Thursday, May 24th

Last update:06:49:12 PM GMT

You are here:

La “formattazione” dei conflitti. La sfida più difficile dei movimenti critici

E-mailStampaPDF
Valutazione attuale: / 2
ScarsoOttimo 

scontri_parigiL'anomalia del dibattito mediatico e politico contemporaneo dimostra che quanto più su di un argomento si fa questione tanto più se ne tagliano fuori gli elementi essenziali, decisivi a permettere l'evoluzione del pensiero attorno ad esso. In realtà, un'anomalia quando si fa diffusa nel tempo e nello spazio può a buon diritto entrare nel campo della fisiologia, cioè del normale funzionamento di un corpo, di un approccio o di un linguaggio.

Per quanto sia irritante e frustrante annotare un tale funzionamento, fattosi fisiologico, sembra sia di una certa significativa importanza rintracciarne i significati e, dietro di essi, le esigenze che lo animano.

La superficialità, la banalità e la sterilità con cui il dibattito mediatico e politico (basterebbe forse la sola parola “politico”) riguardo alla manifestazione del 15 di Ottobre si è protratto in questi giorni non  è così interessante per averci fornito l'ennesima prova dell'incompetenza e della cattiva coscienza della classe politica e giornalistica italiana, ma per consegnarci ora l'opportunità di tematizzare uno dei nodi gordiani a cui le democrazie post-moderne sono tenute a dare una risposta se vogliono avanzare ancora la presunzione di definirsi tali.

Questa impasse, a cui le nostre democrazie hanno da sempre disatteso le aspettative popolari, si gioca attorno alla sfera tematica del conflitto. Ben lungi dal restituire una realtà effettiva ai conflitti del mondo post-moderno, consegnandone una dignità, ovvero dandone un significato che permetta un gioco dialettico di sintesi e quindi di elaborazione vivificata delle forze in gioco, le democrazie contemporanee hanno inseguito il mito positivista della rimozione degli antagonismi. Consegnare una ragione d'essere alle forze in gioco nel conflitto non significa accettarne in toto i presupposti, le metodologie e le rivendicazioni ma aprire una lunga stagione di dibattito e dialettica che faccia sentire integrata ciascuna delle parti inclusa nel processo.  Nell'incapacità e nella refrattarietà degli Stati di farsi carico del conflitto la risultante è la marginalizzazione di una delle voci di questo contraddittorio, una marginalizzazione che costringe tale voce ad elaborare metodologie autoreferenziali di lotta, che non giovano né a se stessa né, tanto meno, alla creazione di percorsi genuinamente democratici di convivenza civile.

Un po' come avviene a livello psichico individuale, oggi non ci si fa carico del conflitto ma lo si elimina, lo si fugge, lo si seda, con dei farmaci che non guariscono il soggetto e il tessuto sociale ma allontanano l'emergenza alla prossima crisi psichica, alla prossima rivolta. Se a livello individuale questo processo è permesso dalle grandi scoperte della chimica e della biologia, in campo sociale e politico ciò si rende possibile grazie alla plasmabilità e alla duttilità dei vari linguaggi – soprattutto non verbali – dei media.

L'indegno spettacolo mediatico e politico, a cui abbiamo assistito in questa settimana, risponde appieno a questa esigenza di rimozione. In verità più che di rimozione, in questo caso, sarebbe più corretto parlare di sublimazione, non fosse altro per il fatto che le energie non si sono declinate verso una negazione del conflitto ma verso - come direbbe il filosofo argentino Benasayag in Elogio del conflitto - una sua “formattazione”. Nel processo di formattazione si fa una parodia del conflitto stesso, riducendolo ad uno scontro tra due parti stilizzate: una, razionalmente ammissibile, candida e interna al sistema, l'altra, irrazionale, irrelata ad alcunché di effettivo, demoniaca. In questo caso lo scontro, si fa teatrale, lo si allontana verso un passato mitico, balbettando le cosmogoniche lotte tra Bene e Male. L'antagonismo viene a questo punto disinnescato con un monologo collettivo di perbenismo che sancisce la marginalizzazione della parte oscura e malefica.

E' bene fare attenzione che, laddove il conflitto è accettato, ovvero allorquando non passa dal processo di formattazione, significa che lo si ritiene incapace di scardinare lo status quo. In questo caso il conflitto lo si lascia libero, e  lo si piega a dimostrazione del nostro vivere in democrazia.

Così teatralizzato, stilizzato, semplificato, l'antagonismo viene a perdere quelle molteplicità fattoriali che potrebbero dare linfa ad un percorso di convivenza civile significativo e democratico, ma soprattutto non si risolvono le criticità di un tessuto sociale irrimediabilmente compromesso.

In questo caso la ragione di Stato, ovvero la conservazione di un sistema economico iniquo e onnivoro, decide fatalmente di consegnare parte della propria gioventù alla clandestinità della violenza distruttrice e – ahimè – a tragiche derive nichilistiche.

Stretti tra due Nulla, ovvero immersi in quella terra di nessunoche si dipana tra la sterile banalità perbenista del monologo collettivo ed una violenza che si fa fine a se stessa, i movimenti critici di massa sono chiamati a restituire nobiltà al conflitto, incanalando le forme di lotta - anche violente ed esasperate, se necessario - lungo il solco di una strategia sociale e politica ben riconoscibile e, quindi, più difficilmente strumentalizzabile.

Su questa sfida credo si giochi il futuro di questi movimenti, sull'esito di questa difficoltà strutturale di ogni forma di protesta la nuova metamorfosi neo-liberista potrà rivelarsi trionfale oppure terribilmente complicata.

Inviato a Senza Soste da Aureliano Xeneizes

25 ottobre 2011

AddThis Social Bookmark Button