
Per riuscire ad immaginare quanti 25 aprile ci attendono bisogna capire quanti ne abbiamo dietro le spalle. Per esempio, solo gli storici e i militanti di lunghissimo corso ricordano che, proprio a ridosso della resistenza durante gli anni ’50 e una parte significativa dei ’60, le celebrazioni istituzionali del 25 aprile avvenivano in tono minore. Questo, sia per non sottolineare troppo una data che, per quanto costitutiva dell’intera repubblica, era soprattutto celebrata dalle sinistre sia per non irritare troppo la “sensibilità” di buona parte dell’amministrazione dello stato e della giustizia che nel dopoguerra era stata ricostruita lungo l’ossatura del precedente regime. Il primo 25 aprile, quello minore, nasce quindi secondo le esigenze dello stato neocentrista democristiano: rispettare la data osservando la costituzione senza particolari attenzioni cerimoniali. Questo atteggiamento è stato rielaborato durante gli anni del governo del centrodestra e qui, essendo stata data per superata la costituzione, l’esigenza di mantenere un rispetto minimale verso il 25 aprile era dettata dalla necessità di non radicalizzare l’opposizione di centrosinistra: del resto quest’errore strategico era stato fatto nel 1994 e rappresentò una delle cause principali della caduta del primo governo Berlusconi.
Se il 25 aprile minimo ha quindi lontane radici, e sviluppi che arrivano fino ai nostri giorni, altrettanto lontane le ha il 25 aprile dell’unità nazionale che si è spesso alternato, seppur in forme e significati diversi con la concezione minimale della festa della liberazione. E qui ci dobbiamo addentrare all’interno di significati spesso mimetizzati nel 25 aprile aggiunti successivamente al 1945 anche quando espressi in nome della sua portata originaria. Ci riferiamo non tanto all’idea del 25 aprile come secondo risorgimento, o come risorgimento compiuto, che nella retorica ufficiale serve a legittimare la prima guerra mondiale come guerra d’indipendenza e non come tragedia in sé e genesi del fascismo. Pensiamo soprattutto alla concezione che vuole il 25 aprile come data di legittimazione delle politiche di emergenza, del primo corpo di leggi speciali in materia di ordine pubblico di questo paese, in quanto anche data di legittimazione dei partiti nati dalla resistenza che queste politiche di emergenza hanno poi promosso. E’ una concezione del 25 aprile che nasce subito a ridosso di quella dei primi anni ’70, quella delle istituzioni che devono essere garanzia contro la stagione delle stragi fasciste, che si rovescia pochissimi anni dopo in quella del “25 aprile contro il fascismo rosso”dei cosiddetti anni di piombo e che arriva fino a noi, anche fuori contesto storico, tutte le volte che vengono invocate la politica della fermezza, quella della responsabilità nazionale e quella delle larghe intese. Uno degli storici esponenti dell’intero corpo di queste concezioni, comprese quelle che vogliono le manifestazioni muscolari dello stato ricondotte allo spirito resistenziale e le missioni belliche a quello della costituzione, è l’attuale presidente della repubblica il quale non ha mai fatto mistero del fatto che questa dottrina del 25 aprile sia uno strumento ideologico permeabile anche verso il centrodestra.
Questo 25 aprile dell’unità nazionale a volte contiene, ma a volte se ne separa, l’idea della data storicamente costituente dell’Italia contemporanea come affermazione di una concezione dei diritti universali fino a quel momento inespressa in questo paese. Per una prima lettura di questa concezione il 25 aprile non è mai compiuto ed il suo spirito sempre inapplicato nelle leggi e nelle politiche. Per un’altra lettura di questa concezione, variamente legata alle esperienze concrete di governo delle sinistre, il 25 aprile rappresenta la genesi storica delle politiche delle amministrazioni progressiste in Italia.
Va quindi considerato che tutte queste concezioni del 25 aprile, a diverso titolo facenti capo a culture istituzionali, hanno storicamente dovuto fare i conti con il convitato di pietra delle formazioni politiche in Italia che ha trovato modo di riprodursi, anche in termini di massa, dopo il ’45. Si tratta della concezione del 25 aprile come rivoluzione tradita o mancata che non solo è stato patrimonio delle formazioni a sinistra del Pci ma che ha anche attraversato il maggior partito comunista d’occidente. Questa concezione ha poi alimentato tutta la sinistra extraparlamentare a partire dal ’68 nelle sue molteplici esperienze comprese quelle con esiti tragici. Ed è a partire da questa concezione che la critica, a volte confusionaria a volte solo strumentale, alla sinistra di governo prende le mosse: per dimostrare la continuità dell’idea di rivoluzione tradita con i 25 aprile della sinistra istituzionale, strettamente legati ad una concezione del governo dello stato entro un’economia capitalistica, e affermare grazie a questa continuità l’eterna immaturità delle “sinistre”.
Eppure, se si polarizzano i contesti e i contenuti possiamo affermare che lungo gli anni ’70 si combattono due concezioni del 25 aprile con un’altra che fa da posta in gioco per queste due. Si parla dello scontro tra quella dell’unità nazionale, che comincia il decennio contro il neofascismo e lo finisce contro “il fascismo rosso”, e quelle derivanti dall’idea di 25 aprile come rivoluzione tradita o mancata secondo le varie declinazioni anche molto diverse tra loro. La posta in gioco, di fatto, è sia l’egemonia nella sinistra italiana che la capacità di attrazione della concezione del 25 aprile inteso come stagione dei diritti ancora a venire e rimasta solamente scritta nella carta costituente. Vincerà, come sappiamo anche militarmente, la concezione dell’unità nazionale che in un colpo solo si libererà anche della cultura del ’68 mai veramente metabolizzata da buona parte del Pci e della sinistra storica.
All’inizio del XXI secolo, mettendo tra parentesi il panorama di centrodestra, gli echi della cultura emergenzialista e securitaria dell’unità nazionale, si ripetono spesso senza il contesto originario di riferimento al 25 aprile. Anni di retorica del “superamento”, del 25 aprile hanno lasciato intatto il nucleo autoritario verso l’esterno del sistema politico, e concertativo verso l’interno, del linguaggio dell’unità nazionale sganciandolo sempre più dal contesto storico di riferimento. Nascono così ibridi politici tipici delle stagioni di congedo dal contesto culturale originario: le missioni militari all’estero vengono benedette in nome della costituzione nata dalla resistenza, l’antifascismo viene dichiarato legittimo solo a partire dalla nonviolenza, si tende a sottolineare più i presunti eccessi di quella stagione piuttosto che ad evidenziarne l’importanza.
Del resto, il 25 aprile come rivoluzione tradita o incompiuta ha di fronte a sé, da un quarto di secolo, tre formidabili fattori di crisi: la spoliticizzazione di massa che alimenta i linguaggi della “fine delle ideologie” mentre il linguaggio del 25 aprile è tutto in codice politico, le mutazioni delle destre che costringono a ripensare linguaggi e modalità d’azione e l’emarginazione dello stesso concetto di rivoluzione che rende molto meno immediato ed intuitivo il concetto di rivoluzione tradita o incompiuta. Si è quindi creato un circolo vizioso: il richiamo all’esperienza originaria del 25 aprile rischia di non trovare immediata traduzione mentre i linguaggi che lo attualizzano rischiano di finire in braccio alle retoriche del “superamento” e della sterilizzazione dell’esperienza originaria.
Ed è proprio la situazione di questi anni ha creato un prodotto culturale potenzialmente avanzato quanto di fatto causa di una profonda arretratezza politica: l’antiberlusconismo. Partito come protesta di massa contro la pervasività di un network televisivo, aprendo quindi ai temi della democrazia mediale, l’antiberlusconismo è stato incanalato come insofferenza collettiva verso l’esistenza pubblica di un personaggio. Come traduzione contemporanea dell’antifascismo l’antiberlusconismo ne ha tutti gli svantaggi e nessuno dei vantaggi: comporta gli svantaggi del frontismo, e quindi della forzata convivenza tra culture politiche contraddittorie tra loro, e manca del vantaggio dell’antifascismo ovvero la distruzione dell’avversario in quanto pericolo per la democrazia (obbiettivo storico dal quale le forze dell’Unione si tengono ben lontane).
Insomma, questa temperie culturale contiene ancora altri 25 aprile ?
L’esempio per il 25 aprile a venire dovrebbe essere dato dalle celebrazioni del 14 luglio in Francia. La data è lungi dall’essere messa in discussione nonostante che l’avversario di riferimento della rivoluzione, la monarchia, da tempo immemore non sia più un problema per la Francia. Eppure proprio un’eventuale scomparsa del 14 luglio in Francia significherebbe per ipotesi la fine della cultura antimonarchica. E’ quello che deve accadere in Italia: la forza originaria del 25 aprile deve andare ben oltre il contesto di riferimento, il fascismo storico, la cui celebrazione deve rappresentare una garanzia collettiva di libertà come in Francia il 14 luglio. Le popolazioni hanno bisogno della rappresentazione in piazza della libertà non a caso in questi anni tutti si sentono meno liberi. Proprio perché il 25 aprile è stato reso opaco o sterilizzato in nome di un “superamento” o di una “pacificazione” che parlano solo il linguaggio di una nuova sudditanza.
Ivano Scacciarli
tratto da Senza Soste n.15
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I giorni della Liberazione, cenni storici
Il 25 aprile, insieme al 1° maggio Festa del lavoro, rappresenta senza ombra di dubbio la ricorrenza più importante da celebrare. Ma la giornata della Liberazione rappresenta pure la migliore espressione di lotta politica raggiunta dalle masse popolari italiane. In questo articolo ci limiteremo a raccontare per sommi capi i fatti che portarono a quel fatidico 25 aprile del 1945.
All’inizio del 1945 la guerra era sul punto di terminare in tutta Europa. Le armate naziste erano infatti in ritirata, circondate sia da est che da ovest, in una tenaglia mortale, dalle truppe sovietiche e da quelle anglo/americane. Lo stesso valeva per il fronte italiano, dove i tedeschi resistevano tenacemente sulla linea difensiva, denominata Gotica, posta a cavallo dell’appennino tosco-emiliano. Scopo di questa strenua resistenza era quello di guadagnar tempo per far ritirare le truppe tedesche a ridosso delle Alpi, in una posizione ritenuta tatticamente più vantaggiosa. Il comando alleato predispose un’ultima offensiva per i primi d’aprile al fine di chiudere la partita anche in Italia. Le bande partigiane, che avevano già liberato molte zone delle retrovie, presero la palla al balzo e all’inizio dell’offensiva scattarono subito al contrattacco sul fronte tirrenico, liberando fra il 9 e il 10 aprile Massa, Carrara e le zone limitrofe a queste due città. Gli alleati comunicarono ai comandi partigiani che l’offensiva italiana era partita ma che le formazioni partigiane non dovevano intervenire, poiché non era ancora giunto il momento per un loro utilizzo. Si trattava dell’ultima manovra mirante ad impedire che le formazioni partigiane scendessero dai monti e dalle vallate a liberare le grandi città; le forze conservatrici italiane e straniere temevano l’insurrezione popolare e nazionale. Il Comando generale dei gruppi partigiani, però, si mosse autonomamente e il 10 aprile 1945 diramò la direttiva n° 16. Questa richiamava tutte le organizzazioni ad estendere l’azione insurrezionale e procedere alla liberazione di intere vallate e città.
Intanto le operazioni militari continuavano e vaste offensive partigiane erano in corso dal Piemonte al Friuli Venezia Giulia. Le azioni più estese si svilupparono in Emilia, in concomitanza dell’avanzata alleata. Il 14 aprile i partigiani liberavano Imola, mentre il 18 aprile a Torino vi fu un imponente sciopero pre-insurrezionale. Nella notte tra il 20 e il 21 formazioni partigiane capitanate dal livornese Ilio “Dario” Barontini, passarono all’azione liberando Bologna e Modena. Il 23 aprile dopo aspri combattimenti, le formazioni partigiane liberarono La Spezia, Reggio Emilia e Ferrara.
La città di Genova insorse nella notte del 23 e i combattimenti proseguirono furiosi fino alla mattina del 25, quando la città viene finalmente liberata grazie all’azione congiunta di partigiani con la popolazione locale. Il 24 aprile fu il giorno che insorse la città di Torino, dove operai, cittadini e partigiani combatterono duramente per la difesa delle fabbriche e dalla città. La battaglia fra partigiani e nazifascisti proseguì violentemente fino al giorno 27, ma alle ore 18 i nazifascisti si arresero. Fra il 25 e il 28 venivano liberate le città di Aosta; Novara; Cuneo; Asti e Alessandria.
A Milano l’insurrezione scatta alle 14 del 25 aprile e come a Torino e a Genova, operai e partigiani si unirono a difendere le fabbriche e la città, che fu liberata completamente il 27.
Mussolini, Pavolini e Bombacci vengono arrestati il 27 aprile a Dongo mentre fuggono verso la Svizzera: verranno fucilati il 28 aprile. La guerra continuava feroce in Veneto e in Friuli Venezia Giulia, che furono liberate dopo aspri combattimenti solo ai primi di maggio.
Finiva così la guerra in Italia. Nella speranza che il sacrificio e il valore di chi ha donato la vita per la nostra libertà sia ricordato per sempre e non infangato da chiacchiere revisioniste, faziose e fasciste, mai come adesso “resistere”, oltre ad un dovere morale è diventata una stretta necessità.
Per Senza Soste, Fabio Trotterro
tratto da Senza Soste n.15