Porto: Infracapital, il fondo che può decidere il destino di una generazione di livornesi

Il nostro articolo sulla bomba finanziaria che può esplodere a Livorno. Infracapital, soggetto finanziario britannico, sta trattando l'acquisto della GIP di Negri che detiene pezzi importanti del porto di Livorno. Scenari e domande per un futuro portuale che rischia di mutare velocemente

La notizia che il fondo di private equity Infracapital sta trattando la maggioranza, fino all’80%, di GIP, facente capo al gruppo Negri, non riguarda certo il rapporto tra un soggetto imprenditoriale genovese e uno finanziario inglese. Ma, vista l’importanza che il gruppo Negri ha a Livorno, per la partecipazione all’80% in Tdt e una partecipazione e un ruolo decisivi in Cilp (Compagnia Portuali), la notizia assume caratteri cubitali. In poche parole la situazione è questa: una trattativa tra privati a Genova può avere effetti seri a Livorno. Non solo, se si guarda agli assetti complessivi di un territorio, la vicenda può avere riflessi maggiori a Livorno che a Genova. Riflessi talmente seri da determinare, se guardati in prospettiva, il futuro di una generazione di livornesi. Andiamo, come di consueto, per gradi per raccontare bene questa storia. I cui capitoli sono: le trattative, la natura del fondo Infracapital che potrebbe acquistare Negri, il tipo di operazioni finanziarie tipiche che possono incidere sul territorio, le ricadute, che riguardano sia la governance che la politica, su Livorno.

La storia. Già in autunno, trovando riscontro nella stampa locale e in quella di settore, avevamo parlato della vendita delle quote di Tdt, da parte del gruppo Negri (che detiene l’80% delle quote del terminal) e dell’impatto che quest’operazione avrebbe portato su Livorno. In termini di spostamento degli equilibri economici, e delle sedi decisionali, che riguardano la città. Allora la risposta alla stampa, interlocutoria, del gruppo Negri fu che il tentativo di vendita di Tdt stava in una logica di realizzo di capitale da investire nella Darsena Europa. Dopo pochi mesi, lo scenario è diverso: il bando per la Darsena Europa ha visto rinviata la sua scadenza mentre Negri, secondo la stampa genovese, sta trattando la vendita dell’80% di GIP, la holding finanziaria del gruppo, a un fondo inglese, Infracapital.  Ma, anche qui, lo scenario è molto diverso, rispetto a settembre, solo per chi prova a sopravvivere sonnecchiando. I campanelli di allarme c’erano. Già a settembre, lo stesso Negri aveva rilasciato al Secolo XIX una intervista dove affermava che stava trattando con fondi, anche stranieri, la cessione anche del 50% di CIP

http://www.trasportoeuropa.it/index.php/home/archvio/14-marittimo/15268-gip-cerca-soci-per-genova-e-livorno-

darsena-toscana-altoGli scenari. L’obiettivo ufficiale, di questa trattativa, era la ricerca di liquidità sia per investire a Genova che nella Darsena Europa. Insomma, la bomba, su Livorno si preparava mentre nella nostra città, oltre alle solite dichiarazioni minimizzanti, al massimo si faceva il totonomine. Alla vigilia di Natale, sulla stampa di settore e poi su quella locale (ligure e toscana), è cominciata a circolare la notizia della possibile vendita, da parte del gruppo Negri, dell’80% di Gip al fondo di private equity inglese Infracapital. Negri ha ammesso l’esistenza di trattative ma non ha ancora parlato di chiusura dell’affare. Si tratta di una vicenda ampiamente da monitorare perché, se Gip passasse al fondo inglese, due asset strategici della città di Livorno (Tdt e Cilp), e non solo sul piano economico, passerebbero direttamente sotto controllo del gruppo britannico. Ammesso che Infracapital voglia investire nel nostro porto senza cedere a terzi, che poi dovrebbero far fruttare maggiormente il bene, le proprie eventuali quote di Tdt e Cilp. Oppure, se si trattasse di una classica operazione di fusione e acquisizioni, tutte le società di GIP (comprese Tdt e Cilp), una volta venduta, sparirebbero coinvolgendo i soci restanti. A favore di una ottimizzazione delle società del gruppo che può essere redditizia per chi investe ma anche molto dolorosa (in termini di perdita di posti di lavoro). Quello che finora è stato fatto filtrare dalla stampa, su tutta questa storia, è sostanzialmente tranquillizzante. Non appena la stampa locale si accorgerà poi che Infracapital ha, e ha avuto, come partner Goldman Sachs qualche giornalista locale penserà poi di essere in qualche serie tv di quelle che contano. Intanto noi cerchiamo di tracciare invece i contorni dello scenario che abbiamo davanti: cosa è Infracapital e quali posso essere le conseguenze per la città dai tipici comportamenti di un fondo del genere.

infracapitalCos’è Infracapital. Infracapital è classificata da Bloomberg, la principale agenzia di informazione finanziaria del mondo, come un fondo di private equity (http://www.bloomberg.com/research/stocks/private/snapshot.asp?privcapId=252151835) specializzato in mid-market (ovvero fare incontrare soggetti finanziari piccoli e grandi) e investimenti nelle utilities (acqua, luce, gas per capirsi), nell’energia, nei trasporti, nei porti, nelle comunicazioni e nella sanità. Ma cosa è, lo diciamo per togliere qualche equivoco, un fondo di private equity?  Prima di tutto non è un soggetto industriale con altro nome ma un soggetto finanziario. L’attività del fondo è principalmente finanziaria ed il suo obiettivo è quello di acquisire società, con i fondi dei sottoscrittori, per creare dividendi da redistribuire, con interessi, agli stessi sottoscrittori. La data di nascita, 2005, del fondo non è un particolare secondario. I fondi non sono come le aziende, che vengono fondate senza porsi il problema del loro termine, magari passando di generazione in generazione (aspetto, ad esempio, che nella cantieristica tedesca piace alle autorità federali che oggi preferiscono quest’ultimo tipo di soggetto, per fare le navi, rispetto ai fondi di private equity). Il ciclo di vita dei fondi è invece determinato dalla tipologia di investimento scelto, dai quella dei ritorni per gli investitori e dalle scelte dei sottoscrittori. Ci sono, ad esempio, fondi che durano al di sotto di 10 anni.  Una delle prime cose che dovrebbe capire la politica livornese, se Infracapital diventasse così strategica a Livorno, è il ciclo di vita del fondo. Perché eventualmente investire in darsene, project financing (Infracapital è in project financing sanitari toscani e nel people mover dell’aeroporto di Pisa) e poi dover dismettere per realizzare, secondo le strategie finanziarie del fondo, può avere ricadute economiche, sull’organizzazione del lavoro, e sul numero di occupati, non indifferenti sul territorio.  Ad esempio, nel settore portuale inglese, Infracapital, in partenariato con Goldman Sachs, ha dismesso quasi tutta la propria partecipazione in  Associated British Ports a favore di un fondo pensione canadese

https://www.ft.com/content/83cecaee-d777-11e4-94b1-00144feab7de

Un comportamento del genere è da prevedersi, nel caso, anche in Italia e in Toscana: un fondo di private equity deve ottimizzare le risorse finanziarie vendendo ad altri soggetti finanziari. Non ha vocazioni industriali è un soggetto per fare soldi con i soldi, le infrastrutture sono solo quel passaggio tecnico che rende possibili le (complesse) transazioni finanziarie.  I punti critici da monitorare, specie per una politica che pare finora vivere in un mondo a parte, riguardano gli effetti del ciclo di investimento di un private equity sulle infrastrutture, ad esempio risparmiando su forza lavoro, e quelli del ciclo di disinvestimento, sempre sull’impiego di forza lavoro. I private equity non producono, dati alla mano, solo disoccupazione. Ma se lasciati liberi di pascolare, da una politica addormentata, possono produrre perdita di posti di lavoro in entrambi i cicli (investimento e disinvestimento) e scomparsa della ricchezza prodotta (grazie al decentramento di sedi fiscali nel solito Lussemburgo o in qualche isola inglese). Quanto alla proclamata autonomia che i private equity lasciano al management in loco sulla scheda di Bloomberg da noi citata si parla della tendenza di Infracapital a prendere direttamente il controllo delle infrastrutture ritenute strategiche. Quindi, nel caso, se da noi investiranno vorranno comandare, se non vorranno comandare disinvestiranno velocemente. Il resto è retorica da ufficio stampa. Per quanto riguarda l’Italia nel complesso, Infracapital, che non è una entità finanziaria a parte ma è il settore infrastruttura di un grosso fondo immobiliare inglese M&G (a sua volta collegato con il gruppo assicurativo britannico Prudential), è sbarcato nel nostro paese per fare project financing: dalla sanità ai trasporti alle prigioni costruite con i fondi privati https://realestate.ipe.com/news/infrastructure/mgs-infracapital-takes-stake-in-italian-ppp-portfolio/10013241.fullarticle

livorno-dall-aereoAlcune domande. Mettendo tra parentesi la questione del destino delle prigioni costruite con fondi privati, un disastro sociale con rivolte che in Gran Bretagna mancavano da tempo in quel settore e proteste persino del personale penitenziario, l’eventuale arrivo di Infracapital a Livorno pone alcune domande. La prima è se il fondo è interessato più a fare private equity –investire per poi avviare un ciclo di dismissioni- o direttamente a cedere le partecipazioni eventualmente ereditate e Livorno. Comunque vada, si tratta di questioni vitali a Livorno dove il porto, nel complesso, è l’unica azienda forte del territorio. La seconda è quella del project financing: va capito quanto Infracapital ne vuol fare a Livorno, dove e in previsione, eventualmente, il destino del project stesso visto che Infracapital non pare affatto il soggetto che gestisce servizi su una darsena per un trentennio.  Sono domande serie, che la politica deve sapersi porre, sapendo esercitare il proprio ruolo pena la spoliazione della ricchezza del territorio.  Altra domanda seria, che la politica non deve mancare di farsi nell’ottica della tutela del territorio, è quale futuro assume, in questa prospettiva, il traffico della cellulosa che ci risulta redditizio. E quello, sempre nell’ottica della redditività, del traffico containerizzato. Lasciare campo libero al privato, senza capacità di interdizione, su tutti questi temi, da parte del pubblico significa farsi cannibalizzare, in pochi anni, ricchezza senza neanche sapere come è avvenuto tutto questo.

I poteri sulle banchine. Altra questione, non secondaria, è la questione del destino dei poteri pubblici sulle banchine. Se Infracapital venisse a Livorno, e si confermasse la linea per la presidenza della Autorità Portuale scelta da Del Rio, lo scenario di governance reale del porto sarebbe di fatto composta un soggetto privato forte che sta a Londra, con sedi fiscali chissà dove, e un presidente che fa parte, come ammesso da operatori nel settore, di una rete di dirigenti ministeriali messi a capo di singole AP per rispondere direttamente al ministro, centralizzando al massimo le decisioni. E Livorno? Alla città al massimo toccherebbe il gioco di ruolo del discutere all’infinito della proibizione dei botti di capodanno perché sarebbe, in questo scenario, completamente tagliata fuori da ogni decisione reale. O, nel miglior caso, sarebbe qualcosa che è in forte minoranza a casa propria.

Questo è lo scenario che puo’ calare su Livorno. Se cala questo ha le potenzialità di determinare il destino di una generazione di abitanti di questa città. Certo, il livello della politica ufficiale è tale da far presagire il peggio. Vediamo invece se, alla lunga, prevarrà l’istinto di sopravvivenza. Istinto che spunta quando meno te lo aspetti.

redazione, 3 gennaio 2017

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