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Speciale debito pubblico: cos'è, come si è formato e come non pagarlo

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Cos'è il debito pubblico

debito_nonpaghiamoPer debito pubblico si intende il debito accumulato dallo Stato nei confronti di altri soggetti, individui, imprese, banche o stati esteri, che hanno sottoscritto un credito sotto forma di obbligazioni o titoli di Stato (Bot, Btp, Cct etc) destinate a coprire il disavanzo di bilancio cioè il deficit. Il debito pubblico italiano a metà 2011 è di 1.911 miliardi di euro, il 120,6 per cento rispetto al Prodotto interno lordo. Nel periodo tra il 1950 e il 1969 quel rapporto è stato del 30%, tra il 1970 e il 1979 è salito al 65%, al 94,7 nel 1990, fino al 108,8 del 2001. Il debito si è così mantenuto poco sopra il 100 per cento per schizzare al 120 per cento tra il 2010 e il 2011.

Come si è formato

Nel corso degli anni 70 e 80 la spesa pubblica italiana è stata inferiore tra i 5 e i 10 punti del Pil rispetto a Francia e Germania, ma la pressione fiscale è ancora inferiore, tra i 10 e i 15 punti! All’origine dello specifico debito italiano c’è meno Stato sociale ma molte meno tasse per i ricchi.
Guardiamo ai dati Eurostat: dal 2000 al 2010 la pressione discale dell’Europa a 27 è passata dal 44,7 al 37,1 per cento con una riduzione del 7,6 per cento. Le imposte sui redditi delle società sono passate dal 31,9 al 23,2 con una riduzione dell’8,7 per cento!
Se in Italia la riduzione fiscale non c’è praticamente stata – si tratta solo di -0,3 per cento – in gran parte è dovuto alla dilatazione progressiva di una gigantesca evasione fiscale. In ogni caso le imposte sui redditi da capitale sono passate dal 41,3 al 31,4 per cento cioè circa il 10 per cento in meno! Si consideri che in Grecia tale riduzione è stata di ben il 17 per cento. La principale causa dell’aumento del debito pubblico è quindi la riduzione delle tasse per ricchi e imprese mentre per il lavoro dipendente il fisco è rimasto molto aggressivo.
Dal 2007 ci si è poi messa la crisi economica. Ma la dilatazione dei debiti è stata una precisa scelta delle politiche degli ultimi decenni all’insegna del neoliberismo. Pur dicendosi contro la spesa pubblica le politiche liberiste hanno aumentato il debito. Anche perché la spesa è stata necessaria per sostenere i profitti delle grandi imprese. Propagandando la necessità di garantire i profitti per aumentare gli investimenti, e quindi l’occupazione, quelle politiche hanno prodotto una riduzione drammatica dei salari, dello Stato sociale e una generalizzazione delle privatizzazioni. Secondo l’Ires-Cgil, in dieci anni, dal 2000 al 2010, i salari hanno perso circa 7000 euro del loro potere di acquisto mentre i profitti netti delle maggiori imprese industriali italiane (campione Mediobanca) dal 1995 al 2008 sono cresciuti di circa il 75,4% e, al contempo, dal 1990 a oggi, si registra una crescita dei redditi da capitale (rendite) pari a oltre l’87%. Gli effetti della gestione del debito pubblico si condensano in queste cifre. Non solo, sempre secondo la ricerca della Cgil l’andamento degli investimenti in rapporto ai profitti, negli ultimi trent’anni, è calato del 38,7%. I profitti, cioè, non sono stati reinvestiti nella crescita economica ma nella rendita finanziaria che ha garantito ulteriori profitti grazie agli interessi dei debiti pubblici, agli interessi dei debiti privati dei lavoratori – cresciuti per effetto della riduzione dei salari - alle speculazioni monetarie e dei prodotti derivati, trasformando la finanza globale in un Casinò. Quando il gioco è finito, quando i debiti sono divenuti troppo alti è sopraggiunta la crisi. Ma con la nazionalizzazione delle perdite prodotte dai grandi istituti finanziari il debito privato è stato trasportato nel debito pubblico facendolo pagare a tutti noi. E ora si vogliono applicare politiche di austerità per ridurre un debito pubblico che si è formato nel tempo per foraggiare gli interessi del profitto e non certo per migliorare le condizioni di vita di lavoratori e lavoratrici, di precari e di giovani.

Debiti pubblici, crediti privati

Dividendo i 1.911 miliardi di euro di debito pubblico italiano (al 31 luglio 2011) per i 60 milioni di cittadini ne deriva un debito personale per ognuno, ognuna di noi di 31.863 euro. Chi possiede il credito? Piccoli risparmiatori? Principalmente Italiani? No. Secondo i dati della Banca d’Italia solo il 13 per cento del debito italiano è posseduto da privati residenti in Italia, il 26,8 per cento è nelle mani di “istituzioni finanziarie monetarie” (banche, fondi comuni), il 13,5 per cento da assicurazioni e fondi pensione, il 3,65 per cento direttamente dalla Banca d’Italia e il 43 per cento è nelle mani di soggetti non residenti, cioè all’estero, presumibilmente grandi istituzioni finanziarie.

Le nostre vite valgono più del debito

Il peso del debito è utilizzato per giustificare politiche di austerità uguali in tutto il mondo: riduzione delle spese sociali, riduzione del sistema pensionistico, congelamento o riduzione degli stipendi pubblici, aumento della flessibilità del lavoro, privatizzazione di settori vitali come l’acqua, l’energia, i trasporti, la saluta e la scuola, riduzione delle sovvenzioni ai ceti più disagiati, giro di vite su stipendi e salari. Lo spostamento di risorse nel bilancio pubblico dai servizi sociali al pagamento di interessi sul debito è brillantemente illustrato dall’ultima nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza per il 2011: la spesa per interessi di 70,4 miliardi del 2009 è destinata a salire a 94,3 miliardi nel 2014 e la sua incidenza sugli stipendi dei dipendenti pubblici passerà dal 58 al 78 per cento, quella sulle pensioni dal 30 al 35 per cento mentre l’incidenza sulla spesa sanitaria passa dal 63,7 per cento del 2009 al 77,6 per cento del 2014.

Non pagare il loro debito

E’ giusto chiedere l’annullamento della parte illegittima del debito, cioè quello realizzato per sostenere i profitti, per garantire la speculazione delle grandi banche e per sorreggere un’economia capitalistica in crisi di sbocchi, e quindi di margini di profitto, e bisognosa di una bolla finanziaria in grado di garantire l’attività.
Come è giusto contestare la legittimità di un debito contratto per applicare politiche sociali ingiuste, in violazione dei diritti economici, sociali, culturali e civili dei popoli. Nei paesi europei la scelta di indebitarsi per favorire le classi più agiate e il capitalismo più sfrenato è del tutto evidente: salvataggio delle banche e riduzione delle aliquote per i più ricchi e, per quanto riguarda l’Italia, il vero e proprio favoreggiamento di un’evasione fiscale che ingrassa i profitti delle grandi imprese e i redditi più alti.
Anche guardando al diritto internazionale non esiste l’obbligo assoluto di rimborsare i debiti: per gli Stati viene prima l’obbligo di proteggere i diritti umani e i diritti economici, sociali e culturali delle loro popolazioni. Si guardi l’articolo 103 della Carta dell’Onu, in cui si prescrive la superiorità dello Statuto delle Nazioni Unite, quando ad esempio impone “l’elevamento dei livelli di vita”, il “pieno impiego” o “lo sviluppo dell’ordine economico e sociale”, su tutti gli altri obblighi contratti dagli Stati. Analoghi esempi possono essere fatti per la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948, articolo 28), i Patti sui diritti economici, sociali e culturali(1966, articolo 1), la Dichiarazione sul diritto allo sviluppo (1986, articolo 2).

Quando un debito è illegittimo

Questo fondamento giuridico è riscontrabile in diversi testi internazionali. Tra le cause illecite o immorali che generano l’illegalità di un debito possiamo trovare: l’acquisto di materiale militare sulla base dell’articolo 26 della Carta dell’Onu; i debiti contratti per applicare piani di aggiustamento strutturale (vedi Convenzione di Vienna del 1983); debiti contratti senza che i popoli ne siano a conoscenza e altri casi ancora. Si tratta di debiti “odiosi” perché finalizzati a misure non conformi al diritto internazionale, alla protezione dei diritti umani, sociali, economici e culturali.
Sono illegittimi anche i debiti privati trasformati in debiti pubblici.

Il caso della Grecia

La dittatura greca tra il 1967 e il 1974 ha quadruplicato il debito del paese facendolo rientrare nella casistica del “debito odioso”. Per i Giochi olimpici del 2004 si è passati da un costo di 1,3 miliardi preventivo nel 1997 a circa 20 miliardi finali. La Grecia si è resa responsabile di grandi episodi di corruzione da parte di multinazionali europee (Siemens e altre). Dal 2000 in poi, inoltre, il debito privato è cresciuto grazie ai bassi tassi di interesse e le banche greche ed europee, grazie all’euro forte, hanno potuto prestare denaro a basso costo utilizzando a piene mani la liquidità messa loro a disposizione dalla Banca centrale. Tutti hanno prestato allegramente alla Grecia pensando di ricavarne importanti benefici. Il crack, inevitabile, viene invece fatto pagare ai lavoratori per salvare quelle stesse banche. E’ questo che deve essere dichiarato illegittimo.

Paesi che odiano il debito

Ecuador: sette mesi dopo essere stato eletto il presidente Rafael Correa ha deciso di effettuare un’analisi del debito del paese e delle condizioni alle quali era stato costituito. Si è insediata, così, nel luglio 2007, una commissione d’audit composta da 18 membri che ha riscontrato la violazione delle regole elementari in molti prestiti. Nel 2008 il presidente ha deciso di sospendere il rimborso dei titoli in scadenza nel 2012 e nel 2030. L’Ecuador ha risparmiato 7 miliardi di dollari in larga parte utilizzati per aumentare le spese in sanità, educazione, sussidi sociali e infrastrutture.

L’Argentina ha rifiutato il rimborso del suo debito tra il 2001 e il 2005. Paradossalmente, la rottura delle relazioni finanziarie internazionali ha dato un grande slancio economico. Il “default” ha facilitato il negoziato con i creditori e dopo aver sospeso il rimborso del debito l’Argentina lo ha rinegoziato nel marzo del 2005 al 45 per cento del suo valore. Il paese tra il 2003 e il 2010 è cresciuto tra l’8 e il 9% l’anno.

L’Islanda figurava ai primi posti per l’indice di sviluppo umano dell’Unpd, davanti a paesi come gli Usa o la Gran Bretagna. Nondimeno, il debito pubblico è schizzato verso l’alto a partire dal 2003. Sull’onda di politiche liberiste si scelgono le privatizzazioni, le liberalizzazioni e le banche si espongono nella speculazione internazionale. Il loro debito arriva nel 2008 a 10 volte il Pil e la crisi Lehman Brothers le costringe al crack. Anche qui, la nazionalizzazione socializza le perdite e Gran Bretagna e Olanda, intervenute per rimediare ai danni, presentano un conto da 3,9 miliardi. L’Islanda dovrebbe rimborsare i suoi debiti ma un referendum nel marzo del 2010 dice No con il 93 per cento dei voti. Un nuovo referendum si svolge nel 2011 e anche questa volta i no, con il 57 per cento, hanno la meglio.

Moratoria del debito e audit pubblico

Noi proponiamo una misura semplice e complessa allo stesso tempo: la sospensione unilaterale del rimborso del debito per dare vita a un Audit pubblico (una verifica dei conti) sotto controllo dei cittadini al fine di determinare quali debiti devono essere annullati o ripudiati o rinegoziati a causa della loro illegittimità, illegalità o per il loro carattere odioso.
Si tratta del primo passo necessario a costituire un rapporto di forza adeguato per raffreddare la stessa tensione finanziaria. Ottenuta la moratoria bisognerebbe realizzare l’Audit, fondamentale per radiografare il debito e per il quale è essenziale la partecipazione di cittadini e cittadine, dei movimenti, delle associazioni, dei sindacati. I quali possono designare un proprio rappresentante nella Commissione di Audit che deve insediarsi.
Ovviamente, un simile obiettivo richiede una forte mobilitazione sociale perché non esiste, oggi, un governo in grado di accettare una simile proposta. Allo stesso tempo, questa proposta può aiutare a selezionare un governo possibile del paese: chi davvero abbia a cuore il futuro della popolazione, dei lavoratori e delle lavoratrici, dei giovani e dei pensionati, dei vari strati sociali colpiti dalla crisi non dovrebbe che sposare una simile tesi e voltare le spalle agli interessi delle grandi banche e delle società finanziarie.

Chi paga?

Una volta selezionato il debito illegittimo o illecito, la sua quota deve essere addebitata a quelle istituzioni finanziarie e a quei soggetti dai redditi più elevati che hanno una responsabilità diretta nello scoppio della crisi. Annullare un debito il cui costo, altrimenti, sarebbe scaricato sui più poveri, sul lavoro dipendente, sui precari e gli studenti, costituirebbe un primo passo per ristabilire una giustizia sociale. Occorre poi definire un elenco preciso dei detentori di titoli per tutelare coloro che hanno un piccolo reddito e per i quali i titoli oggetto del debito rappresentano il risparmio di una vita (come si è già visto, si tratta di una decisa minoranza). Va anche detto che coloro che dovessero emergere dall’Audit come responsabili di illeciti legati al debito dovrebbero essere puniti e costretti a delle riparazioni finanziarie.
La moratoria unilaterale serve anche a rinegoziare tassi di interesse e tempi di rimborso per il debito considerato legittimo o legale considerando che la quota parte del bilancio statale consacrato a tale voce non può inficiare la soddisfazione dei bisogni fondamentali della popolazione: sanità, educazione, stato sociale, stipendi. Nel 1953 l’accordo di Londra sul debito di guerra tedesco stabilì, ad esempio, che il rapporto tra il servizio del debito e le entrate da esportazioni non dovesse superare il 5 per cento. Vanno fissati rapporti di questo tipo: ad esempio il costo del rimborso non può superare il 5 per cento delle entrate (a fine 2010 era del 9,7 per cento).

Non paghiamo il debito: un disastro?

Tra le obiezioni fondamentali al non pagamento del debito, ovvero alla moratoria e al congelamento degli interessi, vi sono quelle che provengono dal mondo delle banche, del grande capitalismo e della finanza e che, ovviamente, si dicono contrarie alla proposta perché vi vedono minacciati i propri interessi. Ve ne sono però anche altre che provengono da sinistra. Ne utilizziamo tre...
1) il “default” sarebbe pagato dalla popolazione e da lavoratori e pensionati. Il problema sarebbe però ovviato da un atto, sovrano, di moratoria – e non di fallimento, “default” – da cui sarebbero esplicitamente esclusi quei settori da proteggere proprio in virtù degli interessi della collettività. Ad esempio i risparmi dei lavoratori, dei pensionati e di tutti coloro che, con un reddito da lavoro dipendente, hanno sempre pagato le imposte dovute.
2) Dopo la moratoria uno Stato farebbe una fatica immensa a finanziarsi di nuovo sui mercati interni e internazionali: nessuno gli farebbe più credito. I casi di Argentina o Ecuador mostrano il contrario, dipende dalle situazioni. In ogni caso, per l’Italia, si tratta di riequilibrare il ricorso al prestito “interno”. Di fronte a un debito di 1.763.8 miliardi di euro la ricchezza netta in Italia (al netto dei debiti privati) nel 2009 ammontava a 8.600 miliardi (9.448 miliardi, quella lorda, di cui 4.800 miliardi in ricchezza immobiliare). Della ricchezza lorda il 37.7 per cento è ricchezza finanziaria pari a 3.561 miliardi, più del doppio del debito così composta: il 29,8 per cento in biglietti, monete, depositi bancari e risparmio postale; il 44,2 per cento in obbligazioni private, titoli esteri, azioni, partecipazioni e fondi comuni; il 17,7 per cento in riserve tecniche di assicurazione; il 3 per cento in crediti commerciali e solo il 5,5 per cento in titoli di Stato. Quasi mille miliardi, invece, è detenuta in forme liquide. Basterebbe incentivare questa massa monetaria per riequilibrare eventuali scompensi.
3) Un default significa uscire dall’euro e scontrarsi con una forte svalutazione con il crollo del potere di acquisto dei salari. L’andamento dei salari degli ultimi dieci anni, quelli in cui è vigore l’euro, non autorizza a parlare di mantenimento del potere di acquisto. L’Europa può imboccare una strada diversa, quella dell’Europa Sociale che rifiuti la dittatura delle banche. In alternativa l’uscita dall’Euro non avrebbe conseguenze peggiori di rimanerci a queste condizioni.

Non pagare il debito e…oltre

La ristrutturazione del debito è una operazione che per risultare efficace non può essere realizzata nel vuoto ma presuppone un programma più ampio. Si tratta, infatti, di accompagnare questa operazione con una politica che aumenti i salari, riduca la precarietà, ristabilisca i diritti sociali e li estenda, ad esempio ai migranti, salvaguardi i beni comuni.
Serve un processo di nazionalizzazione di banche e assicurazioni, a cui il grande capitale ha fatto ricorso solo per salvare i proprio interessi e che invece serve per gestire diversamente il debito e garantirsi dalla speculazione finanziaria.
Serve una riforma fiscale che finalmente aggredisca l’evasione fiscale – in larga parte appannaggio delle grandi imprese come dimostrano scatole cinesi finanziarie e largo utilizzo dei commercialisti alla Tremonti – e che faccia pagare di più i redditi più alti e di meno, molto di meno, chi riesce appena a sopravvivere. Una riforma fiscale fortemente progressiva, con poche e chiarissime agevolazioni fiscali per il lavoro dipendente, in grado di cumulare la tassazione dei grandi redditi con la proprietà e quindi il patrimonio, la rendita, la speculazione. Una vera Patrimoniale per ridistribuire radicalmente le risorse.
Occorre rimettere in discussione questa Europa, compresa la moneta unica, per realizzare un’Unione davvero democratica e fondata sul consenso e la partecipazione dei popoli. Per questo partecipiamo alla petizione popolare per chiedere un referendum sull’Europa.
Bisogna ridurre drasticamente le spese militari, tramite riduzione delle missioni all’estero e abbattimento della spesa per armamenti da trasformare in spesa per le infrastrutture ecologiche e il risanamento dei territori.
Dobbiamo rimettere al centro dell’economia la variabile indipendente, il vincolo insuperabile, del lavoro e della sua dignità, dei diritti, dell’estensione delle garanzie sociali: salario minimo garantito, reddito sociale, riduzione dell’orario di lavoro, diritto al lavoro contro la precarietà dilagante.
Occorre affrontare con decisione il tema della sostenibilità ambientale dello sviluppo economico con la difesa ecologica dei territori dai sventramenti prodotti dal Profitto e dagli interessi delle grandi imprese multinazionali.
E tutto questo ha un senso se si garantisce una nuova partecipazione popolare con forme di democrazia diretta e di autogoverno a tutti i livelli. Questi Parlamenti e i loro governi hanno concluso il loro tempo, siamo per una rivoluzione delle forme della partecipazione e della gestione del potere: referendum su tutti i dossier cruciali, organi di partecipazione diretta, autogestione e gestione razionale e democratica dell’economia attraverso nuove istituzioni democratiche e dal basso.

tratto http://www.rivoltaildebito.org

novembre 2011

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