Recensione: il nuovo libro di Alberto Prunetti, “108 Metri”

Arrivo alla lettura del nuovo libro di Alberto Prunetti poco dopo avere letto, in colpevole ritardo, l’epopea storica di PCSP e quasi in contemporanea con l’altrettanto appassionante lettura del libro di Cecco Bellosi sulla Resistenza, Sotto l’ombra di un bel fiore, quindi già immerso fino al collo nell’epopea orgoglioso e malinconica dell’eroismo proletario, epopea che spesso deve fare i conti con la rabbia di una sconfitta certamente messa in preventivo, ma non per questo meno amara. Parlando questo ultimo libro di Prunetti di avvenimenti contemporanei, la chiave malinconica e farsesca non può che essere quella predominante già dall’inizio, visto che i nostri anni sono quelli della sconfitta già ampiamente vissuta e subita, sono la  fase della lotta di classe in cui sono i padroni a vincere, anzi a stravincere e goderne apertamente.

La cifra che però distingue lo scrittore maremmano dalla massa di lagnosi intellettuali di sinistra italici  che piangono per la fine del sogno rivoluzionario, sulla scomparsa dell’operaione senza macchia e senza paura, standosene di solito però con le chiappone ben sedute sulla poltrona lussuosa che si sono guadagnati col loro accodarsi al coro ideologico predominante,  il tratto che accomuna libri come Amianto, PCSP, l’ultimo 108 metri è l’orgoglio e la consapevolezza, anche nella sconfitta e quando ci si dibatte nella sfiga, lottando per non soccombere.

La sfilata di Working Class Heroes, che accompagnano lo scrittore nella sua odissea di cervello in fuga verso il sotto lavoro precario e malpagato nella perfida Albione, è la sfilata di una ciurma di piratoni che non sono disposti ancora a mollare, che combattono ancora, mai domi, anche senza speranza, anche se sono soverchiati dal Capitale, dalla Multinazionale, dall’ Entità, dal padroncino piccolo – borghese che cerca di bidonarti con la chimera dell’identità nazionale, che non inganna certo il nostro eroe che solidarizza coi suoi pari di classe, non certo col connazionale che lo sfrutta o con l’immigrato arricchito che lo vorrebbe recitare la macchietta dell’italiano pizza mandolino ammore.

Nelle orecchie del pizzaiolo, pulisci cessi, cameriere e sguattero Alberto, risuonano imperiose sopra ogni cosa le imprescindibili parole del decalogo del babbo Renato (solo le parole,visto che gli attrezzi da lavoro che vorrebbe donargli non passano il metal detector dell’aeroporto):

Dai una mano ai tu’ soci. Sciopera. Non leccà il culo al capo. Non fa’ il crumiro. Non infierì se ti tocca menà. Non prendertela troppo coi pisani, so’ umani anche loro. Diffida dei quattrinai.

Se uno studiato ti chiama signore, mettiti col culo al muro

Come si vede sono massime universali, che il buon lavoratore avrà modo di apprendere nella sua rude giovinezza toscana, già evocata in Amianto e qui ribadita ben bene per non sbagliarsi, giovinezza rude di campi di periferia, studio (troppo secondo il metro di giudizio di Renato e i suoi amici), incontri con rivoluzionari ignoti e noti (come Padre Balducci), allenamento al precariato nel meraviglioso mondo del turistico stagionale, fino all’esaurimento della pazienza e alla partenza per le Isole Britanniche. Forse sarà proprio l’aria britannica a fare virare la narrazione dalla malinconia irridente, lontanissima dalle atmosfere elegiache della commedia italiota, da ovi sodi e cose belle varie, al surreale carnevale grottesco sopra indicato, che pesca a piene mani nel realismo grottesco di scuola free cinema, come hanno notato in molti citando giustamente  Ken Loach, che è però il tratto distintivo di molti prodotti britannici letterari, televisivi, cinematografici (dal teatro di Osborne all’umorismo goon di Sellers & Milligan, al devastante surrealismo dei Monty Python) che di solito hanno in comune, tra l’altro, la presentazione di personaggi proletari vitali, aggressivi, orgogliosi della propria provenienza e identità, per niente disposti a farsi mettere i piedi in testa anche se sconfitti in partenza, esattamente come babbo Renato e il suo degno erede,

Se si sprofonda o se ci si salva, lo si fa tutti insieme, nel frattempo si vive collettivamente anche la quotidianità oppressiva e umiliante, ridendoci sopra anche amaramente, non ci si rinchiude in nessun isolamento che non sarebbe splendido, nemmeno quando, come il cuoco Silver (un nome perfetto per un pirata) si ricorre alla farmacologia, ma la si passa subito all’amico perché ne faccia uso anche lui.

Naturalmente non è che ci sia possibilità di riscatto reale, la situazione è quella che è, il ritorno a casa ti fa sbattere il naso ancora più crudamente contro la fine del tuo mondo, che ritrovi peggio di come l’hai lasciato, solo per il fatto che lo rivedi dopo che è passato del tempo : qualcosa ti sei portato dietro, un mondo diverso e uguale al tuo, una lingua diversa con cui sogni e con cui puoi tentare una nuova strada, delle storie da raccontare.

Solo però dopo aver accompagnato Renato per l’ultimo viaggio, ennesima vittima di un profitto disumano e bestiale, come già è stato raccontato n Amianto.

Inviato a Senza Soste da Falco Ranuli

24 maggio 2018

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