Il governo non molla l'articolo 18 e ipotizza di abbassare le tutele. Sui licenziamenti il prossimo confronto con i sindacati I tecnici studiano varie ipotesi di «riforma», tutte di area Pd. Che però ne ha una diversa. Mentre il merito (contratto nazionale e rappresentanza) resta sotto silenzio
Sono iniziate le grandi manovre per arrivare alla «riforma del mercato del lavoro». La prima impressione non è esaltante, perché protagonisti della scena politica e giornali si soffermano a lungo su alcune questioni (l'art. 18, per fare un esempio) mentre non considerano affatto diversi architravi decisivi che hanno sorretto finora i rapporti di lavoro in Italia. L'impressione, a dirla chiara, è che ci sia una gran lavorio sotterraneo tra ministri competenti, forze parlamentari, Confindustria, sindacati «più rappresentativi» per trovare i compromessi giusti perché - davanti al risultato finale - tutti possano dire di «aver portato molto a casa».Partiamo dalle cose certe. C'è un tema che viene retoricamente sbandierato in ogni discorso: «bisogna metter fine al dualismo nel mercato del lavoro», ovvero a quella separazione netta tra chi ha un contratto a tempo indeterminato ed è tutelato dagli umori del padrone da tutta una serie norme (in testa l'art. 18), e chi è schiavo ballerino della precarietà a vita assicurata da oltre 40 forme contrattuali «atipiche». Obiettivo: un «contratto unico», valido per tutti o quasi (escluse insomma le «stagionalità» vere e proprie). Dopo 15 anni - tanti ne sono passati dal «pacchetto Treu», obbrobrio del centrosinistra; pochi meno dalla «legge 30», opera di un Sacconi in vena di esagerazioni - si è infatti scoperto che tutta quella precarietà non è servita nemmeno ad aumentare l'occupazione giovanile. In compenso è stata utilissima per rendere «normali» salari da fame, sia per chi sotto quei contratti lavora sia per i «privilegiati» che da allora non ottengono più aumenti salariali capaci di difenderne il potere d'acquisto.
Messa così, nessuno può essere contrario: sono anni che lo sosteniamo, inascoltati. Ma che tipo di «regole uguali» si stanno studiando? Togliere all'art. 18 per tutti è in astratto «egualitario» tanto quanto renderlo obbigatorio per tutti. Ma con risultati pratici decisamente opposti.
Le poche indiscrezioni filtrate fin qui dal ministero del lavoro parlano di una valutazione che ruota intorno a tre proposte presentate da parlamentari del Pd. Quella di Pietro Ichino, che straccia l'art. 18 insieme allo Statuto dei lavoratori, con licenziamenti possibili in qualsiasi momento e per qualunque ragione. Quella studiata da Tito Boeri e Pietro Garibaldi, presentata da Paolo Nerozzi, che prevede una «fase di inserimento» della durata di tre anni, in cui l'art. 18 continuerebbe a valere per tutti tranne che in questi tre anni di «apprendistato» sotto altro nome. E infine quella di Cesare Damiano e Marianna Madia, del tutto simile, ma che limita i tre anni di «inserimento» soltanto ai neoassunti.
Tutte proposte dunque di parlamentari con carriere precendenti nella Cgil. E si può anche capire (l'esperienza fa competenza). Il problema, come spiega il responsabile economia del Pd, Stefano Fassina, è che «queste sono proposte presentate a titolo individuale», non la posizione ufficiale del Pd. Più recente e articolata, non «opposta», che prevede: contratto di apprendistato della durata di 3 anni con agevolazioni fiscali per la stabilizzazione, eliminazione degli oltre 40 contratti «atipici», eguale costo del lavoro per i contratti precari residui (in modo da non avvantaggiarne la prosecuzione), indennità di disoccupazione universale (in parte a carico delle imprese) e un «salario minimo» per quanti non rientrano in un contratto nazionale di categoria.
Tutte proposte dunque di parlamentari con carriere precendenti nella Cgil. E si può anche capire (l'esperienza fa competenza). Il problema, come spiega il responsabile economia del Pd, Stefano Fassina, è che «queste sono proposte presentate a titolo individuale», non la posizione ufficiale del Pd. Più recente e articolata, non «opposta», che prevede: contratto di apprendistato della durata di 3 anni con agevolazioni fiscali per la stabilizzazione, eliminazione degli oltre 40 contratti «atipici», eguale costo del lavoro per i contratti precari residui (in modo da non avvantaggiarne la prosecuzione), indennità di disoccupazione universale (in parte a carico delle imprese) e un «salario minimo» per quanti non rientrano in un contratto nazionale di categoria.
Problema ulteriore. I tecnici del ministero non parlano di «contratto unico», ma solo di «prevalente». Uno più importante degli altri, insomma... quanti? e quali?
Nemmeno una parola, invece, sul «merito», sul peso delle relazioni industriali devastate negli ultimi anni, a partire da quell'«art. 8» dell'ultima manovra firmata Berlusconi che consente di fare accordi «in deroga ai contratti e alle leggi». Che Tiziano Rinaldini, della Cgil emiliana, prova a sintetizzare così. «Non si capisce che fine fa il carattere vincolante del contratto nazionale. C'è inoltre una spudorata incentivazione verso accordi che si firmano solo se i lavoratori dicono sì alle richieste delle imprese. Ma anche una struttura contrattuale che assegna per principio ai nuovi assunti salari, diritti, tutele minori».
Nemmeno una parola, invece, sul «merito», sul peso delle relazioni industriali devastate negli ultimi anni, a partire da quell'«art. 8» dell'ultima manovra firmata Berlusconi che consente di fare accordi «in deroga ai contratti e alle leggi». Che Tiziano Rinaldini, della Cgil emiliana, prova a sintetizzare così. «Non si capisce che fine fa il carattere vincolante del contratto nazionale. C'è inoltre una spudorata incentivazione verso accordi che si firmano solo se i lavoratori dicono sì alle richieste delle imprese. Ma anche una struttura contrattuale che assegna per principio ai nuovi assunti salari, diritti, tutele minori».
La partita che si giocherà nelle prossime settimane è dunque una di quelle «epocali», perché «c'è un salto di qualità democratica». Impossibile infatti parlare di «nuovo mercato del lavoro» senza fissare per legge i criteri della rappresentatività sindacale, impedendo che «sigle» con rappresentività minoritaria firmino accordi rifiutati dalla maggioranza. E appare esercizio retorico parlare di «ammortizzatori sociali universali» (eliminando dunque cassa integrazione e mobilità) senza mai chiarire il grado di copertura di questi eventuali assegni né dove si andrebbero a prendere le risorse per finanziarli.
Lo sfondo è chiaro. La crisi ha creato una enorme «fame occupazionale», che viene sapientemente utilizzata - dalle imprese, dall'Europa liberista, quindi anche dal governo - per stabilire livelli e standard che poi varranno per tutti. A cominciare da quella «responsabilità dell'impresa rispetto ai lavoratori che ha assunto» che viene ridotta a poco o nulla. La Fiat di Marchionne è lì, parametro di riferimento e sogno o incubo per tanti.
Francesco Piccioni
tratto da Il Manifesto del 3 gennaio 2011
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