A prendere freddo da qualche altra parte. Vasco Brondi annuncia l’ultimo tour

“E’ uscito il pezzo nuovo delle luci. Non è molto bello ma lo adorerò.”

“A me piace?”
“Boh, non penso.”

Non ascoltavo con attenzione o interesse Le luci della centrale elettrica dal 2011, dalla terribile cover di Emilia Paranoica. Mistica” mi è piaciuta abbastanza, probabilmente perché mi ha ricordato quando ascoltavo Vasco Brondi con preoccupante ossessione e continuità: è stato un ascolto rassicurante. Al tempo ho serenamente ignorato Costellazioni e Terra quasi solo perché rappresentavano un immaginario che non mi interessava più. Basta coi cantautori della sconfitta che inseguono (e perdono) ragazzine, gli anni dieci impongono una seconda (o terza) giovinezza fatta di luci diverse e tatuaggi sulla faccia. Poi mi sembrava grottesca la scelta di voler imparare a cantare, di voler arrangiare le canzoni con gli archi e le cose tribali, di crescere. Un collega (molto peggio di lui, in tutto) diceva che gli eroi son sempre giovani e belli. Essere cantautore generazionale non contempla l’evoluzione, credo. Da un certo punto tutte le mie opinioni su LLDCE erano basate sul pregiudizio e su due righe lette in giro.

“Bravo Vasco con questa nuova”
“Si, non pensavo. Purtroppo mi piace molto”

Dopo pochi giorni Vasco Brondi annuncia la fine del progetto LLDCE, dopo dieci anni. Prima un ultimo tour. E una data a Firenze. La cosa mi ha colpito un po’. Non per una questione musicale, sicuramente continuerà, scriverà un libro, farà un reading o scriverà delle colonne sonore per dei film indipendenti. Ma perché segna una fine.

A questo punto l’ennesimo pezzo sulla chiusura delle luci si scrive da solo e tutti lo scriveranno.
Di come Canzoni da spiaggia deturpata abbia segnato l’abbandono delle discoteche rock per comprare un taccuino e una chitarra. O di come, nel momento in cui le semi-grandi band del panorama alternativo italiano erano avviate a diventare i nuovi Pooh, Vasco abbia dato il via ad una generazione nuova di personaggi vestiti uguali che suonano la stessa canzone. Di come, per tutti noi che viviamo la provincia come un orizzonte ed un limite, sia riuscito a raccontare questo orizzonte, dando respiro al grigio che abbiamo intorno (oppure dentro). Ma anche di come sia stato un conforto, una malinconia, un appiglio e uno sguardo avanti in un mondo che è, per necessità altrui, un eterno presente.

Alla fine degli anni zero ascoltare LLDCE era la ricerca di una dimensione collettiva della solitudine vissuta con un orizzonte di ciminiere, chiuse. La provincia rende grigi e piccoli e crea delle dinamiche di sopravvivenza che si autoalimentano. Diventano folklore e identità: la lotta armata può essere fatta solo al bar. Al netto della possibilità di fuga, che non è per tutti e non riesce a tutti. Non è così semplice fuggire dai cantieri delle case popolari. Se scegli di restare hai solo il momento semi catartico di trovare chi racconta il tuo (piccolo) mondo e scoprire che è possibile condividere storie e che ogni esperienza esiste anche altrove, dove viene raccontata e ascoltata.

Vasco Brondi non è stato il miglior scrittore possibile ma è stato universale: quello che ci piaceva de LLDCE era la capacità di parlare per immagini, prima che lo storytelling diventasse un obbligo. Bastano pochi tratti: non serve raccontare tutto perchè quel tutto lo conosciamo benissimo e lo viviamo.

“Alla fine mi ha accompagnato un po’”
“Ci ha accompagnato nel cambiamento, penso”

LLDCE è stata la colonna sonora (o almeno parte di essa) del non essere più abbastanza giovane ma non rinunciarci. Idealmente la fine delle luci è la fine della giovinezza (simbolica, visto che quella fisica non finirà tanto presto). Dovrebbe essere un momento catartico e terribile. Ma è solo uno dei tanti momenti che ci accompagnano. Anche per questo dovrebbe esserci una canzone.

“E andiamo a vedere le luci della centrale elettrica

[…]Andiamo a vedere i cantieri delle case popolari dai finestrini dei treni ad alta velocità.

Trasformiamo questa città in un’altra cazzo di città.”

Per Senza Soste, Luis Vega

 

Previous La grande scommessa del governo sui bond e la prigione tecnologica del reddito di cittadinanza
Next Il Cage si illumina. Toto Barbato racconta la nuova stagione del locale livornese

You might also like

Suoni

Capire gli anni ’10. Bello Figo “dabba” un paese stanco

Intorno al 2012 Gucci Boy fa uscire “Mi faccio una seGha”. “uno più uno uomo non fa sei / entro nella stanza e mi faccio le seghe / entro nella

Visioni Suoni Letture

Tempesta perfetta. Nove interviste per capire la crisi

Si chiama Tempesta Perfetta, è la prima prova editoriale della Campagna Noi Restiamo, pubblicata da Odradek, raccoglie le interviste di dieci economisti – Riccardo Bellofiore, Giorgio Gattei, Joseph Halevi, Simon Mohun, Marco Veronese Passarella, Jan Toporowski, Richard Walker, Luciano Vasapollo, Leonidas 

Visioni

Rassegna cinematografica: “Storie di rifugiati”

Comincia stasera, venerdì 13 gennaio, una nuova Rassegna Cinematografica dell’Associazione Don Nesi Corea, che ogni mese, dal 2003, organizza questo ormai storico cineforum. Una Rassegna dal titolo STORIE DI RIFUGIATI,