Ma cosa dovrà fare Mario Monti una volta entrato a palazzo Chigi? “Un lavoro enorme”, dice lui stesso. E gli si può credere. Ma quale?
L''obiettivo principale dichiarato è la “crescita”. Di “rigore” se n'è fatto molto, spesso in modo inconsulto e senza mira (la fissazione tremontiana per i “tagli lineari” ne è un esempio), e molto altro ne metterà in cantiere. Ma se non si cresce, le riduzioni di spesa diventano un acceleratore della recessione.
Qual'è la sua ricetta per questo obiettivo? Nulla di particolarmente originale, come concetto: le “liberalizzazioni”. L'idea da vendere alla stampa per rabbonire il pubblico – prevedibilmente diffidente - è “eliminare i privilegi”; che per definizione sono quelli di qualcun altro.
“Liberalizzazione dei servizi pubblici locali, le professioni, le industrie a rete come trasporti, energia e telecomunicazioni”, ci spiega Confindustria, mischiando le carte. Perché liberalizzare le professioni (avvocati, ingegneri, architetti... e giornalisti, ecc) è poco più di uno slogan. Si può abolire la “tariffa minima” (lo ha già fatto Berlusconi con il maxiemendamento dell'altroieri), ma non è che un ingegnere bravo costerà di meno solo per questo. E quelli che costeranno meno ti faranno un lavoro di cui non ti puoi fidare troppo. Un po' come quando chiami l'idraulico cercando di andare al risparmio...
Tutto il resto si chiamano “privatizzazioni di servizi pubblici” oppure di settori strategici. Trasporto pubblico locale, servizio sanitario nazionale, assistenza di ogni genere, formazione e istruzione sono “servizi” che certo hanno rappresentato spesso una sinecura per portaborse e clientes della “politica” di basso rango, con ruberie, inefficienze, menefreghismo e appalti a “cazzimma”. Ma nell'insieme hanno bene o male garantito un welfare esigibile, anche se di qualità spesso inaccettabilmente bassa. Il rigonfiamento clientelare dei loro costi sarebbe facilmente riducibile con un repulisti – questo sì – “lacrime e sangue” di tutti gli occupanti di poltrone privi di competenze specifiche e lavoro da fare. A partire dalle migliaia di “consulenti” profumatamente pagati per starsene a casa.
Privatizzare, qui, significa solo gonfiare i prezzi per gli utenti finali (noi tutti), per un servizio peggiore e di minore copertura. Pensiamo agli autobus. Un servizio privatizzato, con deve “guadagnare” facendo trasporto cittadino, dovrebbe diminuire il parco mezzi circolante e il numero dei dipendenti (sia viaggianti che impiegati), aumentando di tre o quattro volte il prezzo dei biglietti. Non parliamo della sanità per carità di patria: al di sotto di un reddito medio-alto nessuno potrebbe farsi curare. E nemmeno dell'acqua, di cui abbiamo già avuto precedenti operativi – Aprilia, ecc – oltre un referendum di segno opposto.
Nei settori strategici (energia, telecomunicazioni, ecc) si rischia la svendita a imprese straniere, perché di “capitali nazionali” non si vede l'ombra.
Come “programma di crescita” non ci sembra efficace. Anche senza considerare gli aspetti di “giustizia sociale”.
Nella “riduzione dei costi della politica” si annidano diversi non detti. Tutti odiano giustamente “la casta” di quelli che vengono percepiti come truffatori che vivono alla grande a spese nostre. E questo odio viene però “canalizzato” verso un modello di governance che non vede più come indispensabile una infrastruttura della rappresentanza popolare (parlamento, regioni, province, comuni) che media gli interessi diversi a ogni livello di articolazione territoriale. La drastica riduzione del numero dei “rappresentanti del popolo” ad ogni livello, dunque, può esser vista come un necessario sfoltimento della folla di mangiapane a ufo; ma può, nello stesso tempo, diventare riduzione dell'articolazione della “volontà popolare”. Ci torneremo, perché qui si individua un cambiamento radicale delle “forme della politica” per l'intero Occidente, che chiude la non lunga parentesi storica della “democrazia rappresentativa”.
«Poco viene fatto - scriveva Monti - per ridurre il peso sull'economia e sulla società degli esorbitanti costi del sistema politico peraltro scarsamente produttivo in termini di decisioni prese tempestivamente». Modalità della democrazia (discussione, individuazione dei punti di mediazione, condivisione delle scelte, ecc) sono dunque in conflitto radicale con la “tempestività delle decisioni”. Inevitabile, dunque, che la prima venga ridotta a foglia di fico.
Sulle tasse Monti si è più volte schierato su uno schema di redistribuzione dei carichi dal lavoro/impresa ai consumi e patrimoni. Solo in Italia, in effetti, abbiamo la “ritenuta alla fonte” sui redditi da lavoro dipendente e sulle pensioni. In tutti gli altri paesi europei no: si fa la dichiarazione dei redditi e si possono portare in detrazione tutta una serie di spese per cui si deve necessariamente produrre fattura o scontrino. In tal modo si tassano i consumi effettivi (non i redditi, magari infimi, con i “non dichiarati” che non pagano nulla) e si riduce di molto lo spazio dell'evasione fiscale. Ma non crediamo che mr. Monti rinuncerà tanto facilmente alla principale “entrata sicura” dello Stato, ossia alla ritenuta alla fonte.
Di certo ha scritto e detto più volte che bisogna eliminare le pensioni di anzianità e che occorre “riformare il mercato del lavoro”. «C'è la necessità di un disingessamento, di favorire i giovani, coloro che sono fuori dal mercato del lavoro». E quindi fine dell'art. 18 e vai con le ricette di Pietro Ichino o Tito Boeri. Chiacchiere retoriche per nascondere il fatto che si vuol passare da un “sistema duale” squilibrato (qualche diritto certo per gli assunti a tempo indeterminato, tra cui la non licenziabilità "senza giusta causa", nessun diritto per i precari) a un “sistema unico” infame, in cui non c'è alcun diritto certo per nessuno. E licenziabilità per tutti. Non ci sembra la miglior forma di "ugualianza", diciamo così.
Che differenza c'è tra questo programma e quello di Berlusconi-Sacconi-Tremonti? Per il lavoro dipendente, nessuna. Per i ceti parassitari che hanno prosperato soprattutto dentro il blocco sociale berlusconiano (ma anche, in misura appena inferiore, dentro le reti clientelari collegate al sistema partitico, Sel compresa) potrebbe invece essercene più d'una. “Potrebbe”, ma non è detto... In fondo Berlusconi & co. sono "indispensabili" per far vivere il suo governo, vero mr. Monti?
Link: Ogni manovra aggrava la crisi
tratto da www.contropiano.org
11 novembre 2011
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