Slot Machine e gioco d’azzardo a Livorno: di cosa stiamo parlando?

1) Affrontare la questione del gioco d’azzardo dal punto di vista delle ludopatie è come affrontare il consumo diffuso di marijuana dal punto di vista del mitico “lo spinello porta al salto verso droghe più pesanti”.  Intendiamoci, entrambi – i comportamenti definiti come ludopatia e l’assunzione di droghe sempre più pesanti cominciando da quelle leggere – sono questioni reali ma non sono la pietra angolare nè per comprendere nè per regolare  l’intero fenomeno. Il gioco d’azzardo, dalle forme tradizionali a quelle digitali, è più un fenomeno economico che di qualsiasi altro genere e la questione, come tale, va considerata.

Il gioco d’azzardo di massa assieme al consumo di droghe leggere, oltretutto, non riguarda le patologie ma comportamenti sociali diffusi che contengono alcuni comportamenti patologici. Affrontare questi comportamenti diffusi partendo dall’idea che ci si è, piuttosto schematicamente, fatta dei comportamenti patologici ovviamente non porta a nulla. Nè a sterilizzare i pericoli eventualmente presenti nei comportamenti diffusi nè a ridurre realmente il danno di quelli patologici. La questione della restrizione dell’orario di apertura dei locali che possiedono slot machine a Livorno è uno dei casi che aiuta a entrare in questo schema. Che poi è quello di una sorta di proibizionismo light, espresso con lo spot dei “piccoli passi per affrontare qualcosa proibendolo nei margini in cui è possibile”, che, invece, poco ha a che vedere col fenomeno che intende affrontare.

2) Certo, c’è un problema di fondo che non è solo livornese. Il Movimento 5 Stelle ha un approccio sia proibizionista che antiproibizionista in materia di comportamenti diffusi. Si dirà che tutto questo è coerente con l’atteggiamento “nè di destra nè di sinistra” verso ogni criticità sociale da parte del movimento grillino. Verissimo. Ma guardiamo come si combina questo approccio nel vasto mondo reale. Il Movimento 5 Stelle è favorevole alla legalizzazione delle droghe leggere. Benissimo, ottimo approccio antiproibizionista. Se vai a vedere il governo reale però ti accorgi che la sindaca Raggi, per l’estate romana, ha proibito il consumo dei cibi portati da casa, o comunque da asporto, nelle cabine degli stabilimenti balneari (Corriere della Sera, cronaca di Roma, 4 maggio). Insomma, combinato così ne viene fuori un approccio che, magari, prevede la libertà di fumarsi una canna nella cabina dello stabilimento balneare ma non quella di mangiarsi, con gli amici e nello stesso stabilimento, le penne all’arrabbiata. Per non dire che l’antiproibizionismo sul fumo, sul piano nazionale, si scontra, sempre a Roma, con il divieto di vendita di birra da asporto dopo le 24. Non è quindi un caso, se si va a vedere il governo reale di Roma, si nota ad esempio, nel centro storico, che c’è il divieto di fare il centurione ma rimangono le carrozzelle (con relative proteste degli animalisti). Allo stesso tempo mentre Fratelli d’Italia, che non pare essere una associazione di libertari, si lamenta che, a Roma, la Raggi emette troppi divieti, la stessa sindaca si è finora rifiutata di emettere Daspo urbani. Per non parlare della retorica del turismo come industria, difficile da sostenere quando lo stesso governo capitolino del Movimento 5 Stelle (Roma Today, 20 agosto) scioglie gli assembramenti notturni di persone che bevono una birra assieme per prevenire il formare di bersagli terroristici.

Questa miscela di provedimenti, e atteggiamenti, incoerenti tra loro, comunque sempre socialmente inefficaci, ha, ovviamente, una spiegazione. La prima è quella, vecchia come le municipalità, che ci sono associazioni che sanno farsi sentire presso i primi cittadini e altre no. La seconda è che si fanno provvedimenti, contradditori tra loro, per inseguire soprattutto umori dell’opinione pubblica che dovrebbero tradursi, finora lo hanno fatto, in consenso e voti per il M5S. La politica, in tutto questo c’entra davvero poco.

3) Detto questo andiamo a leggere la questione del gioco d’azzardo a Livorno come emersa, nelle scorse settimane, sulla stampa locale. Stampa che, parlando delle regole sulla restrizione dell’orario d’uso delle slot machine, commenta uno studio sulla spesa procapite a Livorno in materia di gioco d’azzardo. Senza contestare nè chi ha fatto questo studio, nè il metodo di ricerca adottato, guardiamo alla cruda cifra prodotta: a Livorno, procapite, si spenderebbe in gioco d’azzardo circa il 40 per cento in più della media nazionale. Viene da dire: se il dato “torna” si tratta di qualcosa di altamente naturale per un territorio come il nostro. Dove è alta la percentuale di abbandono scolatico, scontata la prevalenza dei contratti a termine rispetto al lavoro fisso nelle nuove assunzioni, molto alta la percentuale di invecchiamento della popolazione, altissima l’incidenza della morosità incolpevole negli sfratti e simile a quello del sud il tasso di disoccupazione giovanile. Sono tutti fattori collegati al gioco d’azzardo, a tutte le latitudini. Fattori che con la “malattia” hanno a che vedere, il liberismo porta sempre nuove patologie, ma soprattutto riguardano la trasformazione dell’economia di un territorio in subprime city ovvero in una città dove cominciano a prevalere debito diffuso, scarsa liquidità procapite, finanza ed economia di rischio. Tutti fenomeni dei quali il gioco d’azzardo è indice di assenza, o di declino, di benessere diffuso. Certamente a Livorno si è sempre giocato ma la presenza del gioco d’azzardo dell’epoca fordista aveva un segno (quello di un piccolo mondo, con propri linguaggi e regole, entro il benessere certo e diffuso) oggi un altro (quello della crescita dei volumi e delle tecnologie di gioco che si innestano nelle più complessive dinamiche territoriali dell’indebitamento e dell’economia precaria e di rischio).

Come si vede nessuno di questi dati riguarda tanto o solo patologie ma comportamenti e fenomeni diffusi per quanto non positivi (esclusa la questione dell’invecchiamento della popolazione che è un fenomeno serio ma complesso, non inquadrabile solo come negativo). Anche il gioco d’azzardo quindi va letto come un fenomeno diffuso, d’altronde prendendo i dati per buoni oltre 1.200 euro procapite l’anno in questo fenomeno non sono pochi, ma diverso da un fenomeno patologico. Ovvero, il gioco d’azzardo esprime una propria razionalità sociale alla quale i territori, in determinate condizioni, si adeguano. La prima verrebbe fuori solo incrociando i dati sul declino del potere d’acquisto dei salari, e degli stessi posti di lavoro, con quelli della crescita del gioco d’azzardo. Per fare un esempio, a livello nazionale, il primo anno di effetti della crisi (il 2009) coincise con un meno 5 per cento di Pil, negato come problema da Berlusconi, e con l’aumento del 120 per cento delle entrate da gioco di azzardo. Un fenomeno dettato dalla crisi ma anche più complesso della, già complessa, spiegazione in termini di patologia diffusa.

4) Il gioco d’azzardo è qualcosa di diverso da ciò che era nella società  fordista, fa infatti parte del più complesso processo di proletarizzazione della finanza di rischio. Il declino dei salari, in altri paesi prima che da noi, si è infatti incontrato con la necessità di prestiti, di attivazione della finanza di rischio “dal basso” di cui il gioco d’azzardo rappresenta un riflesso. Si tratta sempre di qualcosa legato alla dinamica del gioco ma in forme particolari. Scommettono infatti anziani, precari, padri di famiglia ma anche chi, in modo sistematico, tratta le scommesse come un affare della finanza di rischio. Quest’ultimo elemento, che fa uscire le scommesse dal fatto culturale per farle diventare fattore economico, è il più interessante per capire come il gioco sia diventato una forma, dal basso, di proletarizzazione della finanza di rischio a seguito del declino dei salari e del potere di acquisto. Certo, nel gioco c’è l’aspetto patologico, oltre a quello ludico, non razionalizzabile con il tentativo di fare soldi con la finanza di rischio. Ma c’è anche l’aspetto sistematico, incoraggiato da innumerevoli programmi e app, che è tutto da studiare nei suoi effetti economici e sociali. Accorciare di un’ora l’orario di apertura all’uso delle slot machine a Livorno, all’interno di un fenomeno del gioco d’azzardo così diffuso e sistematico non serve quindi assolutamente a nulla. Se non a quel segmento di elettorato, che chiede provvedimenti secondo le tipiche logiche confuse da social, che magari si placa per qualche settimana. Anche perchè non siamo nel ‘900, dove se chiudi un negozio interrompi un servizio. Siamo in un’epoca dove l’interruzione di un servizio è difficile, visto che le forniture per lo stesso servizio possono arrivara da ovunque, per questo diviene tanto meno credibile il provvedimento che riguarda la chiusura fisica.

Oggi le cose somigliano al periodo della nascita delle società della prevenzione del vizio che sono nate con l’economia industriale. Queste società cercavano di censurare una serie di vizi nuovi, oggettivamente nati o estesisi a macchia d’olio con l’industrializzazione di massa, senza toccare le radici economiche del fenomeno. La stessa questione, oggi, è affontare l’economia del gioco di azzardo con il solo approccio medicale alla ludopatia. Approccio che, tra l’altro, non disciplina nemmeno i comportamenti sociali visto che i fenomeni si riproducono a prescindere dal sistema delle proibizioni urbane, degli orari di apertura, in maniera molto molto più efficace che nel passato.

A Livorno, oltretutto, tanto più il lavoro, assieme al potere d’acquisto, si ritira dal territorio tanto più questo fenomeno del gioco d’azzardo è destinato a permanere sul territorio. Una questione da studiare. Livorno sa poco di sé stessa. Soprattutto perché ha completamente reciso, da molti anni, il rapporto tra ricerca e politica. La politica, di fronte a questi temi risponde alimentando un pò di miti: quello della cura dei patologici e quello della sorveglianza del territorio. Nessuna di queste pratiche è in grado di governare i fenomeni.

5) A cosa serve definire solo come patologico un fenomeno sociale? A inquadrarlo solo come problema medico, creando la superiorità morale di chi lo rappresenta in questo modo, alimentando, oltretutto, in forme moderne il mito del demiurgo  o quello di un potere politico paternale in grado di curare le criticità. Invece il residuo di potere politico presente è debole e chiede consenso a una opinione pubblica impaurita: nessuno dei due, se le cose rimangono così, è candidato a uscire da questa dimensione.

In finale, ed in estrema sintesi, vanno indicate almeno tre-quattro questioni pratiche. Tutte legate al mondo istituzionale. Di quelle che escono dal tema della cura e affrontano il gioco d’azzardo come economia di rischio.  La prima è delimitare bene dove, nell’intervento locale, è possibile fare qualcosa. Di diverso dall’effetto annuncio, che riguardi interventi legislativi possibili. Il secondo è quello di drenare quante più risorse possibili, con gli strumenti legislativi esistenti, per reinvestirle sul territorio. Non dimentichiamo che l’economia del gioco porta risorse finanziarie dal territorio verso l’esterno. La terza è quella di costruire un know-how che possa, sul territorio, offrire forme di gioco che intercettano una parte di questo flusso di denaro (sempre per reinvestire il tutto). La quarta è legata all’attivazione, assieme ad altri comuni, di una vertenza presso lo stato centrale per drenare un po’ di risorse, generate dal gioco d’azzardo, ai territori che le hanno prodotte. Un approccio pragmatico, che non esclude quello della cura, utile per territori, come il nostro, che hanno sete di risorse.

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