Il Renzi-bis si chiama Gentiloni

gentilonitratto da Contropiano

Era ampiamente previsto ed è accaduto. Sergio Mattarella ha convocato Paolo Gentiloni al Quirinale per le 12.30, per conferirgli l’incarico di formare il nuovo governo.

Se ne parlava da giorni e il nome era già stato anticipato da tutte le fonti di stampa possibili, che avevano potuto assistere alle “consultazioni parallele” che avvenivano a Palazzo Chigi mentre il Presidente della Repubblica conduceva quelle “istituzionali”. In pratica, Renzi ha voluto far sapere a tutti che anche il nuovo governo è il “suo”, e che dunque non molla affatto le mani sul potere. Messaggio per addetti ai lavori, mentre – sempre dagli stessi giornali di regime – si fa fotografare in quel di Pontassieve (residenza privata) con tanto di titoli “torno a casa davvero”.

Sciocchezze e “scortesie” istituzionali che poco cambiano nel quadro generale. Paolo Gentiloni, ex rutelliano, ex Margherita, ministro degli esteri solo dopo che Federica Mogherini era stata lanciata sulla poltrona di “Lady Pesc” (ministro degli esteri dell’Unione Europea), è forse il più incolore tra i molti papabili dell’entourage stretto di Matteo Renzi.

Nella sua lunga carriera può vantare una clamorosa sconfitta alle primarie Pd per la candidatura a sindaco di Roma, superato facilmente nientepopodimeno che da Ignazio Marino.

Gentiloni insomma è l’uomo giusto per tenere canda la poltrona, senza troppe pretese di protagonismo, in attesa che “il caro leader” ricostruisca una narrazione credibile per potersi presentare “rinnovato” alle prossime elezioni politiche. L’enfasi sull'”io torno a casa davvero” è un pezzo dello storytelling in fase di costruzione per ricostruirsi e ricostruirgli l’immagne devastata dal risultato del referendum.

Dal punto di vista istituzionale, detto freddamente, non c’erano probabilmente molte altre soluzioni (nome del presidente del consiglio a parte), visto che il Pd controlla la maggioranza assoluta dei deputati alla Camera e un terzo ei senatori. Quind qualsiasi governo senza il Pd era semplicemente impossibile, a meno di una clamorosa spaccatura in quel partito. Che è, sì, dilaniato dalle ambizioni personali e/o di corrente dopo il disastro nel referendum, ma pur sempre popolato da vecchi o nuovi marpioni del potere che non hanno alcuna intenzione di suicidarsi separandosi in questo momento.

Bisogna infatti ricordare che in questo momento non c’è una legge elettorale utilizzabile per rinnovare il Parlamento. E’ uno dei risultati del “genio” di Rignano sull’Arno, che ha imposto l’Italicum per la sola Camera a colpi di maggioranza, senza metter mano a una legge “omogenea” per il Senato, nella convinzione ottusa che al referendum avrebbe vinto e che, quindi, non sarebbe servita.

Di fatto, l’Italia geneticamente modificata da Renzi e Napolitano è l’unico paese del mondo che non più più neanche andare a nuove elezioni. O, perlomeno, che possa andarci con la ragionevole speranza di eleggere comunque un governo (Camera e Senato avrebbe al momento certamente delle maggioranze differenti, impedendo di fatto qualsiasi esecutivo durevole).

Di questo disastro, ovviamente, ben pochi osservatori fanno cenno; o lo addebitano chiaramente al “duo malefico” che negli ultimi tre anni ha spinto questo paese sulla via disegnata dalla Troika, mentre la fanfara della “narrazione” creava fondali di cartone con su scritto “crescita”, “occupazione”, “semplificazione”, “efficienza”, “merito”, ecc.

Renzi dunque resta una carta da giocare nel breve termine per continuare questo gioco. Ma il risultato del referendum la rende assai meno efficace di prima; la straordinaria maggioranza della popolazione (non solo periferie, giovani, precari, mezzogiorno, ma anche laureati, professionisti, partite Iva) ha infatti bocciato clamorosamente l’intera politica del governo appena dimesso.

Vedremo dalla lista dei ministri quanto il Renzi-bis chiamato Gentiloni sarà una fotocopia dell’originale o una “discontinuità” anche solo minima.

Di certo, le scadenze internazionali che attendono il nuovo “esecutivo del sì” (sarà sostenuto apetamente solo dai gruppi parlamentari che hanno perso la scomessa referendaria) non saranno agevoli. O perlomeno non permetteranno di continuare a raccontare la favoletta delle “politiche espansive, per la crescita e l’occupazione”.

Come ricordava ieri Ferruccio De Bortoli sul Corriere della Sera

La legge di Bilancio, che contiene finalmente misure importanti di stimolo agli investimenti oltre ai provvedimenti per la ricostruzione e l’emergenza immigrati, non è priva di spese dirette a conquistare (con scarsa fortuna) il consenso. Il prossimo governo dovrà trattare con Bruxelles modifiche non banali.

A marzo, insomma, bisognerà mettere in cantiere una “manovra correttiva” che cancellerà tutte le promesse infilate nella legge di stabilità appena approvata, e che dovevano servire a comprare consenso referendario.

Anche Renzi, e soprattutto Pier Carlo Padoan, lo sapevano benissimo, perché Bruxelles non aveva affatto nascosto le sue – diciamo così – “perplessità davanti a spese una tantum per pensioni minime, bonus vari, “80 euro” buttai qui e là, ecc. Ma pensavano o speravano di poter affrontare la correzione da una posizione di forza ormai acquisita. La vittoria del “sì” avrebbe infatti fossilizzato un assetto costituzionale tutto sbilanciato a favore dell’esecutivo. Anche protestare, insomma, sarebbe diventato più difficile, tendenzialmente “illegale”. Come avevano provato a spiegare, le “zone rosse” dichiarate dal governo sarebbero state allargate fino alla porta della vostra (e nostra) casa.

Ma con questa crisi e il cambio di premier, comunque, si rompe pesantemente anche la “narrazione” che aveva precariamente gestito il rapporto tra establishment e popolazione negli ultimi tre anni. Quel pasticcio molto berlusconiano tra tagli alla spesa e “riforme” contro il lavoro (Jobs act, “buona scuola”, pubblica amministrazione, ecc), tra sottrazione di diritti esigibili e piccole regalie temporanee, non può più andare avanti. E non solo perché – per tutto il tempo che ci separa dalle prossime elezioni – mancherà l’apporto del “grande attore” che ha dominato gli schermi televisivi negli ultimi tre anni.

Non c’è però una “narrazione di riserva”. E dovranno rispolverare il lettian-montiano “lo vuole l’Europa”. Che da parte sua farà sentire nuovamente la mano dura, anziché quella temporaneamente tollerante.

Un’opposizione sociale e politica seria, antagonista e di sinistra effettiva, come quella messasi in moto per il NO al refrendum, ha largo spazio per attivare il “blocco sociale”. Che ha già fatto il suo votando per impedire la controriforma reazionaria e golpista, ma che chiaramente ha bisogno di molto di più.

11 dicembre 2016

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