Rinnovato il contratto della scuola, ma la dignità dei lavoratori è ancora lontana

Dopo mesi di stallo, con un’improvvisa accelerata, l’8 febbraio scorso è stato rinnovato il contratto per il comparto “Istruzione e ricerca”. Al termine di una notte di trattative i sindacati confederali CGIL, CISL e UIL hanno apposto le loro firme superando nove anni di mancati rinnovi. Non hanno firmato GILDA e lo SNALS, la cui segretaria Elvira Serafini ha parlato di “tradimento delle aspettative dei lavoratori” e ha rivolto aspre critiche sia al governo “che ha presentato una bozza di contratto di 179 pagine alle 4 del pomeriggio e preteso la firma immediata” sia agli altri sindacati “con cui lo SNALS è rimasto al tavolo fino alle 8 di mattina per cercare di convincerli a prendere tempo. Come si fa a firmare un testo di tale portata senza conoscerlo prima?”. Critici anche i sindacati di base (vedi qui il comunicato dei Cobas e l’intervista al portavoce di USB, Luigi Del Prete). Al contrario, ha espresso ampia soddisfazione la FILC CGIL che fino a poche settimane fa tramite il suo segretario Francesco Sinopoli valutava appena all’inizio il negoziato con l’ARAN (Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni) e prematura l’ipotesi di una firma. “Di fatto – affermava in un’intervista del 22 gennaio Sinopoli – è stata affrontata solo e in senso molto lato la parte sulle relazioni sindacali, mentre sono ancora del tutto inesplorati molti altri argomenti come la docenza, gli Ata, la parte normativa, gli educatori e la parte economica. Tutti temi di grosso spessore che necessiteranno inevitabilmente di tempi discussione approfonditi”.

Ha prevalso invece un’improvvisa fretta di chiudere, nonostante il segretario della FILC CGIL avesse dichiarato irricevibili alcune richieste dell’ARAN. Si parlava infatti di una proposta datoriale che oltre a non garantire un reale miglioramento economico, avrebbe peggiorato ulteriormente le condizioni della categoria, introducendo, tra i vari punti, l’aumento delle ore dedicate alle attività funzionali della scuola a parità di salario, la formazione obbligatoria non retribuita, l’aumento del potere dei dirigenti a danno della collegialità scolastica. Chiaramente le proposte erano così irricevibili da non poter essere prese in considerazione, soprattutto in tempi di campagna elettorale nazionale e di rinnovo delle RSU. E così, in parte, è stato. La firma del contratto si è infatti concentrata quasi esclusivamente sull’aspetto economico e sul ripristino della contrattazione su alcune materie che vi erano state escluse con la Buona Scuola. I casi “spinosi” e le proposte “irricevibili” (vedi formazione, alternanza scuola-lavoro, nuovo codice disciplinare) sono stati rinviati a dopo le elezioni.

A conti fatti, dopo 9 anni di mancati rinnovi che hanno causato una notevole perdita di potere d’acquisto da parte di docenti e personale ATA (vedi qui), l’aumento sancito è stato concordato, come annunciato da mesi, sugli 85 euro lordi, “irrobustiti”  da una parte dei fondi che la Buona Scuola destinava al bonus docenti sul merito, generando così aumenti che potranno variare (Anief parla in media di circa 4 euro netti in più)  fino a un massimo di circa 110 euro (lordi) per chi si trova vicino alla fine della carriera.

Accelerando i tempi della firma e privandosi di un dibattito con i lavoratori coinvolti, si è quindi chiuso, dopo  nove anni di attesa, un contratto che si limita a preservare e recuperare una parte dei diritti dei soggetti operanti nelle scuole e nelle università. Un’operazione conservativa che, anche in virtù delle pressioni dei sindacati di base, ha presumibilmente evitato ulteriori danni ai lavoratori del settore, ma che mal si associa con lo slogan “Su la testa!” che riecheggia a tinte forti sul sito della FILC CGIL, intento a celebrarne la firma. Dopo non esser riusciti a respingere in blocco i principi della Buona Scuola, aver accettato aumenti lontanissimi dalla dignità retributiva di cui si è riempita la bocca la stessa ministra Fedeli, parlare di successo per aver introdotto il diritto alla disconnessione, tanto per fare un esempio, appare ridondante visto che complessivamente il contratto apporta semplici correttivi che non rappresentano certo un risultato che “rilancia il protagonismo dei lavoratori”. Anche perchè, come fa notare l’USB, nell’art.26 del nuovo contratto si dispone che i docenti concorrano alla realizzazione del piano triennale dell’offerta formativa tramite attività di insegnamento, di potenziamento, di sostegno, di progettazione, di ricerca, di coordinamento didattico e organizzativo, confermando quell’indirizzo per cui “tutti i docenti potranno essere utilizzati in piena libertà dal Dirigente Scolastico, senza alcun rispetto delle professionalità acquisite e nel totale arbitrio gestionale”.

La sensazione è che governo e sindacati abbiamo “giocato” a farsi una guerra dopo che avevano già definito i contenuti dell’accordo definitivo. Il governo aveva infatti l’esigenza di portare a casa senza un eccessivo sforzo economico un contratto che interessava 1.200.000 elettori e inizialmente ha fatto la voce grossa su aspetti impresentabili agli occhi dei sindacati. Questi ultimi hanno potuto agilmente sostenere una linea dura finché questi aspetti, come era prevedibile, sono venuti in parte a mancare. A quel punto hanno accettato senza traumi quella parte economica già ribattezzata mancetta e siglato l’accordo, ovvero ciò che interessava maggiormente al governo per darsi lustro in campagna elettorale. Il contratto dovrà ora passare dal voto dei lavoratori, ma è già prossimo alla scadenza, visto che riguarda il triennio 2016-2018. Dopo le elezioni si aprirà quindi una nuova stagione di trattative e per gli insegnanti la riproposizione di un obiettivo che in questi anni è stato sempre e solo un miraggio: far sì che le loro condizioni siano adeguate alla media degli altri paesi europei. Intanto il 23 febbraio “si festeggia” con uno sciopero.

Redazione

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