Reportage dal Kurdistan iracheno con il popolo Yazida

A view of the center of Shingal city from a roof of a semi-destroyed house in the former, used since few months ago as a kurdish PKK front-line position against ISIS attacks.

L’aeroporto internazionale di Suleymania (Slemani in Sorani), nella Regione Autonoma del Kurdistan Iracheno è molto tranquillo, passare i controlli è veloce ed in pochi minuti la città si rivela nella sua veste notturna fuori dall’hangar dei voli internazionali. Un bus navetta gratuito porta al parcheggio appena fuori l’area aeroportuale dove, Azad, un curdo del Rojava che lavora nella città come volontario di una ONG internazionale, ci accoglie dandoci il benvenuto . Il viaggio verso le terre degli Ezidi in Iraq è iniziato. Sono territori martoriati da conflitti millenari ed ultimamente dalla furia di Daesh attraversati da migliaia di persone in fuga da agosto 2014, quando il 74° genocidio nei confronti degli Ezidi ha avuto inizio. Si parla di 74° in quanto, la stessa popolazione ezida, tende a conteggiare nei vari momenti storici, il numero di violenze e massacri che essa ha dovuto subire. Gli Ezidi sono una delle minoranze religiose presenti in Iraq, ai quali Daesh permette soltanto la conversione all’Islam in alternativa alla morte; non sono considerate persone degne di vita. Ai Cristiani viene invece concessa la salvezza, mediante pagamento di una tassa
(in arabo jizya) o anch’essi con la conversione immediata.

A Slemani, in attesa dei permessi per poter attraversare la regione montuosa di Shingal, a maggioranza Ezida,  attraversiamo le vie della città antica. Ci sono numerose scritte sull’uguaglianza di genere, contro la violenza sulle donne e la solidarietà ed uno in cui una bambina insegna ad un soldato seduto, l’importanza dell’amore. Tutti temi fondamentali ed attuali per il mondo curdo.
La mattina d’ un venerdì d’inizio primavera in Iraq, il lungo viaggio  verso la città  di Dohuk, nel nord dell’Iraq, ha inizio, tra paesaggi montuosi di rara bellezza e vasti territori collinari, nella regione che ha dato i natali alla civiltà umana, la Mesopotamia .
All’altezza dell’ingresso alla città, dove ogni macchina viene fermata per alcuni controlli dai militari Peshmerga del PDK (Partito Democratico Del Kurdistan)  un lungo convoglio di mezzi militari turchi attraversa il posto di blocco. “Si preparano per l’invasione della regione di Shingal”, afferma sconcertato il tassista Ibrahim, mentre si avvicina lentamente al checkpoint. La frase costituisce l’esordio di un timore costante generale per i giorni seguenti.
La città è caotica, in giro quasi esclusivamente uomini, qui l’influenza del PDK di Massoud Barzani, attuale presidente del Kurdistan Iracheno, è evidente.  L’area è molto diversa da Slemani, governata dal partito rivale del Kdp, il Puk (unione Patriottica del Kurdistan) dove al mercato le voci di donne, bambine e uomini fanno perdere l’orientamento per il fracasso.

Il check point fra la regione di Sinjar e Duhok si trova a poco più di un’ora di macchina dalla città, a ridosso del ponte sul fiume Tigri ed a pochi chilometri dal grande campo profughi UNHCR a maggioranza Ezida. Questo controllo è una vera e propria frontiera interna al Kurdistan Iracheno, che rappresenta uno dei vecchi confine tra Iraq e Regione Autonoma Curda, che da l’accesso ad un area ufficialmente occupata da forze affiliate al PDK ed al PUK ma contesa da svariati anni con il governo centrale di Baghdad. Si notano infatti la presenza della polizia federale irachena affiancata ai Peshmerga. L’attesa in quest’area è lunga, decine di sigarette rompono il respiro e la nebbia la fa da padrona. L’attesa viene rotta dalle voci di alcuni appuntati che contano su camioncini di passaggio le pecore addossate su rimorchi di fortuna, intascando  una tassa obbligatoria da mani scolpite dai calli della fatica di sopravvivere.

La regione di Sinjar è una vasta pianura semi desertica, dominata dalla montagna considerata sacra dalla popolazione Ezida, che si sviluppa in direzione est/ovest con l’estremità occidentale che sconfina nel territorio dell’attuale Rojava, (nord della Siria), amministrata da un ampia varietà di etnie differenti, in conformità col pensiero del Confederalismo Democratico sviluppato da Abdullah Ocalan, leader del Partito Dei Lavoratori Del Kurdistan (PKK).

Questa zona è anche in gran parte controllata dalle  Unità di Resistenza di Shingal (YBŞ) e dalle Unità Femminili Ezide (YJS), entrambe parti integranti della Unione Delle Communità Curde (KCK), organizzazione che riunisce tutti i gruppi che si rifanno al pensiero di Abdullah Ocalan. Entrambe le milizie sono infatti alleate delle Forze Di Difesa popolari (HPG), braccio armato del PKK.

Prima di accedere al ventre della montagna, il viaggio nelle terre Ezide fa tappa in un villaggio di rilevante importanza, Khana Sor. Qua, all’inizio del mese di Aprile, durante una manifestazione pacifica, la popolazione locale è stata attaccata dai Rojava Peshmerga, militari curdi provenienti dal Rojava e dipendenti dal Ministero degli interni del Governo Regionale Curdo dell’Iraq, che hanno ferito ed ucciso alcuni civili, tra i quali anche una giornalista curda Nuzhian Arhan. La popolazione manifestava contro la presenza violenta dei numerosi Rojava Peshmerga che da metà marzo hanno preso posto sul territorio sotto gli ordini delle forze militari del PDK, creando tensioni e scontri a fuoco con le Unità Di Resistenza di Shengal. mossa che agli occhi della popolazione locale è sembrata dettata dal volere politico delle autorità della Regione Autonoma del Kurdistan Iracheno di isolare l’esperienza di autodeterminazione dei territori Ezidi, legata indissolubilmente al confinante Rojava. Ciò ha in qualche modo rafforzato l’isolamento delle amministrazioni del Rojava, chiudendo così anche l’unico corridoio di aiuti che arrivano costantemente nella regione di Shingal.

Il Benvenuto al compound delle YBS nella città è dato dall’immancabile tè e da ripetuti sorrisi di benvenuto. Il comandate Heval Shingali si unisce a noi, dopo una notte di guardia nonostante la stanchezza e la situazione di tensione; nonostante ciò con il sorriso onnipresente si occupa della nostra sicurezza in ogni minimo dettaglio, con umiltà porta sulle spalle l’orgoglio di aver salvato migliaia di ezidi nell’Agosto del 2014, quando ha collaborato ad aprire una via di fuga verso il Rojava per la popolazione ezida in fuga dalla violenza cieca dell’ISIS.

Possiamo lasciare il villaggio, attraverso strade bianche arriviamo al primo checkpoint del PKK che si trova alle pendici dell’imponente catena montuosa. Lasciamo alle spalle la gigantografia di Abdullah Ocalan dipinta a mezza costa, e saliamo verso la sommità della montagna, dove qualche migliaio di persone sono accampate da tre anni.

Il panorama è impressionante, l’alta vallata che si apre fra le due creste della montagna pullula di tende dalle coperture impermeabili e di piccole case tradizionali. Il vento è forte e fa ancora freddo, l’inverno qui a quasi 1500 metri di altezza deve essere stato davvero difficile. La situazione è complicata per i civili che letteralmente resistono da anni nella propria terra, parte integrante del retaggio culturale stesso della popolazione. Ricevono aiuti soltanto dal Rojava. Il genocidio continua non solo con la linea del fronte a pochi chilometri a sud, ma soprattutto con un embargo che chiude dentro una morsa la popolazione della Siria/Rojava che gli abitanti dell’area di Shengal, nel silenzio assordante della comunità internazionale.
Incontriamo Serwan, che in curdo significa, colui che difende la famiglia. La sua casetta tradizionale sembra un’abitazione ecologica da manuale, la ha costruita con le proprie mani: mura spesse di terra coperte con orditura di travi di legno mentre un tendone UNHCR è usato per rafforzare l’impermeabilizzazione della copertura superiore. La sua voce è ferma, parla inglese ma lo ha dimenticato molto dopo il massacro del 2014, questo è solo uno degli effetti del trauma subitoE’ straziato per non essere riuscito in quei giorni terribili del massacro a difendere la famiglia.

Apprendiamo che ha delle figlie più grandi, probabilmente rapite ed ancora nelle mani dei jihadisti. La conversazione dopo molti minuti è interrotta dalla sua voce rotta dall’emozione:
Perché la comunità internazionale non si interessa delle donne rapite e vendute come schiave sessuali? dei nostri bambini che sono addestrati per diventare bombe umane? Dove è il diritto? dove è stata cacciata l’umanità?”

Con l’inizio del genocidio niente potrà essere come prima, la riconciliazione con le popolazioni arabe ed i musulmani dell’area è un processo difficile, così come con chiunque abbia tradito la fiducia della popolazione ezida. I peshmerga hanno lasciato le loro postazioni, nascosto le armi per non farle usare come difesa, ad esempio. Tutti nel ventre della montagna di Shengal sono pronti a scherzare sul coraggio da loro dimostrato.

La città di Shengal è in fondo al versante sudest della montagna, lungo la strada che porta all’abitato sono numerose le carcasse di auto incendiate da ISIS. Reperti della fuga di civili di tre anni fa . Per entrare in città dobbiamo essere registrati al controllo dei Peshmerga, un tè, qualche sigaretta e arriva il permesso. Andiamo ospiti da una delle 150 famiglie ritornate in città dopo la liberazione. Sono solo in quattro: Una famiglia lacerata dal massacro. Germania e Usa sono, in questo caso, i paesi d’accoglienza degli altri membri che hanno deciso di andarsene dal territorio

E’ certamente una resistenza sociale quella delle famiglie in città, che solo con la loro presenza su quel territorio ancestrale, difendono il senso di una comunità che rischia di dissolversi. Una resistenza che è resa possibile grazie all’aiuto delle milizie di resistenza ezide, che hanno salvato l’esistenza di un’antichissima comunità e continuano tenacemente a difenderla. Le stesse che nell’Agosto del 2014, riuscirono in pochissime unità ad aprire una via di scampo verso il Rojava alla popolazione civile, salvando migliaia di persone stremate dal caldo, dalla sete e dalla fame.
Il centro storico di Shengal è un cumulo di macerie e l’odore della morte ancora pervade l’aria. ISIS ha riempito i muri della città e l’interno delle case con scritte che inneggiano alla Sharia ed alla “pulizia religiosa”. L’occupazione di Daesh è durata poco più di un anno, fino a novembre 2015 ma l’ombra della sua presenza si aggira ancora nelle strade del centro, soprattutto intorno al vecchio ospedale centrale della città. Qua, durante l’occupazione dello Stato Islamico, la moglie di un dottore locale aveva il compito di redigere un report dettagliato sulle donne ezide rapite dai militanti del gruppo, in modo da offrirle successivamente al mercato sessuale delle città occupate dai miliziani. All’interno dell’ospedale semidistrutto, ma oggi ancora attivo in alcune delle sue strutture, le scritte di quei ricordi non sono ancora scomparse. L’ospedale è oggi gestito, a quanto pare, dalle autorità del governo centrale iracheno. In città quasi tutti sanno cosa è avvenuto dentro all’ospedale, ma chi oggi lavora al suo interno, fornisce risposte evasive in merito a quanto accaduto in passato.  Risaliamo la strada tortuosa verso le tendopoli nel ventre della montagna dopo l’esperienza dell’ospedale. Ci fermiamo in una di esse e la prima accoglienza ci è data da alcuni bambini. Molti di essi vanno nelle scuole autorganizzate dagli stessi abitanti delle tende. Qua si insegna la lingua madre del popolo ezida, il curdo Kurmanj. Le famiglie sono restie a considerarla tale, dato che storicamente l’assimilazione alla lingua araba è stata ben inculcata dalle scuole del governo centrale.

Le giovani maestre che insegnano in queste scuole svolgono quindi un lavoro volontario ed importante in questo campo, dato che non sono pagate e gli unici aiuti finanziari che arrivano provengono dalla zona confinante sotto embargo del Rojava. Anche dal punto di vista della sanità, le condizioni sono le medesime rispetto al fattore istruzione. Ogni aiuto proviene direttamente dalle autorità oltreconfine mediante volontari, che ogni volta rischiano la propria vita attraversando il confine per poter entrare nell’area di Shengal. Grazie al sostegno di alcune combattenti del PKK sono state inoltre costruite due cliniche ambulanti nella città a valle. Le incontriamo nella loro postazione su di una delle sommità della montagna, al “media center”, bombardato la mattina del 25 Aprile dall’aviazione Turca. Loro stesse ci confermano che le famiglie che ancora vivono nella città, generalmente si rivolgono a queste strutture da loro controllate.

La resistenza civile sulla montagna è pronta per chiedere l’autogoverno, è organizzata da gennaio 2015 con un Consiglio eletto che ha contatti con Bagdad ma da cui non è ancora stato formalmente riconosciuto. Heval Ezidi è , il portavoce del Consiglio spiega che “ Il partito di Barzani che controlla la regione del KRG è assolutamente contrario agli Ezidi, da quando ha vinto le elezioni nel 2013 la nostra situazione è peggiorata.  Il PdK, anche in questo territorio abitato per l’80% da ezidi, ha supportato i clan musulmani, finanziandoli ed armandoli in funzione espressamente anti ezida. I peshmerga non ci hanno difeso, hanno abbandonato le divise ma non ci hanno permesso di prendere le armi per difenderci dalla furia di Daesh, ci sono stati episodi in cui dei peshmerga ezidi sono stati uccisi dai loro stessi compagni.“

Il fronte di guerra non è lontano dalla tendopoli: a nord est la strada principale che collega Iraq, Syria e Turchia è stata ripresa dalle YBS/YJS. “Lo stato Islamico e la Turchia, erano soliti usare questa strada per scambiare petrolio con armi” ci spiegano alcuni combattenti YBS. “Oggi per poter fare ciò, ISIS , deve fare un percorso più lungo; lo abbiamo documentato! mandano armi e ricevono petrolio”.

Ci lasciamo alle spalle l’esperienza del Confederalismo Democratico e le pratiche della gestione collettiva del contesto sociale a cui il Consiglio di Sinjar si attiene.
Non molto distante, ma oltre la frontiera, c’è uno dei luoghi luogo più antichi del mondo, secondo le credenze Ezide “ la prima terra emersa”, Lalish, dove gli Ezidi festeggiano la fine dell’anno e l’inizio del nuovo. L’angelo Pavone, il più importante dei sette angeli della cosmogonia Ezida, è colui che ha creato questa comunità, Ezidi si è per nascita, non è accettata la conversione.

Il rito inizia lasciando le scarpe in auto, vicino al villaggio c’è un ponte che i fedeli devono attraversare tre volte correndo, tre sono anche i nodi nei fazzoletti e tre volte si lancia un fazzoletto, all’interno del tempio principale del luogo sacro si entra invece senza calpestare la soglia. L’architettura è rispettata, baciata nelle sue parti strutturali come ingegno dell’essere umano ma anche i tronchi degli alberi come elementi naturali e le pietre sono oggetto di amore. I festeggiamenti per il nuovo anno durano due giorni, il rito più sacro e spirituale è quello della fine dell’anno quando tutti i rappresentanti religiosi sono presenti nell’area sacra e compiono con i fedeli i riti tradizionali; oltre a ciò  ricevono chiunque voglia parlare ed essere benedetto da loro. Il giorno del “nuovo inizio” la processione verso il tempio non si ferma, nei piccoli vicoli si fa fatica a passare,  una gioia incontenibile pervade l’aria.

E’ arrivato il momento di lasciare Lalish e l’Iraq e come tutti gli Ezidi venuti in pellegrinaggio, per più di quattro ore siamo rimasti bloccati in un ingorgo senza saperne la causa. Un ragazzo si avvicina a noi, unici occidentali presenti, ora potete capire meglio che cosa significa essere Ezidi, il Governo non si preoccupa di noi, non hanno mandato ancora nessuno ma sanno benissimo che aspettiamo un anno per festeggiare questo giorno. E’ stato così anche all’inizio del genocidio, se non fosse stato per il PKK saremmo morti tutti. Questa è una situazione pericolosa, neanche un militare, polizia del traffico, nessuno. Saranno le autorità religiose di Lalesh che risolveranno il problema con l’aiuto di alcuni fedeli, cercando di smaltire il traffico verso una strada alternativa alla principale. Così dopo svariate ore ed il rischio concreto di perdere il volo di rientro per l’Italia, riusciamo a raggiungere con serenità l’aeroporto internazionale di Erbil e rientrare alle prime ore del mattino seguente a Roma.

Articolo di Ezidxan & Shardanazad, corrispondenti nell’area per Senza Soste

Previous 20 maggio 1970: lo Statuto dei Lavoratori
Next Ong, migranti, trafficanti, inchieste. Tutto quello che c’è da sapere

You might also like

Nazionali

La grande scommessa del governo sui bond e la prigione tecnologica del reddito di cittadinanza

La vicenda della nota di aggiornamento del Def, che sfocerà nella legge di stabilità vera e propria, ha rivelato diverse difficoltà della politica istituzionale. Sia quella al governo che quella

Editoriali

Le Pen, Merkel, Trump: tutta politica interna italiana

Inutile provare a concentrarsi sul dibattito politico degli attuali cartelli elettorali: tra la polizza assicurativa intestata alla Raggi, e le decise indecisioni di Renzi, di politico c’è poco. C’è il

Locali

L’11 settembre di Livorno

A Livorno l’11 settembre è, più banalmente, il giorno dopo il 10 ovvero quella data a partire dalla quale si cerca di farsi un’idea del bilancio e delle prospettive di