Rojava: un sogno di libertà

Riportiamo la traduzione in italiano del secondo articolo di Giacomo Sini per il giornale finlandese Ny Tid

Il fotografo italiano Giacomo Sini ha documentato per tre anni la vita dei curdi del Rojava in Turchia, e come rifugiati in Europa. In un reportage, racconta della sua odissea con i curdi ed i racconti delle persone incontrate durante tutto il percorso.

Era un sabato sera dell’autunno 2014, quando vidi su un canale televisivo turco l’immagine della bandiera nera dello Stato islamico che sventolava su una collina vicino al confine siriano con la Turchia. Giorno dopo giorno, le notizie di cronaca riferivano della situazione sempre più grave nel Rojava. La situazione umanitaria nella regione era catastrofica e capii da subito che potesse essere una questione di  breve tempo prima che IS controllasse l’intera area. Ero stato sulla stessa frontiera due anni prima, come ospite di amici curdi. Il pensiero che i miei amici potessero vivere lo stesso terribile destino di altri che avevano toccato con mano le violenze delle milizie jihadiste mi terrorizzava. Non ho esitato per un secondo: era d’ obbligo tornare al confine per documentare gli eventi e dare una mano. Mi sentivo in dovere di tornare in Kurdistan.

Erano gli inizi di ottobre, quando atterrai in territorio turco. A 26 ore di autobus da Istanbul, mi sono ritrovato nella città di Suruç appena oltre il confine con la Siria, di fronte alla città sotto assedio di Kobane. La Turchia aveva appena chiuso il confine, L’ISIS avanzava a nord e migliaia di curdi erano catturati tra i fucili jihadisti e il filo spinato del confine. Stava per essere messo in atto un massacro di civili, davanti agli occhi silenti della comunità internazionale
“Ci siamo precipitati al confine con le milizie dello stato Islamico che avanzavano rapidamente nella città”, mi raccontò Jasmina*, una giovane curda di Raqqa incontrata durante i miei primi giorni in uno dei piccoli villaggi di confine fuori Suruç.
“I combattimenti erano intensi, ma i militari turchi non ci lasciavano passare. Coloro che hanno tentavano di attraversare il confine venivano presi di mira e colpiti. E ‘stato terribile vedere quelle scene”.
Grazie alla pressione attiva della sinistra rivoluzionaria turca e curda, delle organizzazioni per i diritti umani e con varie azioni dirette tese a sfondare i fili spinati, la Turchia finalmente aprì il confine dopo alcune terribili notti passate all’ addiaccio nei pressi delle barriere divisorie.
“Migliaia di persone erano in pericolo e la Turchia era divenuta in breve tempo centro dell’interesse di alcuni media internazionali che si erano accorti della difficile situazione. Il governo turco non poteva permettere a tutte queste persone di morire con i fari mediatici puntati sugli occhi”, spiega Jasmina.
“L’IS ci aveva quasi raggiunti. Se non fosse stato per le coraggiose forze di resistenza curde e per le azioni degli attivisti provenienti da tutto il mondo, saremmo morti per mano dei jihadisti a causa dell’indifferenza della Turchia”.
Durante i successivi miei inveranli Il paesaggio che circondava Suruç fu dominato da campi profughi non ufficiali creati dal movimento di solidarietà, sostenuto dalle comunità curde circostanti. La Turchia, di contro aveva creato i propri campi profughi nei quali la lingua kurda era bandita ed ai bambini veniva permesso l’accesso a scuole speciali nelle quali si insegnavano solo in arabo e turco. La polizia militare turca – Jandarma – pattugliava quotidianamente le aree intorno alla città di confine con veicoli blindati, e l’esercito era al suo posto come osservatore su tutto il confine. Durante quei mesi invernali, le autorità turche non persero mai l’occasione di rendere la vita difficile alle persone che erano accorsi sul confine esprimendo concretamente solidarietà con i curdi in diverse forme. Sembrava che fossimo sotto costante sorveglianza, mentre poca attenzione veniva ormai data a ciò che accadeva dall’altra parte del confine.

Il rumore delle bombe e dei combattimenti in Rojava riecheggiava nei campi profughi, dove oltre 60.000 persone erano quotidianamente preoccupate per i loro cari che non erano riusciti a mettersi in salvo. La situazione umanitaria era tragica a e l’unico bagliore di luce che s’intravedeva lungo il confine era la solidarietà di tutti coloro che mostrare il loro sostegno alla popolazione curda. Il lavoro di solidarietà era organizzato dal basso, e tutti i soggetti coinvolti avevano ruoli ben definiti.

Il punto focale di ciò che fu l’immenso lavoro di solidarietà è stato sicuramente il centro culturale curdo “Amara” della città di Suruç. Qui, venivano spesso ospitati rappresentanti dei media internazionali ed attivisti da tutto il mondo, coordinando in modo assembleare il lavoro di supporto. Ad Amara ho incontrato studenti, lavoratori e gente del posto che spontaneamente ha propagato la rivoluzione sociale che aveva avuto luogo in Rojava anche nei territori turchi – una strenua difesa della rivoluzione pagata anche a caro prezzo, con la perdita della vita.
E ‘stato in occasione di una giornata piena di festeggiamenti per la liberazione della città Kobanê che ho deciso che era tempo per me di attraversare il confine. Migliaia di persone intorno a me piangevano lacrime di gioia e si abbracciavano. Ricordo i fischi e gli applausi che accolsero l’innalzamento di una gigantesca bandiera con i colori de Rojava, su una delle alture della città di Kobane, ben visibile dalla Turchia. Dopo diversi mesi di convivenza con queste persone, passati ad ascoltare le loro storie e condividendo l’esperienza della solidarietà lungo il confine, era per me importante capire meglio perché il progetto del Rojava  e la sua vittoria significassero così tanto per loro.
Un immenso deserto di macerie, coperto dall’odore acre del fumo lasciato in città dopo mesi di battaglie accoglieva chiunque passasse il confine entrando in Rojava. Anche se la guerra continuava a sud della città, a Kobane era in atto un eroico tentativo della popolazione rimasta nell’area di tornare a una sorta di normalità. Non era un processo facile, quelle strade erano colme di dolore. Alcuni dei rifugiati rientrati dalla Turchia, si erano semplicemente spostati da una tenda lasciata nel territorio anatolico ad una nuova in Rojava vicino alla propria abitazione, completamente distrutta dai pesanti bombardamenti e combattimenti avvenuti in città.
Ma nonostante la situazione disastrosa e le continue battute d’arresto, tra i pochi residenti della città prosperava uno spirito indistruttibile di redenzione, lotta e speranza per il futuro. E ‘stata questa l’atmosfera che mi ha fatto prendere la decisione di documentare per lungo tempo la situazione dei curdi, e accompagnando anche chi aveva preso la decisione di partire verso nord cercato di ricostruirsi una nuova vita in Europa.
Ma la strada per la salvezza verso il nord è diventata purtroppo per molti solamente un modo per sostituire un carcere all’altro. Dopo un lungo viaggio attraverso la Turchia e la Grecia, i più sono rimasti bloccati al confine con la Macedonia, accolti da una nuova recinzione di filo spinato, da soldati con un’altra divisa pronti a sparare su chi osava rompere uno dei baluardi più meridionali della fortezza Europa. Ancora una volta una vita passata in tendopoli improvvisate nel villaggio greco di Idomeni. Il ricordo di quei giorni è dominato da forti piogge e tende sommerse nel fango accompagnate da fredde notti invernali.

Ben presto arrivò il momento di scegliere tra una vita abbandonata nel limbo anonimo dei campi in Grecia ed un tentativo di rientrare in Rojava attraverso la Turchia. Va notato che la Turchia, nel frattempo, veniva scossa da un tentativo di colpo di stato militare che, una volta sedato, aveva imposto in tutta l’Anatolia uno stretto stato di emergenza, che colpì duramente le organizzazioni curde ei loro simpatizzanti della sinistra rivoluzionaria turca.
Migliaia di persone avevano nel frattempo perso la propria vita per la difesa della rivoluzione in Rojava, come quei giovani  uccisi durante l’estate del 2015, quando una bomba veniva fatta esplodere nel cortile centro culturale di Amara di Suruç, dove spesso avevo trascorso la notte durante il mio soggiorno sul confine. Ricordo ancora vividamente lo straziante dolore che ho provato quando ho scoperto che tra le vittime vi erano alcuni dei ragazzi e delle ragazze con i quali avevo bevuto tè, condiviso pasti e lunghe discussioni durante gelide notti invernali.

L’attacco al centro Amara aveva cambiato l’atmosfera tra gli attivisti rivoluzionari curdi e Turchi  in Anatolia. Lo stato di terrore del governo turco rosicchiava lentamente l’entusiasmo e con le sue misure eccezionali ed i continui arresti, pressava continuamene lo spirito rivoluzionario. Ciò ha reso sempre più difficile per varie organizzazioni lo spazio d’azione. E’ in questa situazione che, nel gennaio del 2018, la Turchia ha oltrepassato ulteriormente i propri limiti nelle politiche d’ aggressione contro i curdi attaccando militarmente l’enclave di Afrin in Rojava. Con questo attacco, è diventato impossibile per me continuare il mio progetto in territorio turco.
“Con l’operazione che Erdogan ha intrapreso territorio siriano e l’oppressione militare nelle aree curde della Turchia sud-orientale, non si è voluto solo per porre fine al movimento curdo di resistenza e solidarietà politica all’interno e nei pressi della Turchia, ma si è tentato una volta per tutte di distruggere l’ampia cultura curda, minando così tutte le future richieste curde di autonomia e le esperienze autogestione dei propri territori. Ma come ieri a Kobane contro l’ISIS, oggi ad Afrin nessuno riuscirà mai a distruggere il nostro esperimento politico!”
Queste sono state le ultime parole di un ragazzo curdo che sono riuscito a raccogliere nel mio progetto, sul finire del 2017, non lontano da quel territorio, il Rojava, che continua a resistere contro i continui attacchi esterni mediante una strenua lotta per la difesa di un progetto sociale e politico fondamentale per quelle aree e per il mondo intero.

Per Senza Soste, testo e foto di Giacomo Sini

Leggi la prima parte del reportage di Giacomo Sini: La mia odissea curda

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