno 24.ooo donne) si occupano di procurare loro denaro, cibo, vestiti; il compito di Onorina è distribuire la stampa clandestina. Desidera raggiungere in montagna una Brigata Garibaldi, ma la sua amica Vera (nome di battaglia di Francesca Ciceri, comunista) le presenta Visone (Giovanni Pesce) che sarà il suo Comandante e futuro marito. Lui la convince a combattere nella propria città, e Onorina a marzo 1944 lascia il lavoro. “Sandra” diventa Ufficiale di collegamento del III° ー Gap “Egisto Rubini”, equivalente al grado di sottotenente dell'Esercito Italiano, decisamente più che una staffetta. Con la sua bicicletta Bianchi color azzurro cielo[2] trasporta armi, munizioni ed esplosivo, passa spesso, con il cuore in gola, in mezzo ai rastrellamenti nazifascisti. Sono le staffette a portare le armi e a prenderle in consegna dopo un'azione per evitare che i gappisti vengano sorpresi armati e fucilati sul posto.

«C'erano le rappresaglie ma, cosa avremmo dovuto fare? Smettere la lotta? In ogni caso i nazifascisti non avrebbero cessato di fare quello che facevano. Non ho mai provato pena per chi colpivamo. La guerra non l'avevamo voluta noi. Loro ogni giorno fucilavano, deportavano, torturavano. Si dovevano vincere due cose, la pietà e la paura.»

Il 24 giugno 1944 nella “battaglia dei binari” alla stazione di Greco, un bersaglio di straordinaria importanza, Sandra è il collegamento tra i ferrovieri e i gappisti e con la compagna Narva porta i 14 ordigni che, piazzati nei forni di combustione delle locomotive scoppiano simultaneamente; l'azione dei Gap viene citata da Radio Londra.

Il 12 Settembre 1944, a 21 anni, tradita da un partigiano passato al nemico (“Arconati”, Giovanni Jannelli) viene catturata dalle SS nei pressi del Cinema Argentina, nel cuore di Milano. Inizia la prigionia, la sofferenza, il distacco dalla famiglia, la tortura e la violenza fisica subita dalle SS nella Casa del Balilla di Monza, trasformata in carcere.

In attesa dell'interrogatorio cerca di farsi coraggio. Ai gappisti arrestati il Comando chiede di resistere 24 o 48 ore per permettere ai compagni di mettersi in salvo. L'interrogatorio è terribile, vogliono che lei consegni Visone, ore e ore di percosse, torture. Non parla, nessuno dei suoi compagni è compromesso.

Rimane in isolamento totale nel carcere di Monza due mesi, giornate lunghe e vuote, non può comunicare con l'esterno o ricevere notizie. È trasferita a San Vittore per soli due giorni e, l'11 novembre 1944, caricata, con altri prigionieri, su un pullman senza conoscere la destinazione.

Viene imprigionata a Bolzano in un campo di transito. Ancora oggi non si spiega perché le 500 prigioniere politiche che lì si trovavano non furono mai deportate in Germania, diversamente dalle altre 2700 donne che dall’Italia raggiungeranno i campi di concentramento. Mantiene contatti epistolari con la madre, la rassicura sul suo stato fisico e psicologico, riesce persino a scherzare: «se non fosse perché abbiamo sempre fame sembrerebbe una villeggiatura...» Lavora dapprima alla sartoria del campo, in un ambiente stretto e soffocante ma poi riesce a farsi assegnare ai lavori esterni. I tedeschi, prima di fuggire, le rilasciano persino un documento che attesta la prigionia e grazie al quale riuscirà in seguito a dimostrare la sua deportazione.

Milano era stata liberata dei Partigiani e dall'insurrezione popolare il 25 aprile. Onorina decide di non attendere l'arrivo degli americani; con alcuni compagni, sotto la neve, si inerpica sul passo della Mendola, attraversa la Val di Non e il Tonale; si fermano la notte presso i contadini ai quali chiedono cibo e riparo, sono d'aiuto i posti di ristoro dei partigiani delle Fiamme Verdi. Finalmente un pullman fornito dai comuni della zona fino a Ponte di Legno, li porta da lì a Lovere; poi in treno fino a Milano, Stazione Centrale: era il 7 maggio 1945. Con un'assurda “normalità” arriva a Lambrate, a casa, con il tram n. 7. Dalla finestra, vicina a Wanda, guarda emozionata la manifestazione dei Partigiani, rivede Visone, corre in strada, si abbracciano. Nori (come la chiamerà il marito) e Giovanni Pesce, finalmente liberi, si sposano il 14 luglio 1945, non possiedono niente, solo gioia per la ritrovata libertà e speranza per una nuova vita.

Si trasferiscono per un breve periodo a Roma, dopo l'attentato del 1948 a Togliatti, Giovanni guida la Commissione di Vigilanza, a protezione dei maggiori dirigenti del Pci. Nori trova impiego nella segreteria di Pietro Secchia, commissario politico delle Divisioni Garibaldi.

Tornata a Milano lavora alla Federazione del Pci e nella Commissione Femminile della Camera del Lavoro. Successivamente entra a far parte del Comitato Centrale Fiom metalmeccanici, dirige i lavori sindacali, organizza convegni, incontri e scioperi in difesa del posto di lavoro.

Nel 1951 Giovanni Pesce lascia il partito e trova lavoro come rappresentante di caffè; riescono a comprare casa, nasce la figlia Tiziana, non ne avranno altri, «un po' per le ristrettezze economiche e un po' perché eravamo talmente impegnati a fare i rivoluzionari di professione da non avere il tempo utile per essere genitori. Una sera Tiziana ancora bambina mi disse a bruciapelo: io ti ho conosciuto a 8 anni, mamma!»

Nel tempo il commercio di Giovanni si sviluppa e Onorina, per seguirne la parte amministrativa, lascia la sua attività politico-sindacale ma continua ad essere, per 8 anni segretaria nella sezione Pci di Via Don Bosco. Il 27 gennaio 1962 le viene assegnata la Croce di guerra per la sua attività di partigiana.

Nel 1969 Nori e Giovanni aprono un locale di liquori e vini, il Bistrot in Via Zecca Vecchia, dura solo due anni ma è una parentesi felice. Lì si ritrovano scrittori, pittori, studenti, operai. La sera, chiuso il locale, vanno in sezione a fare attività per il Pci e per il Sindacato.

Nori Brambilla Pesce è stata Responsabile della Commissione femminile dell'ANPI, Presidente dell'Associazione ex perseguitati politici italiani antifascisti per la sede di Milano e Presidente onorario A.I.C.V.A.S., l'Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti di Spagna.

«Si vuole falsificare la Resistenza, lo chiamano revisionismo ma spesso è falsificazione della storia. Noi siamo stati impegnati per tutta la vita per difendere la libertà, oggi ho 87 anni, non ho rimorsi, ho un rimpianto ma non voglio parlarne. Quando cala il sole chiudo le persiane perché non amo il buio della notte...»

NOTE

1. Le citazioni sono tratte da Onorina Brambilla Pesce, Il pane bianco, conversazione con Roberto Farina prefazione Franco Giannantoni, Varese, Edizioni Arterigere, 2010 o da interviste video presenti in rete.

2. Leggi La bicicletta nella resistenza di Franco Giannantoni e Ibio Paolucci.

tratto da http://www.infoaut.org

7 novembre 2011

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7 novembre: 94° anniversario della Rivoluzione Sovietica

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lissitzky

Vogliamo celebrare il 94° anniversario della Rivoluzione Sovietica ricordando due tra i più famosi esponenti dell'arte rivoluzionaria di quel periodo, ingiustamente dimenticata o sottovalutata. Qui a sinistra il dipinto "Con il cuneo rosso batti i bianchi", manifesto del 1920 di El Lissitzky, pittore, fotografo, architetto e grafico (1890-1941). Il triangolo rosso rappresenta l'Armata Rossa e il cerchio bianco ('figura indifferente e molliccia') i controrivoluzionari, mentre la sezione bianca a sinistra del quadro rappresenta il bene e il nero -a destra- il male e le tenebre.

Qui sotto il poema 150.000.000, scritto nel 1921da Vladimir Majakovskij (1893-1930), considerato una delle voci più importanti della Rivoluzione. Che ben lungi dal grigiore burocratico che oggi le si vuole attribuire, è stata soprattutto un grande movimento  di liberazione da tutte le catene sociali e culturali la cui "spinta propulsiva" è tutt'altro che esaurita (red.) 

Link: Rivoluzione d'ottobre: la cronologia degli eventi

Link: Libri, link, film sulla rivoluzione sovietica

 

150.000.000

VLADIMIR MAJAKOVSKIJ, Poemi

150.000.000 è il nome dell’artefice di questo poema.

Ritmo è il proiettile.

Rima è il fuoco che brucia di edificio in edificio.

150.000.000  parlano per bocca mia.

Quest’edizione è stampata

con la rotativa dei passi

sulla velina dei selciati.

Chi interrogherà la luna?

Chi chiederà i conti al sole:

perché

fate voi le notti e i giorni?

Chi darà il nome all’autore geniale della terra?

Così,

anche questo

mio

poema

non ha nessuno per autore.

E sua sola idea è:

brillare per il domani che sorge.

.     .      .      .      .      .      .      .      .      .       .      .       .       .

È per questo

che oggi

gli occhi del mondo intero

sono sopra di noi,

che gli orecchi di tutti sono tesi

a  cogliere  il nostro minimo segno;

è per vedere questo,

è per ascoltare queste parole :

è

la volontà  della  rivoluzione,

gettata oltre l’ultimo confine,

è

il meeting

delle carcasse di macchine,

delle  genti  e  dei  corpi di animali,

sono

mani,

zampe,

chele,

leve

alzate là,

dove  l’aria  si  dirada,

intrecciate in un giuramento unanime.

I poeti

che innalzano la loro voce celeste,

dimenticateli,

ascoltate questi canti:

«Siamo  venuti  attraverso  le  capitali,

tra  la  tundra  ci  siamo  aperti  il  passo,

abbiamo  marciato  nel  fango  e  nelle  pozze.

Siamo  venuti  a  milioni,

milioni  di  lavoratori,

milioni  di  operai  e impiegati.

Siamo  venuti  dagli  alloggi,

siamo  evasi  dai  depositi,

dai  passaggi  illuminati  dagli  incendi.

Siamo   venuti    a     milioni,

milioni  di  oggetti,

mutilati,

rotti,

devastati.

Siamo  scesi  dalle  montagne,

siamo   venuti   strisciando   dalle   foreste,

dai   campi    rosi  dagli  anni.

Siamo   venuti,

a   milioni,

milioni  di  bestie

inselvatichite,

abbrutite,

affamate.

Siamo   venuti :

milioni

di    senzadio,

di      pagani 

  di      atei;

battendo

la     fronte,

il    ferro    arrugginito,

i    campi :

tutti,

con fervore,

diremo  a  Dio  la  nostra  preghiera.

Scendi,

non  da  un  morbido

letto stellato,

dio  di  ferro,

dio  di  fuoco,

dio,  non  Marte,

né  Nettuno,  né  Vega,

dio  di  carne :

dio-uomo!

Dalle  secche  delle  stelle

ormai libero,

terrestre,

fra noi

scendi,

appari!

Non  colui

«che è nei cieli».

Ora,

sotto  gli  occhi  di  tutti,

faremo

anche  noi

i nostri

miracoli.

Noi  ci  impenniamo,

pronti  a  batterci

in  tuo  nome

nel  fumo

e  nel  tuono.

Le  nostre  gesta  saranno

più  difficili  di  quelle  del  creatore,

che  ha  riempito

il  vuoto  di  cose.

Noi  dobbiamo

creare   il  nuovo

con  l’immaginazione

e  anche  dinamitare  il  vecchio.

Sete,  versaci  da  bere!

Fame,  dacci  da  mangiare!

È  tempo

di  lanciare

i  corpi  in battaglia.

Più  fitte  le pallottole

sopra  i  codardi!

Sul  mucchio  dei  fuggenti

scoppi  di  mitraglia!

Sì,  così!

Dal  fondo  delle  anime!

Con  fuoco,

fiamma,

ferro

e  luce,

brucia,

scotta,

taglia,

distruggi!

Le  nostre  gambe

sono  passaggi  fulminei  di  treni.

Le  nostre  braccia

sono  ventagli  che  spazzano  i  campi.

Le  nostre  pinne  sono  piroscafi.

Le  nostre  ali  sono  aeroplani.

Marciare!

Volare!

Navigare!

Rotolare!

Controlliamo  il  registro  dell’universo  intero.

Questo  oggetto  è  utile:

va  bene,

può servire.

Inutile:

al  diavolo!

Una crocetta nera.

Noi

ti annienteremo,

universo romantico!

Non  più  fede:

nell’anima

elettricità,

vapore.

Non  più  poveri:

intascate  le  ricchezze  dei  mondi  interi!

Uccidete  il  vecchiume!

I crani che servano da portacenere!

Tolto  via il vecchiume,

dopo  selvaggia  disfatta,

un nuovo  mito

tuonerà  nel  mondo.

Tempo-barriera:

ti forzeremo  coi  piedi.

Mille  arcobaleni

coloriranno  il cielo.

In  un  mondo  nuovo  si  schiuderanno

le  rose e  i  sogni insozzati dalle  rime  dei  poeti.

Tutto è  fatto

per  il  piacere

dei  nostri  occhi

di  bambini  cresciuti!

Noi sapremo

inventare

rose nuove:

rose  di  capitali  con  petali  di  piazze.

Voi  tutti

che  portate  impresso

il  marchio  dei  tormenti,

venite  dunque  dal  carnefice  d’oggi.

E  voi

saprete

che  gli  uomini

possono  essere  teneri,

come  l’amore

che  lungo  un  raggio  sale  fino  a  una  stella.

L’anima  nostra

sarà   la   foce-unione   dei   Volga   dell’amore.

Che  l’acqua  conduca

un  altro  o  te,

ciascuno  sarà  inondato  da  uno   sguardo  luminoso.

Lungo

ogni  più  fine  arteria

noi  lanceremo

i  battelli  fantastici  delle  invenzioni  poetiche.

E  così  come  noi  ne  abbiamo  scritto,

sarà  il  mondo,

e  mercoledì,

e  ieri,

e  oggi,

e  sempre,

e  domani,

e  così  di  seguito

nei  secoli  dei  secoli!

Per  un’estate

di  cent’anni,

combatti,

canta:

«Questa  sarà  la  battaglia

finale,

la  decisiva! ».

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Ultimo aggiornamento Martedì 08 Novembre 2011 13:28

1 novembre 2001 - 1 novembre 2011: 10 anni di movimento a Livorno

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godzilla10 anni non sono pochi, anzi sono una quantità sufficiente per tirare le somme di un’esperienza di vita e di politica che ha tracciato un piccolo solco, ma indelebile, nella storia di questa città.10 anni in cui una generazione di compagni venuta dal nulla ha cercato con difficoltà, praticamente partendo da zero, di ricostruire un’indentità storica e politica alle giovani generazioni livornesi. I 10 anni in questione sono quelli che partono dal 1 novembre 2001 quando un gruppo consistente di giovani occupò la palazzina di via dei Mulini e dettero vita al nuovo Centro Sociale Occupato Autogestito Godzilla. Ma la storia era iniziata già da qualche anno prima.

Dopo qualche anno di calma piatta sul fronte della politica di movimento, il 1999 è stato l’anno che rappresenta lo spartiacque politico per la nostra generazione. Una generazione di 20-25enni che decise di provare a ricreare un vasto movimento politico, sociale e culturale che rompesse con quella dinamica presente e passata che in città si riassumeva con il detto “A Livorno un c’è nulla”. Ma la volgia di “ricreare” qualcosa era già venuta fuori un paio d’anni prima. Era il 1997, assemblee alla Federazione Anarchica Livornese di via degli Asili che offriva la sua sede, festa dell’autorganizzazione in Fortezza Nuova e occupazione dei locali sopra la Federazione Anarchica per un paio di giorni di autofinanziamento. Tutto molto bello e partecipato ma la disomogeneità del gruppo creò subito una frattura fra la parte più “artistica” e quella più “politica”, un classico dei movimenti giovanili. Ma il vero fattore che mancava a queste esperienze era quella spinta popolare che era pronta ad esplodere ma che non riusciva a trovare il punto di congiunzione con un progetto che quantomeno indicasse le rivendicazioni e i luoghi dove esprimersi. Era tuttavia chiaro che in città aleggiava una voglia di protagonismo politico e generazionale, fatto non insolito ma raro in una città dove il Pci ha sempre monopolizzato la vita politica e dove gli anni settanta sono passati in modo meno prorompente rispetto ad altre città.

Ed ecco il 1999 l’anno in cui un gruppo di giovanissimi, sotto la sigla Movimento Spazi Sociali, vagavano per la città rivendicando uno spazio sociale e culturale mentre una nuova generazione di giovani ultras prendeva decisamente in mano le redini della curva nord con il nome di Brigate Autonome Livornesi e con il Livorno finalmente in serie C1. Esperienze diverse tra loro e parallele ma che in questi 10 anni si sono incontrate spesso anche se talvolta in mezzo a contrasti e contraddizioni. Esperienze a cui si aggiunse anche qualche “vecchio” del movimento e che hanno scritto delle pagine significative non solo per coloro che le hanno vissute, visto che una larga fetta di città è stata investita dai temi, dalle polemiche, dalle reazioni e dagli eventi che sono scaturiti dalla “generazione del ’99”. Il 1 maggio 1999 tutte queste realtà si incontrarono in Fortezza Nuova (luogo ricorrente nella storia del movimento) e organizzarono una grande festa nonostante la fortezza fosse chiusa.

La svolta decisiva però è il G8 di Genova 2001 e le grandi manifestazioni No Global conclusasi con una repressione spietata da parte delle forze dell’ordine e con la morte di Carlo Giuliani. Nei giorni successivi a Livorno, in Fortezza Nuova, si susseguirono assemblee e iniziative con la nascita del social forum livornese. Ma ormai l’eco di Genova aveva prodotto quella scintilla che dette la spinta politica definitiva affinchè i gruppi operativi in città trovassero un’unità di intenti e si sentissero pronti per un’occupazione stabile e la creazione di un soggetto politico conflittuale di movimento.

godzilla_corteo_perquisizioni_2004Da questo percorso e da questo contesto nasce l’occupazione del Centro Sociale Godzilla. Il 1 novembre 2001 una cinquantina di giovani entrò nella palazzina di via dei Mulini che nei primi anni ’90 era stata sede del vecchio centro sociale. L’amministrazione comunale e la questura provarono subito lo sgombero con poliziotti in borghese e vigili urbani ma il consistente numero degli occupanti e la decisione degli stessi respinse il tentativo. E due anni dopo, la Spil proprietaria dell’immobile e l’amministrazione furono costretti a riconoscere l’occupazione proponendo un contratto di comodato.

Ma il percorso non fu così lineare come sembra. Dopo qualche mese infatti una parte degli occupanti, più legati all’ambiente dello stadio, si staccarono dall’assemblea del Godzilla e andarono ad occupare il piano superiore non utilizzato della palazzina fondando il Centro Politico 1921. Ma questo non fu un problema perché non si trattava certo di un indebolimento del movimento ma solo di visioni politiche diverse e di esigenze di spazi ulteriori. L’attacco al movimento fu invece sferrato dalla magistratura (con il Pm Pennisi in testa) e dalla questura guidata da Puglisi: nel marzo e nel giugno 2004 una doppia perquisizione colpì la palazzina di via dei Mulini. La prima addirittura con tanto di elicottero e in entrambi i casi con le vie limitrofe chiuse da decine e decine di poliziotti. Nel primo caso la scusa ufficiale fu la ricerca di armi ed esplosivi in seguito a scontri avvenuti dopo Livorno-Catania nei mesi precedenti. Nel secondo invece la regia veniva direttamente da Roma e si trattò di una rappresaglia ordinata in seguito all’assalto di una sede elettorale del ministro Matteoli durante i festeggiamenti per la promozione del Livorno in serie A. Le perquisizioni non fruttarono niente e una larga parte del mondo politico e di cittadini criticarono le modalità messe in atto da polizia e magistratura. Il movimento reagì compattandosi ancora di più con una bella e partecipata manifestazione il 26 giugno 2004. Questo era anche il periodo della repressione da parte degli stessi Pennisi e Puglisi nei confronti della curva nord: oltre 200 diffide e una ventina di accuse di associazione a delinquere colpirono la curva nord che rispose con una grande manifestazione con oltre 3000 persone e moltissimi semplici cittadini che arrivarono fino alla Prefettura.

La storia del movimento livornese, tuttavia, non è fatta solo di polemiche, scontri e perquisizioni anche se spesso sono state oggetto di campagne speculative e sensazionalistiche da parte di giornali e televisioni. La storia del Csa Godzilla e del movimento è passata da interventi e iniziative che hanno percorso la città in lungo e in largo.

Il 2003 è stato l’anno delle grandi manifestazioni contro la guerra in Iraq passando per il gigantesco corteo contro la base di Camp Darby nel mese di marzo. Dal 2004 invece iniziò un grosso lavoro sulla precarietà che portò a vari presidi sotto le agenzie interinali e poi nel 2005 alla contestazione durante l’inagurazione del call center Telegate che mostrò come il movimento era l’unico che aveva compreso il rischio dello sbarco di queste nuove aziende sul territorio a livello di contratti atipici e di precarietà. Da lì partì poi la lotta vincente che dopo anni ha portato all’assunzione a tempo indeterminato di tutti gli operatori.

odeon_occupatoMa la visibilità cittadina del gruppo nato al Csa Godzilla è stata sempre legata alle occupazioni-denuncia di tutta una serie di luoghi, pubblici e privati, abbandonati che poi sarebbero stati oggetto di speculazioni o operazioni immobiliari. Per il 25 aprile 2005 fu la volta degli ex Macelli con le giornate antifasciste poi ripetute in più occasioni, nell’ottobre 2005 invece fu occupato per tre giorni l’ex cinema Odeon, nel dicembre 2006 l’ex Fiat e nel febbraio 2008 la Gran Guardia. Così come un elemento di connotazione del movimento livonrese è stata la lunga, e sempre attuale, battaglia per la riapertura della Fortezza Nuova, luogo simbolo della storia del movimento e probabilmente il più bel monumento e parco pubblico livornese. Dopo anni di feste in occasione del 25 aprile e del 1 maggio, dal 2006 in poi la fortezza è stata ripetutamente occupata con le edizioni della “Sagra del Precario” trasformatasi poi in “Fortezza dal Basso”. Un’occasione in cui il movimento livornese nella sua interezza si riappropria di uno spazio pubblico e lo restituisce alla città.

Il 2006 è anche l’anno della cacciata di Borghezio in una domenica di febbraio. Centinaia di livornesi in presidio contestavano l’arrivo dell’eurodeputato, fascista e razzista, della lega Nord. Una volta finita la partita del Livorno una massa di persone si riversò nel quartiere Venezia dove avrebbe dovuto tenere il dibattito. Ma gli scontri, che iniziarono al suo arrivo, ne impedirono lo svolgimento e durarono per ore. Da quel giorno in molte città d’Italia l’arrivo di Borghezio è stata occasione di conflitto e contestazione.

Ma il 2006 è da ricordare anche per la grande manifestazione contro il rigassificatore offshore di cui il movimento livornese è stato sostenitore e parte attiva. Nel marzo di quell’anno infatti oltre 3000 persone attraversarono tutta la città per poi arrivare al cantiere in località Stagno dove le reti di recinzione furono abbattute.

Il 2007 è invece l’anno dell’occupazione dell’Officina Sociale Refugio da parte di un gruppo di compagni che voleva ampliare l’esperienza del Godzilla con una nuova occupazione. Spazio che inizialmente doveva diventare una palestra popolare e un punto di aggregazione per lo sport ma che poi si è trasformato in una realtà teatrale e culturale che tutt’oggi vive, in stato di occupazione, con un ricco programma e un’autogestione di un teatro autocostruito nel tempo con gli incassi degli spettacoli.

mal_manifestoPochi mesi dopo è nato il Movimento Antagonista Livornese, un soggetto politico che ha cercato di mettere insieme le varie anime del movimento cercando di superare la dimensione del collettivo e del centro sociale. Un’esperienza teoricamente valida che tuttavia ha risentito della fase di riflusso del movimento in città dopo anni di impegno e intensità che avevano portato a tante iniziative e ottima visibilità. Così come la perdita di centralità e di presenza della curva nord aveva portato in quegli anni alla perdita di protagonismo di una componente storica, popolare e viva all’interno della città. Ma il fallimento del progetto Mal non ha significato la morte del movimento e dei centri sociali. Così come ha rappresentato un importante tassello di questi anni la rinascita del movimento studentesco e di una generazione di giovani compagni che ha portato avanti la gestione del Csa Godzilla, la tradizione dell’occupazione degli spazi e la rivendicazione verso la riapertura e la gestione pubblica della Fortezza Nuova.

Dalle ceneri del vecchio Mal e dai compagni che occuparono nel 2001 il Csa Godzilla sono nati altri progetti ed altri spazi che hanno seguito il principio dell’autogestione e dell’autofinanziamento. Non è un caso che il decimo anno di nascita di quel movimento sia stato festeggiato lo scorso 1 novembre all’interno della ex caserma Del fante occupata, con una grande cena e la proiezione del filmato dell’occupazione del 2001 (filmato ricostruito da un compagno dopo che la polizia aveva portato via l’unica copia in vhs durante le perquisizioni del 2004).

Possiamo dire che se quell’esperienza iniziata nel 2001 non è stata in grado di produrre un soggetto politico forte e coeso, allo stesso tempo è innegabile che quella occupazione e quell’assemblea sono stati punto di riferimento per anni di un movimento più vasto che adesso è visibile in città con altri progetti e altre modalità. Il nostro giornale Senza Soste infatti è nato fra quelle mura, così come da lì vengono coloro che stanno portando avanti i centri di quartiere (Chico Malo nel quartiere Sant’Andrea e Ska in quello stazione-colline) o che collaborano all’Università Popolare A. Bicchierini. Il movimento studentesco, dopo anni di assenza, riniziò a riunirsi in via dei Mulini, struttura dove sono cresciuti anche i compagni che idearono l’azzeccatissima occupazione del palazzo del Refugio. Il Csa Godzilla viene da due anni di iniziative e concerti all’interno della struttura e il Centro politico 1921 continua con assiduità nella propria programmazione politica, culturale e musicale.

Dopo 10 anni quindi il panorama è tutt’altro che desolante. La resistenza continua. Anche se ora, vista la crisi, servirebbe anche un balzo in avanti. L’occupazione della ex caserma “Del Fante” può essere un inizio e la risposta a una fase storica di movimento che dopo un decennio appare chiusa.

Guarda le foto di 10 anni di movimento

Per senza Soste, Franco Marino

1 novembre 2011

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Ultimo aggiornamento Martedì 08 Novembre 2011 00:00

Da Orciano pisano a Predappio per commemorare il duce. La denuncia di un lettore

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La ricorrenza che non c'è

predappio_fasciLa nostra costituzione nasce ed è basata sull’antifascismo, ma nonostante tutto questo, ci sono molti nostalgici che, come possiamo vedere dai filmati che girano nella rete, testimoniano la ricorrenza della marcia su roma (28 ottobre 1922) dove molti camerati si riuniscono a Predappio dove risiede la tomba di benito mussolini per rendergli omaggio per tutto quello che ha fatto.

A circa 200km da Predappio, nel toscano e precisamente nelle così dette colline pisane, c’è un paesino che si chiama Orciano Pisano dove da molti anni a questa parte viene fatta una gita, e sapete proprio dove? A Predappio per rendere omaggio al duce.

Lo scorso anno si alzo un bel porverone in questo paese, perché queste nuove giovani leve, ingenuamente, misero le loro foto con tanto di saluto romano su facebook.

Orciano pisano è un paese che da più di 20 anni è amministrato da gente di destra, e sapete chi è ad organizzare la gita a Predappio? Proprio un’assessore comunale giustificandosi che è una gita per fare una girata e bere del buon vino, quando in realtà non è cosi perché sui pullman si cantano canzoni fasciste e cori inneggianti al duce. La minoranza l’anno scorso presentò una mozione di sfiducia per l’assessore ma esso si trova sempre al suo posto.

Quest'anno solita storia, soltanto che a diferenza degli altri, proprio per il caos che avvenne l’anno scorso, questi fascisti hanno messo fuori il manifesto della gita a Predappio con tanto di numero telefonico per prenotazioni e in fondo con tanto di frase fascista:TANTI NEMICI TANTO ONORE.

La minoranza vedendo quella scritta ha chiesto subito la rimozione di quella frase con l’accusa di apologia dil fascismo, questa frase ora è stata tolta ma, a parte questo, questi fascisti domenica partono per Predappio e la cosa che fa paura è che sono sempre di più perché in un paesino di 600 persone già riempire un pulman da 50 non è poco.

 28 ottobre 2011

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Ultimo aggiornamento Venerdì 28 Ottobre 2011 07:15

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