Il reddito di inclusione approvato al Senato e il mito del sostegno attivo

Il reddito di inclusione sociale segue alcuni tagli al sociale stesso, copre solo una porzione di povertà e rischia di non produrre risultati

reddito-inclusione-socialeIl Senato della Repubblica, quello che Renzi voleva abolire, ha approvato una legge delega sul reddito di inclusione detta anche di “lotta alla povertà”. Il provvedimento è sia legato a criteri di razionalizzazione della spesa, di ristrutturazione dell’intervento amministrativo, che a propaganda elettorale e ad una vera e propria impostazione ideologica. Quella che vede una società che esiste solo nei media e in parlamento.

Cominciamo dal primo punto: l’approvazione della legge delega sul reddito di inclusione coincide temporalmente con il taglio di 50 milioni del fondo di autosufficienza e i 210 sul fondo delle politiche sociali. Ai quali vanno aggiunti i tagli su libri di testo, edilizia scolastica e sostegno all’affitto (su questa “aggiunta” la notizia è del Sole 24 ore). È evidente quindi che la legge delega sul reddito di inclusione emerge accanto tagli al sociale. Probabilmente si baserà su una razionalizzazione, leggi taglio complessivo, delle risorse esistenti. Non è quindi neanche un caso che si tratti di una legge delega che, appunto, delega al governo gli specifici decreti per mettere in atto la legge. Il rischio di vincolare, appena approvata la legge al senato, reddito di inclusione a nuove spese, con il governo sotto scacco dell’Europa su bilancio e banche, sarebbe troppo forte. La subalternità di maggioranza e governo alla richiesta di tagli alle spese sociali da quella che viene chiamata Europa non potrebbe essere più solare. Anche se a Bruxelles e Francoforte i tagli al sociale non bastano mai. Mentre ai partiti italiani, finché dura, basta la retorica di un futuro di “più Europa” e di chimere simili, proprio mentre si taglia, per auspicare nuovi scenari che non accadranno mai o perlomeno non in modo sereno e indolore.

L’impianto della legge delega prevede di sostenere il reddito di quasi due milioni di persone considerate in povertà contro almeno i cinque milioni che sono classificabili come poveri. Non è quindi una politica che riguarda un settore sociale ma solo una sua frazione, presumibilmente quella più in basso, secondo le politiche del “sollievo” e del “segnale” tutte di centrosinistra. Politiche che non intervengono sulla complessità sociale ma sono su una frazione di popolazione, mobilitando la propaganda, sortendo impatto zero (come dimostrano tutte le sperimentazioni in questo senso già avviate negli anni scorsi) ma cambiando il modo di amministrare la società. Già perché è proprio questa politica del bonus che cambia l’amministrazione, la sua organizzazione, le sue gerarchie. A livello di stato centrale come di periferia amministrativa. Già perché il reddito di inclusione non viene, se le deleghe del governo entrano in vigore, semplicemente erogato alla ristretta platea degli aventi diritto. Ma l’ “incluso”, per poter beneficiare del reddito, secondo la filosofia del provvedimento, dovrà far parte di un progetto, ispirato da altri progetti simili europei tra l’altro meglio finanziati e assistiti, dove deve dare tutte le garanzie di impegno a un comportamento “responsabile”, ad accompagnare i figli a scuola, a sottoporli alle vaccinazioni, a seguire corsi di formazione e ad accettare eventuali proposte di lavoro. Non ci vuole molto a capire che l’”incluso” passa di fatto a vedersi tanti diritti (compresi quelli politici) diventare carta straccia, ad essere di pilotato nella vita personale da un gruppo di esperti nonché ad essere ostaggio delle proposte di lavoro che gli verranno fatte. Anche perché, non potendo rifiutare certe proposte (come avviene in altri paesi) l’”incluso” sarà ostaggio di agenzie di formazione, governo e impresa.

Tutto questo per quanti soldi al mese? Secondo diversi media “fino a 500 euro il mese”. Insomma niente che faccia uscire dallo stato di povertà ma che in compenso fa entrare in uno stato di vigilanza. Ma da parte di chi? Secondo diversi interpreti della legge delega si dovrebbe seguire la linea di sperimentazioni del recente passato per favorire l’“inclusione”. Ovvero la costituzione di “équipe multidisciplinari”, composte dai servizi sociali dei comuni e da addetti ai servizi per il lavoro, allo scopo di capire come risolvere i problemi di natura economica di nuclei familiari in povertà. Allo scopo, si prevede il rafforzamento dei servizi comunali, che potranno (ma qui va capito come e dove) assumere assistenti sociali. Per la ricerca attiva del lavoro, magari una volta attivate équipe del genere, dovrebbero essere assunti 600 tutor del lavoro (a loro volta precari) sul territorio nazionale. Su un complesso di un milione e settecentomila persone da seguire la cifra appare oltretutto largamente insufficiente. Ma, ad occhio un minimo attento, appare sufficiente per capire il tipo di ristrutturazione delle amministrazioni locali e nazionali che si vuol favorire. Una sorta di messa al lavoro a rete, tra pubblico e privato, non sulla popolazione ma su un target di popolazione (messo a fuoco da esigenze di bilancio, di lavoro amministrativo, di propaganda nazionale) dove esiste un vertice del monitoraggio (con elementi di amministrazione nazionale, locale, universitaria, assessori, imprese)  che dirige i peones,  a contratto precario, dell’intervento attivo vero e proprio. Insomma una struttura gerarchica, potenzialmente ostaggio delle imprese, con una base di precari per mantenere una parte di società nello stato di povertà in cui versa. L’indicazione neoliberista dello stato che fa meno ma fa meglio, ripresa su Twitter anche dai governi Renzi e Gentiloni, del resto è proprio questo: concentrare i propri interventi su una parte della società, una frazione della fascia di povertà. Mentre il resto della società è ritenuto in grado di cavarsela da solo, nonostante gli indici di mobilità sociale siano tutti verso il basso, o comunque lasciato ad gestire le proprie risorse private quando ci sono.

Dal punto di vista ideologico viene da sorridere: la legge delega sul reddito di inclusione mette alla ricerca attiva del lavoro persone in zone dove il lavoro mancherà per una o due generazioni quando non è deputato a scomparire nella forma che abbiamo conosciuto sino all’inizio del secolo. Eppure l’ “incluso” dovrà comunque cercare lavoro, monitorato da esperti e seguito da un tutor (che avrà il compito di stimolare almeno un migliaio di casi simili). Se si comincia a guardare la società per come sarà nei prossimi anni è evidente che l’alternativa alla ricerca di un lavoro inesistente (o ad una assunzione capestro pena la perdita del sussidio) non è la passività. Tutte le forme di attività sociale, in una società che deve prendere cura di sé stessa non immolarsi per un mercato che non produce più ricchezza, sono utili. Quelle finalizzate alla ricerca di un lavoro, inesistente se non nocivo, servono solo ad alimentare uno stato inutile ed ideologico che si concentra solo su pochi settori di popolazione, garantendo qualche carriera interna, qualche rendita di posizione di qualche azienda e riproducendo precariato.

La logica di provvedimenti, come la legge delega sul reddito di inclusione, è quindi ideologica, punitiva e furbescamente improntata a favorire gli squilibri tra regione e regione. Basti guardare i criteri che favoriscono parte di finanziamenti pubblici alle università che producono più laureati nella propria regione. Regioni come la Calabria sono penalizzate rispetto alla Lombardia, visto il tasso storico di disoccupazione. Così una parte di finanziamenti, quelle governate con questi criteri, vanno alle regioni più ricche. Proprio quando le regioni più povere ne avrebbero maggior bisogno. Nella legge sul reddito di inclusione vi è quindi implicito tutto un meccanismo premiale che favorirà, dal punto di vista economico, chi ha fatto più “inclusi” rispetto a chi ne avrà fatti meno. Non sarà difficile, a quel punto, fare una carta geografica che vedrà regioni come l’Emilia, in grado di fare più “inclusi”, prendere più bonus e più progetti finanziati di inclusione, di regioni come la Sardegna. Insomma anche la povertà della povertà, quella talmente povera da essere oggetto del nuovo welfare, vedrà delle discriminazioni al proprio interno.

Inutile ricordare che la storia della rivoluzione industriale è piena di Poor Act che hanno peggiorato le condizioni dei poveri oppure favorito le loro condizioni di internamento. Sta accadendo anche in questa epoca di rivoluzione industriale digitale. Certo, a una politica ignorante quanto arrogante interessano solo i prossimi cinque minuti. Bene, i prossimi cinque minuti ci dicono che questa legge delega, se diventerà operativa prima della fine della legislatura, serve a tenere un mercato del lavoro adeguato al livello del Job Act. A lavoro precario e condizionato deve seguire sostegno precario e condizionato. Le garanzie sociali, per essere tali, dovrebbero invece far uscire dal precariato ma se lo permettessero salterebbe il Jobs Act e, comunque, tutta la miriade di contratti miseria previsti da governo e parti sociali. Il centrosinistra, in qualsiasi forma, non commetterà questo errore non c’è da dubitarne. Il centrodestra in queste cose è una certezza di squilibrio sociale, tra i grillini regna la confusione (della loro proposta di reddito di cittadinanza niente è chiaro) mentre il paese avanza verso una stagione economica che può essere stagnante come diventare devastante. Tertium non datur. Eppure la sfera pubblica si accende  quando si parla di abolizione dei vitalizi, di inchieste e di arresti. Come se l’uccisione di un qualche capro espiatorio, che è sempre un fatto puramente simbolico anche quando la vittima è reale, cambiasse davvero qualcosa.

redazione, 10 marzo 2017

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