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Vallecas, il quartiere che ha sfidato il Real Madrid e incantato Mourinho

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rayo_2“La vittoria più difficile della stagione”. Con questa frase il tecnico Josè Mourinho, ha commentato l’ultima partita del Real Madrid(0-1) sul campo del Rayo Vallecano. Una sfida sofferta per i blancos, incerta, fino al prodigioso gol di tacco di Cristiano Ronaldo. Del resto Rayo-Real è un derby non solo cittadino, ma tra modelli sociali. Da una parte una squadra di stelle e merchandising, da sempre sovrapposta al potere centrale e alla dittatura franchista, dall’altra l’espressione di un quartiere popolare di Madrid, il “barrio” Vallecas,  operaio e schierato a sinistra.

Trecento mila anime alla periferia sud della capitale spagnola, Vallecas è cresciuto negli anni ’50 per via della forte migrazione delle famiglie più povere della Spagna quando divenne un quartiere poco abbiente e disordinato. La sua situazione peggiorò con gli anni ottanta quando criminalità e spaccio di droga presero il sopravvento. Poi grandi interventi di urbanizzazione ne ridefinirono l’arredo urbano. Ma più di ogni operazione architettonica, a plasmare il quartiere è sempre stato l’orgoglio dei suoi abitanti e, come succede nelle migliori favole calcistiche, gli umori della piazza hanno spesso coinciso con il destino della squadra. Ai difficili anni ’80 del quartiere ha corrisposto il declino della squadra che dopo aver toccato la massima serie alla fine degli anni ’70 è barcollata tra la seconda e la terza divisione.

La svolta è nel ‘92 con l’ascesa alla presidenza di Maria Teresa Rivero che presto diventa un emblema per gli appassionati del Rayo Vallecano che le intitolano lo stadio. La squadra si rinforza e per anni sale e scende dalla prima divisione cogliendo una storica qualificazione alla coppa Uefa nella stagione 1999-2000. Poi qualche tracollo e altrettanti successi fino alla stagione scorsa che ha sancito il ritorno nella Liga che conta.

Ancora oggi il quartiere continua a sentirsi una comunità “rayista”, a gioire e immalinconirsi per le imprese dei giocatori che indossano la “camiseta franjirojas”. Una maglia in passato finita sulle spalle anche di un certo Hugo Sanchez che la impreziosì di 16 reti prima di far ritorno in Messico.

rayo_popoloDurante la settimana nei bar del quartiere si beve San Miguel e gli argomenti di discussione si ispirano ai cimeli appesi alle pareti: gagliardetti della società, foto della squadra, simboli del CNT e della Izquierda Unida, rispettivamente il sindacato anarchico dei lavoratori e il partito della sinistra radicale. Una formazione che nelle ultime elezioni proprio nel quartiere ha ottenuto il miglior risultato di tutta Madrid, tanto da meritarsi i ringraziamenti scritti della coordinatrice Carmen Cortès.

La domenica, o quando si gioca, lo stadio per anni intitolato all’ex presidentessa Teresa Rivero, dimessasi dopo la grave crisi finanziaria del febbraio scorso, si riempie in tutti i suoi 15.000 posti a sedere. La curva nord (la sud non è mai stata costruita), è animata dai gruppi del tifo organizzato, tra i quali spiccano i Bukaneros, presenti dal 1992, che all’amore per la squadra associano il sostegno alla classe operaria e un dichiarato antifascismo. Celebrando i tifosi come i migliori anarquistas, borrachos e antifascistas e esaltando lo spirito rivoluzionario della più umile squadra di Madrid, gli Ska-p, gruppo spagnolo di fama internazionale, hanno dedicato una motivetto ska al Rayo Vallecano.

Dopo il match con il Real Madrid, i tifosi di Vallecas, hanno ricevuto le lodi di Josè Mourinho in conferenza stampa. "Sono stati fantastici" ha dichiarato l'allenatore portoghese che, allo stesso tempo, ha invece criticato i tifosi madrinisti che da primi in classifica sono arrivati in appena trecento all'impianto. Per raggiungerlo, ha fatto intendere Josè, bastava prendere una metro, non sobbarcarsi centinaia di chilometri.

Ma si sa, coi soldi si possono comprare grandi giocatori, non grandi tifosi.

tratto da you-ng

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Ultimo aggiornamento Lunedì 02 Novembre 2015 17:42

Un pensiero di Lenny per 6 anni di Fortitude!

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spes_fortitude_internoIl 17 febbraio del 2006 è iniziata la nostra storia, pochi anni a confronto di tante società considerate storiche (ammesso che ve ne siano oggi realmente rimaste in giro...) molti per quanto sono stati intensi ed evolutivi per noi e per il pugilato livornese di nuovo corso, il quale possiamo dire oggi, sia chiaro per merito di tutti quelli che hanno contribuito, è tornato in forze.

Ricordo ancora le sensazioni di quando abbiamo detto "facciamo una nuova società?", la voglia e l'incertezza, le emozioni ed i pensieri contrastanti. Non era una decisione facile avventurarsi "al buio" in un mondo complicato.

Bisogna capire infatti quale era la situazione del momento. Il pugilato labronico era in netto calo e veniva da un lungo periodo di trascuramento e abbandono.

Ripresi l'attività da agonista dopo quasi sette anni di stop, ed in città eravamo più o meno i soliti tre quattro pugili di quando avevo smesso. Questo spiega bene la situazione, basta pensare a quanti ragazzi sono oggi in attività a Livorno nelle varie realtà esistenti.

Alcune società mancavano di freschezza e rinnovo, partecipazione e soprattutto materia prima (agonisti!) forse in i conti dell'attività amatoriale avevano anche preso il sopravvento all'interesse nei confronti dello sport agonistico (...) mentre in altre, le interminabili controversie personali di presidenti e dirigenti (alcuni dei quali sono stati riciclati!) con alle spalle accuse di problemi legati ai soldi scomparsi e ai bilanci, avevano finito di disgregare un movimento che a Livorno ebbe grande storia e tradizione.

Non ultimo era anche il problema della concezione di sport e allenamento da rinnovare, la boxe ha sempre sofferto di questa attitudine poco scientifica e restia ai rinnovamenti, vissuti sempre come "corpi esterni" e minatori per la "tradizione", e Livorno era un effige di questa mentalità. Abitudini tramandate sotto forma di veri e propri riti che mancavano spesso dei fondamenti scientifici di cui invece uno sport si nutre, e sui quali si debbono a mio avviso costruire esperienze nuove per mettersi sempre in discussione.

Insomma, per creare uno spazio che si occupasse veramente di pugilato, dal basso, accessibile a tutti, ma in maniera dedicata e "a modo nostro", bisognava crearlo, e per questo decidemmo di provare a trovare la nostra strada, per metterci alla prova, senza invadere spazi e abitudini altrui e restare lontani dalle discussioni secolari che limitavano nuove situazioni, con umiltà ma allo stesso tempo per guardare lontano.

Eravamo tutti sconosciuti o quasi, fuoriusciti dagli ambienti noti al quadrato di gara da anni, di conseguenza non ricevemmo nessun incoraggiamento o credito, e se in parte era normale o almeno preventivabile, rimanemmo stupiti nel constatare che nemmeno l'impegno a favore di questo sport venne apprezzato, tuttavia questo ci dette ancora più forza ed orgoglio, un senso di unità che ci ha da subito caratterizzato.

Del resto non eravamo nessuno (e non lo siamo nemmeno ora... sia chiaro!) ma per qualche feticista dell'ego sportivo forse non potevamo nemmeno aprire una società a nostro rischio e pericolo.

Non ci mancava la voglia di confrontarci con umiltà, condividere e imparare, anche se col tempo abbiamo subito capito che da certi elementi non c'era granché da imparare... se non altro perchè per insegnare qualcosa agli altri si deve sempre e comunque essere pronti anche ad imparare da essi, e questo valore è estraneo a troppi praticanti del nostro ambiente.
Il sottoscritto ad esempio era solo un ex-dilettante con una "certa nomina", che si era rimesso a boxare e non solo, aveva aperto una palestra con scopi sportivi e sociali, bazzicata per lo più da ragazzi "agitati". Insomma forse chiedeva troppo o era troppo rumoroso e invadente in un ambiente dove i "nomi" assomigliano molto ai titoli nobiliari.

Ancora mi ricordo quando mi riportarono le parole di un noto vecchio allenatore livornese, famoso per la fabbricazione di "cappottini" invernali, che in uno spogliatoio chiese chi pagasse mai l'affitto a quel "Bo... Botta... ...Bottai!" che aveva aperto una palestra e insegnava il pugilato con chissà con quale credito (e pensare che mi era stato anche all'angolo...) ipotizzando che potesse essere Protti o Lucarelli (magari!) senza nemmeno chiedere altro su chi o cosa.

Così è nata la nostra realtà, chiamata SPES (speranza in latino e acronimo di Società per Esercizio Sportivo) proprio come la più vecchia società popolare che diede vita al Livorno nel '15, e Fortitude come il termine che in inglese indica il coraggio e la fortezza morale, termine ispirato anche dal bel simbolo vecchio ed orgoglioso della nostra Livorno: la fortezza, a pochi metri dalla vecchia sede di Via della Posta.

Il giorno dell'inaugurazione avvenne proprio lo stesso 17 febbraio, ed i colori non poterono che essere i medesimi, ma solo per una questione di appartenenza alla città (oltre al farsi ovviamente pagare l'affitto da Protti e Lucarelli...).
Così, con umiltà e orgoglio, abbiamo proceduto dritti sin dal primo incontro a cui abbiamo portato un ragazzo, fino al debutto mio al professionismo, dalla prima riunione organizzata, a gestire e organizzare addirittura titoli nazionali e internazionali in diretta nel mondo, a vincere tornei di rilievo nazionale con i nostri ragazzi dilettanti. Con lo stesso spirito, senza "boria" e consapevoli che nello sport si vince o si perde, ma si rimane sempre gli stessi.

Siamo entrati dalla porta principale tutti, pugili società e pubblico, a modo nostro, diventando una realtà solida e riconosciuta, ma con i fatti e non con le chiacchiere e le delazioni. Senza svendersi per ricevere due metri di palestra in più, senza chiedere niente a nessuno. Ma soprattutto stringendo un rapporto vero con un pubblico ed una parte della città che ci ama e sostiene per quello che siamo e rappresentiamo, vittoria o sconfitta che sia.

Sono arrivati i successi, tanti, così come le giornate amare, ma alla fine ogni giorno lo abbiamo affrontato insieme, anche con chi è solo passato di palestra, chi è montato su uno degli splendidi pullman organizzati per seguire me e/o la Fortitude, con chi ha creduto e sostenuto il nostro progetto dall'esterno, perché ci ritiene la squadra della sua città, con naturalezza e appartenenza, come fosse per il calcio o il basket.

Ricordo ancora quando siamo finiti senza sede, per mesi ci siamo allenati insieme all'aperto, e spinti da una Livorno che non ci ha mai abbandonato, abbiamo lottato per avere uno spazio minimo di emergenza, che in anni di promesse e progetti fasulli è sempre quello ed è sempre meno adatto. Una situazione che da anni ci vincola e mutila l'attività e per la quale attendevamo una risposta concreta.

Purtroppo dopo tanto penare, le risposte che dovevano arrivare sono arrivate, scontate come lo sono gli inspiegaili meandri burocratici che ci hanno più volte ricordato che "ci vogliono i santi in paradiso" per risolvere certe situazioni.

Ma forse va anche bene così, continuiamo quello che abbiamo cominciato nel 2006 con lo stesso orgoglio e la stessa faccia, perchè abbiamo parlato il medesimo linguaggio ovunque e con chiunque, non ci siamo mai messi maschere ne abbiamo accomodato cuscini sotto qualche "illustre culo", noi, abbiamo rispettato e chiesto rispetto, senza prostrarci a nessuno.
Ma non è finita, anzi...

Quello che abbiamo portato e portiamo avanti è uno sport popolare, alla portata di tutti ma allo stesso tempo di qualità, un qualcosa che sia equidistante dalla carità missionaria come dall'idea mercato e bieco business, che dia una risposta a livello sportivo come sociale, che crei partecipazione e condivisione nei valori che l'arte del combattimento infonde. Il valore del gruppo e della condivisione al di sopra delle logiche di prevaricazione e di pompaggio dell'ego personale.

Troppo cosciente?
Troppo fuori contesto in questa società?
Eppure sembra che in buona parte siamo stati ricalcati, ma solo nella forma e non nella sostanza, da qualche dirimpettaio. Ma anche questo va bene.


Risipetto, sacrificio, confronto, conoscere e sfidare i propri limiti, imparare a vincere come a perdere, che sia per divertimento o agonismo, chiunque abbia varcato la soglia della Fortitude sa che il messaggio che cerchiamo di portare avanti è sempre lo stesso per tutti, agonisti o amatori, giovani o meno giovani, e sta nell'essenza del pugilato, ciò che vogliamo far arrivare a tutti. Non vendere surrogati.
Sei anni, in cui ho insegnato e combattuto, imparato e spero trasmesso, sei anni dei quali conservo ogni attimo, bello e brutto (tutto fa scuola...) e per i quali ringrazio ogni singolo elemento che ha dato il suo contributo alla nostra bandiera (non ve l'ho mai detto? in ogni caso lo ripeto!) che orgogliosa e popolare è sempre al suo posto.

Grazie ragazzi, Grazie Fortitude!

25 febbraio 2012 - Lenny

tratto da http://www.spesfortitude.altervista.org/42dehome.html

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Tre anni fa ci lasciava Miguèl

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vitulanoLimitare il ricordo di Miguèl Vitulano a quel derby del 22 aprile 1979 io credo sia, oltre che ignoranza, una assoluta mancanza di rispetto per quel "gaucho" che per quattro campionati di seguito, a cavallo tra il 1976 ed il 1980, portò sul campo la maglia amaranto con la grinta di un gladiatore, armato soltanto di due baffi fuori misura e un piede sinistro di potenza inaudita. Non può neppure valere per Miguèl la banale retorica dell'uomo che fuori è stato addirittura migliore che in campo, perché in realtà Vitulano dal verde terreno di gioco di via dei pensieri non ne è mai uscito. Vederlo camminare per una via del centro e non avere il coraggio di salutarlo, non ti impediva di leggergli in faccia quella timida fierezza nell'aver comunque capito di essere stato l'idolo della gioventù di parecchi; tempo fa, quando su questo sito tributammo un omaggio alla difesa dei suoi tempi, lo intervistai approcciando candidamente per paura di disturbare e mi ritrovai travolto da uno scrigno di ricordi nitidi e orgogliosi, dalla passione per una squadra e una città diventate ormai sue. Esordì in amaranto il 3 ottobre del 1976 con una sconfitta a san Giovanni Valdarno al cospetto di un portiere che in seguito avrebbe ritrovato in partite più calde: Walter Ciappi, lui si di Buenos Aires, mentre Miguèl che per tutti era argentino era nato a Manfredonia ed emigrato in seguito. A due settimane dall'esordio le prime soddisfazioni labroniche con una doppietta che valse il pareggio al Mirabello di Reggio Emilia oggi in disuso, poi un'annata durante la quale con l'8 sulle spalle raccolse da Romoletto Graziani il testimone per diventare il simbolo di una tifoseria ed il capo-cannoniere che fu per i tre anni a venire. L'investitura ufficiale il 21 novembre 1976, derby all'Ardenza firmato con l'1-0 decisivo. Numerose le doppiette segnate (ricordiamo nel magico 1977/78 quelle nei derby contro Grosseto e Pisa), almeno tre i numeri di maglia indossati con il passaggio dall'8 all'11 e l'ultima stagione a sfiorare la promozione in B con il 9. Il 4 giugno del 1978 prima di Livorno - Chieti venne premiato come miglior amaranto della stagione e nel 1979 a Pisa trafisse Ciappi con il fendente rasoterra che, come dicevo, è soltanto la ciliegina in cima agli strati di una torta fatta di sudore, gomitate, tiri senza guardare, rigori segnati e no, interventi in scivolata, colpi di testa e pugni al cielo sulla pista di atletica sollevati 36 volte in 129 partite con una maglia di cotone senza sponsor e senza bisogno del nome per capire chi l'aveva addosso: Miguèl Vitulano.

Per me, che all'epoca cominciavo ad andare allo stadio, i cinque momenti che meglio raccontano l'avventura amaranto di Miguèl Vitulano sono questi:
- 5 marzo 1978: giornata di derby e cugini in vantaggio a 25' dal termine; Vitulano pareggia con un insolito gol di testa, dieci minuti dopo interviene in scivolata nettamente in ritardo, ma quel tanto che basta per mandare Ciappi all'ospedale, quindi all'84' scaraventa in rete il rigore decisivo spiazzando il numero 12.
- 19 novembre 1978: contro il Barletta, viene accordato un rigore nel primo tempo; tutti in piedi ad aspettare la bomba e Vitulano che inaspettatamente rinuncia alla soluzione di potenza per angolare (poco) di piatto sinistro: parato.
- 2 marzo 1980: il gol di Vitulano in Livorno - Chieti è così commentato da Mario Ferretti: "al 21' uno scambio sulla sinistra tra Venturini e Vitulano, consente al numero 9 amaranto di sparare una bomba da posizione angolata; Marigo abbozza la parata, ma niente può fare su un gol che la "Domenica Sportiva" collocherebbe tra i migliori del mese."
- 8 giugno 1980: ultima partita in amaranto di Miguèl; a Salerno il Livorno vince 1-0 con un gol del cannoniere pronto a raccogliere una corta respinta del portiere. Purtroppo la concomitante vittoria del Foggia lascia gli amaranto in terza posizione e sfuma il sogno della B.
- 28 aprile 1991: Vitulano che nella primavera del '91 corre in aiuto ad una società alla frutta inventandosi allenatore, riesce nell'impresa di far segnare Limetti; l'attaccante a cui mancava il gol da 18 partite si fa tutto il campo di corsa per andare ad abbracciare il mister con i baffi.
Già, i baffi. Nonostante tutto restano la caratteristica principale di colui che è rimasto l'idolo della tifoseria per il ventennio che ha preceduto Protti e Lucarelli, il cannoniere che venne "da lontano per segnare tanti gol" come diceva la sua canzone ispirata dalla reclame del Merendero, un uomo per bene che si è buttato in pasto a mille difese prima che la simulazione, l'urlo, la protesta ci regalassero l'attaccante moderno.
Cosa desidero per lui stasera? Una maglia amaranto di cotone a maniche lunghe senza sponsor né altro e un minuto di silenzio assoluto prima che tutta la sua gente gli tributi l'applauso più commosso.
Ciao Miguèl!

Daniele Torri
tratto da http://amarantosfl.blogspot.com

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La tifoseria del PAOK Salonicco rivolge un appello

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paok_ultrasRISPOSTA AL TRADIMENTO

La votazione del Memorandum dal Parlamento dei venduti è un dato di fatto. I vermi politici dell’PASOK, Nuova Democrazia e LAOS si sono accreditatati un posto nel pantheon dei traditori della nazione e meritano di stare vicino a Efialte e Pilios Gousis. È ormai comprovato che “Giorgino” non ha neanche un decimo del coraggio che aveva suo padre, e l’ignobile Venizelos ricorda un colonnello della Giunta.
Per il presidente della Politiki Anixi, signor Samaras, il tradimento non è una novita, ma le sue dichiarazioni per i rivoltosi, “sappiano quelle carogne che quando verrà l’ora, i loro cappucci glieli tirerò via”, provocano rabbia. Gli rispondiamo che saremo noi a tirargli via il cappuccio del traditore, ma solo per mettergli il testa quello del patibolo.
Si potrebbe scrivere altro anche per i 199 porcellini, oppure l’arci-carogna e massone di Loukas Papademos, ma non lasceremo la nostra rabbia sfogarsi sulla tastiera bensì nelle strade.
Per quanto riguarda gli organi sindacali dei lavoratori, il loro comportamento è sospetto dato che pur sapendo del memorandum da tempo, non hanno chiamato in tempo il popolo a reagire in massa e in modo dinamico per paralizzare il paese e fare pressione agli omuncoli del Parlamento. Solamente hanno aspettato l'ultima settimana per fare i leoni. Vedremo che strada seguiranno d’ora in poi.
A proposito dei fatti di Atene, le iene dei mass media invece di soffermarsi sulla reazione globale del popolo contro il nuovo Memorandum, si sono occupati più che altro della distruzione di banche, multinazionali ed edifici pubblici. Non ci dicono che tutto ciò è stato provocato da coloro che hanno distrutto la Grecia, i quali continuano a vivere nelle loro ville, guidare macchine di lusso e tenere conti bancari strapieni di soldi in Grecia e all’estero, condannando tutti gli altri a morire con 400 euro di stipendio, senza riscaldamento e latte per i loro bambini. Tutti quelli che erano presenti alla notte rivoluzionaria hanno visto persone di ogni età lottare fino a tarda mezzanotte contro le camicie nere della polizia, la feccia della società, e tutti quelli che avevano scelto di non rispondere con la violenza agli attacchi della polizia tornavano subito nelle loro posizioni appena diminuiva il lancio dei lacrimogeni. I danni provocati alle proprietà private sono stati ingigantiti dai mass media e sono sicuramente stati fatti da agenti della polizia in borghese oppure da gente che non ha niente a che fare coi rivoltosi.
Gli “incapucciati” che si sono scontrati con i cani da guardia degli invasori non sono marziani né agenti provocatori provenienti dalla Turchia, ma sono i nostri figli, i nostri fratelli, i nostri genitori disperati, i nostri amici ridotti in miseria, gente che non ha o che presto non avrà niente da perdere e non trovano altro modo per far sentire la loro voce in questa disumana dittatura parlamentare che si è stabilita.
La sinistra parlamentare la finisca di condannare la violenza e ci spieghi una volta per tutte cosa intende quando usa termini come resistenza, rivoluzione, tradimento, lotta fino ala fine etc, dato che non conosciamo nessun posto al mondo in cui i movimenti di sinistra non abbiano usato anche la violenza per raggiungere quegli obiettivi. Così come non conosciamo resistenze o rivoluzioni che vengano accettate dalla legislatura di coloro contro i quali viene fatta la rivoluzione.
Come tifosi della squadra più popolare e numerosa della Grecia settentrionale, ma molto di più come cittadini greci ansiosi per il nostro futuro e per quello del nostro paese, rivolgiamo un appello a tutti i tifosi del PAOK invitandoli a prendere parte tenacemente ed in ogni modo, così come richiesto dalla situazione, in tutte le manifestazioni che verranno.
La miccia dell’esplosione sociale si è gia bruciata.

20 febbraio 2012

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Ultimo aggiornamento Lunedì 20 Febbraio 2012 16:05

Livorno-Bari 1-2. Settima sconfitta casalinga per gli amaranto

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logo_livornoReti: 12' pt Garofalo, 14' pt Forestieri(B), 35' pt Paulinho(L)

Livorno(4-4-2): Bardi; Lambrughi, Bernardini, Sini, Meola; Siligardi (79'Filkor), Luci, Morosini (56'Belingheri), Schiattarella (66'Bernacci); Dionisi, Paulinho
A disposizione: Vono, Torri, Moscati, Rampi
Allenatore: Armando Madonna

Bari (4-3-3): Lamanna; Crescenzi (46'Cavanda), Borghese, Ceppitelli, Garofalo; Scavone, Romizi (23'Simon), Bogliacino; Forestieri (72Kutuzov), Caputo, Stoian
A disposizione: Koprivec, Polenta, Bellomo, Castillo
Allenatore: Vincenzo Torrente

Arbitro: Ostinelli di Como
Assistenti: Marrazzo e Pegorin
Quarto ufficiale: Bietolini

Ammoniti: Borghese, Forestieri, Ceppitelli, Simon (B), Dionisi, Siligardi (L)
Espulsi: 76' Ceppitelli (B) per doppia ammonizione
Angoli: 3-4
Recuperi: 3' e 3'

Bardi: viene trafitto due volte da distanza ravvicinata, da avversari che si erano bevuti come aranciata la difesa amaranto. Altri tiri nello specchio non se ne ricordano. Non ha colpe, ma nemmeno si mette in luce. Senza voto

Meola:  dolenti note. Forse non aveva ancora scaldato il motore, di fatto lascia spalancata la porta di destra dalla quale irrompono gli avversari che in due minuti asfaltano gli amaranto. Non può giovarsi del filtro fatto dal suo omologo di centrocampo, semplicemente perché Siligardi non difende, però appare in netto ritardo in entrambe le occasioni. L’impegno che dimostra per tutta la partita non può bastare, la frittata è fatta. Voto 4.5

Bernardini: fa il paio con il distratto compagno, anche se ha meno colpe. Voto 5


Sini: in occasione del primo goal cerca di mettere una pezza alla voragine, non riuscendoci. Ha numeri, tiene molto bene la posizione e non commette errori. Voto 6

Lambrughi: senza infamia e senza lode, in una giornata in cui la difesa ha toppato di brutto non è tra i peggiori. Voto 5.5

Siligardi: fa un bel tiro nei primi minuti, e si ferma lì. Tanta corsa, qualche penetrazione, poche idee e anche meno sacrificio difensivo. Voto 5

Filkor (dal 34° st): combina poco, non riesce a dare la spinta necessaria in una situazione di vantaggio numerico di cui non si è accorto nessuno. Senza voto

Morosini: preferito a Belingheri dall’inizio. Cerca di dare un po’ di ordine alla manovra, fa benino le due fasi ma non brilla come al suo esordio. Voto 5.5

Belingheri(dal 11° st):  cerca qualche penetrazione in più di Morosini, ma non funziona. Voto 5

Luci: gira a vuoto, non è la sua migliore giornata. Voto 5

Schiattarella : a differenza del suo omologo di destra difende, e infatti dalla sua parte il Bari non trova occasioni. Fa un bel lancio per Paulinho che trova la rete della speranza ma poco altro: da salvare, come al solito, la corsa. Voto 5.5

Bernacci (dal 21° st): riesce solo a fare qualche sponda, per altro non raccolta. Voto 5

Dionisi: si muove parecchio ma non punge, fa qualche buon passaggio e tiene un po’ in apprensione la difesa. Voto 6

Paulinho: segna una bella rete scattando sul lancio di Schiattarella, non mostra però la stessa prontezza in un’altra occasione quando non riesce a controllare una palla che l’avrebbe portato in porta da solo su un errato disimpegno degli avversari. Nel complesso è da promuovere, anche per come si è calato nel ruolo. Voto 6

Madonna: nel dopo gara si è assunto molte responsabilità, probabilmente non tutte sue. Poco comprensibile la sostituzione di Siligardi con Filkor, in un momento in cui c’era da sfruttare la superiorità numerica non si capisce il motivo di diminuire l’attività sulla fascia. Adesso ha la sosta per sistemare le cose che non funzionano, e sono parecchie, specialmente in difesa (anche grazie alle improvvide cessioni di Miglionico e Perticone). Voto 5.5

Ivano Pozzi

tratto da www.alelivorno.it

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