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41 anni dalla morte del "Che": CREARE DUE, TRE, MOLTI VIETNAM

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41 anni fa la CIA e i gorilla boliviani assassinavano uno dei più grandi rivoluzionari del XX secolo

Ernesto Guevara nasce il 4 luglio 1928 a Rosario, in Argentina. Soffre fin da piccolo per una forte asma che lo affliggerà per tutta la vita. La famiglia Guevara si trasferisce nel 1945 a Buenos Aires.

Nel gennaio 1950 parte per un primo viaggio in moto nel nord dell’Argentina, che accentuerà la sua voglia di conoscenza. Dal dicembre 1951 all’agosto 1952, con l’amico Alberto Granado, si reca in Cile, Perù, Colombia e Venezuela.
È il viaggio del film I diari della motocicletta. Nel 1953 si laurea in medicina e riparte, visitando Bolivia, Perù, Ecuador e Venezuela. Nel 1954 è in Guatemala, dove assiste all’abbattimento da parte dei militari sostenuti dagli USA del governo democratico di Jacobo Àrbenz, reo di aver progettato una legge di riforma agraria. Il tentativo di organizzare una resistenza fallisce ma questa esperienza ne radicalizza le convinzioni rivoluzionarie. Raggiunge il Messico ed entra in contatto con gli esuli cubani del Movimento 26 luglio, reduci dal fallito assalto alla caserma Moncada. Sposa la peruviana Hilda Gadea. Il 25 novembre 1956 si imbarca sul Granma, la barca sul quale 82 rivoluzionari partono dal Messico per dare inizio alla guerriglia a Cuba. Il 2 dicembre il Granma arriva sulle coste cubane. Ernesto descrive così l’episodio: «Quando siamo arrivati ci hanno fatto a pezzi. In tutto, compreso Fidel, rimanemmo solo in dodici. Fidel si alzò in piedi e disse «Sentite come ci sparano, sono terrorizzati. Sanno che la faremo finita con loro».

Comincia la guerriglia ed Ernesto diventa il “Che” per il suo intercalare argentino. Negli ultimi giorni del 1958 la colonna comandata da Guevara vince la decisiva battaglia di Santa Clara e il 2 gennaio 1959 entra a L’Avana. Il 2 giugno 1959 sposa la cubana Aleida March. Con una delegazione ufficiale cubana si reca in Medio Oriente, Asia ed Europa, incontrando Nasser, il Pandit Nehru, Sukarno e Tito. Il 29 novembre 1959 diventa presidente del Banco Nacional. Fidel ricorda: «Si cercava un economista e il Che si era offerto. Allora qualcuno gli chiese: «Tu sei economista?» e il Che aveva risposto: «No, io sono comunista».

Nel 1960 visita i Paesi del blocco sovietico. Si rafforza in lui la convinzione della necessità di un’unità tricontinentale (America Latina, Asia e Africa) e della lotta armata contro l’imperialismo.

Nel 1961viene nominato ministro dell’Industria, ma nonostante l’importanza del suo contributo per Cuba prevale l’impazienza di creare nuovi focolai rivoluzionari. Nel 1965 con un centinaio di cubani si reca in Congo (Zaire) dove a seguito dell’uccisione di Lumumba si era creato un movimento di lotta armata. Dopo circa sette mesi di combattimenti, avendo preso atto delle sfavorevoli condizioni oggettive, in accordo con i capi del movimento viene deciso di sospendere la lotta. Il Che si trattiene a lungo in Tanzania e in Europa Orientale e poi torna a Cuba.

La sua aspirazione è quella di portare la rivoluzione nel cono sud dell’America Latina, e in particolare nel suo Paese di nascita.

La situazione non permette però un intervento diretto e immediato in Argentina e il Che sceglie di recarsi in Bolivia. Fidel ricorda «Aveva chiesto la collaborazione di un gruppo di compagni, vecchi guerriglieri e anche di alcuni nuovi che erano stati con lui nello Zaire e poi l’appoggio per l’operazione. Noi gli demmo l’appoggio, anche se eravamo preoccupati dei rischi. Avremmo preferito che aspettasse lo sviluppo del movimento rivoluzionario in Bolivia, per unirsi ad esso in un secondo tempo». Il Che raggiunge il gruppo dei guerriglieri nel sud della Bolivia il 7 novembre 1966. Il primo scontro con l’esercito avviene il 23 marzo 1967. Il 17 aprile viene pubblicato il suo articolo scritto prima della partenza e passato alla storia per la frase «Creare due, tre, molti Vietnam».

Ma la situazione in Bolivia è molto più difficile del previsto. L’appoggio popolare è limitato e anche il capo del Partito Comunista boliviano (filosovietico) Monje, manifesta diffidenza e ostilità.

L’8 ottobre 1967 a Quebrada del Yuro i guerriglieri cadono in un’imboscata dell’esercito. Che Guevara, ferito e catturato, viene portato a La Higuera, dove il giorno successivo viene assassinato a freddo per ordine dell’agente CIA Felix Rodriguez.
 
Nello Gradirà

tratto da Senza Soste n.20 (ottobre 2007)

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Perché la gente compra la maglietta del Che e non quella di Veltroni

L’INSEGNAMENTO DI ERNESTO CHE GUEVARA

 I comandanti dell’Esercito ribelle che entrano da trionfatori a L’Avana all’inizio del 1959 sono molto giovani: Fidel Castro ha 33 anni, il fratello Raúl 28, il Che 31, Camilo Cienfuegos 27. È quindi naturale che nell’esplosione del protagonismo giovanile nel ventennio successivo siano un costante punto di riferimento. Ma se a 40 anni dalla morte il mito del Che è più vivo che mai, significa che sono molti gli aspetti attuali della sua vita e del suo pensiero.

Innanzitutto gli aspetti caratteriali: la ricerca insaziabile della libertà e della giustizia, la coerenza, l’onestà e la tenacia. Ricorda Fidel parlando del periodo messicano: «Quasi tutte le settimane cercava di scalare il Popocatépetl, tutte le settimane ci provava. Soffriva d’asma, però faceva uno sforzo eroico per scalare questo vulcano. Malgrado non sia mai arrivato in cima, non smise di tentare».

È forte il rifiuto del dogmatismo e del grigiore burocratico: ironizza sui “mattoni sovietici” «che hanno l’inconveniente di non lasciarti pensare; il partito lo ha già fatto per te e tu devi digerire. Come metodo è il più antimarxista possibile e in più hanno il difetto di essere pessimi». Poi il pensiero politico in senso stretto: fin dai primi viaggi per l’America Latina, Ernesto Guevara si accorge dell’assurdità delle frontiere che separano artificiosamente una sola grande nazione e matura una profonda indignazione per le condizioni subumane dei poveri del continente, i minatori cileni, gli indios peruviani, i malati incontrati nel lebbrosario dove si trattiene a lungo. Per lui è l’insopportabilità stessa di queste condizioni di vita - o di non vita - che produrrà inevitabilmente la rivoluzione. Marx si integra con i grandi libertadores del XIX secolo assumendo forza e attualità.

E qui come non vedere nella primavera latinoamericana di oggi la realizzazione, almeno parziale, delle sue idee?

E infine il suo contributo di medico al servizio dei più poveri, che si riflette oggi nel sistema sanitario migliore del mondo, quello di una piccola isola dei Caraibi che la geopolitica aveva condannato ad essere il parco di divertimenti della mafia USA. Quel sistema sanitario che oggi si permette di curare gratuitamente decine di migliaia di latinoamericani poveri, e di mandare in giro per il mondo più di 65mila medici e infermieri in missioni internazionaliste.

Nello Gradirà

 

(tratto da Senza Soste n.20)

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