24 settembre 1991, l'etichetta americana Geffen Records pubblica Nevermind dei Nirvana, una delle pietra miliari della storia della musica rock, un disco che ha segnato un decennio, gli anni'90, ed almeno un paio di generazioni di musicisti e non, scuotendone l'immaginario fin dalla celebre copertina, con un neonato (Spencer Elden all'età di 4 mesi fotografato in una piscina della California) che galleggia sott'acqua davanti ad una banconota da un dollaro attaccata ad un amo. In occasione del ventennale dall'uscita Senza Soste vuole omaggiare e ricordare Nevermind con uno speciale articolo (che rimarrà aperto ed aggiornabile con ulteriori contributi) composto da vari interventi di ragazzi e ragazze livornesi, musicisti e semplici appassionati, ai quali abbiamo chiesto liberi contributi: dalla recensione al ricordo personale. La risposta è stata ottima e per questo ringraziamo tutti e tutte per aver accettato con entusiasmo e partecipazione il nostro invito. Perchè la memoria è sempre un ingranaggio collettivo, anche quando si tratta “solo” di musica. (red.)
Premessa: Nevermind è senza dubbio l'album più importante degli anni 90. Ed è anche uno dei più bei dischi del periodo (periodo che arriva fino a oggi). Probabilmente non il più bello (credo che per quello occorra andare in Irlanda, stesso periodo: non gli U2, ovvio.), ma quello che più di ogni altro ha modificato sia il mondo della musica mainstream che il modo di viverla di generazioni. Più di tutti gli altri dischi degli stessi Nirvana (che sono migliori, per irruenza, complessità è inevitabile disperazione), più dei lavori delle altre band di Seattle del periodo. Dischi e band che possono anche piacere di più e che, molte volte, sono formalmente migliori. Ma questa è una questione per esteti che leggono la musica solo come arte e non come storia.
Anche in seguito Nevermind rimase in disparte: quando presi coscienza della musica e di cosa significava erano altre le scelte da poter fare: c'era chi ti sputava in faccia la rabbia e rispondeva alla disperazione metropolitana in maniera chiara e semplice (Unsane, Therapy?, Helmet) o chi rispondeva al male di vivere (che ci nasceva dentro per questioni d'età) con nichilismo wagneriano (il black metal di Mayhem, Dartkthrone).Solo ad un certo punto sono stato (siamo, perché Nevermind è il disco che ha segnato tutti quelli che oggi hanno intorno ai 30 anni: non credo che i più grandi l'abbiano trovato così sconvolgente, avendo vissuto in prima persona tutti i movimenti musicali più importanti di sempre) in grado di capire quel disco e di innamorarmici in maniera sconsiderata. Solo quando ho capito che raccontava di noi, della vita nella periferia del tutto, e che l'unica risposta era urlare la rabbia che uno ha dentro. Senza speranza, perché quella viene dopo, quando si acquista la consapevolezza dell'esistere nel mondo e si trova la propria posizione. Anche per questo Cobain, con estrema coerenza, ci ha lasciato prima di trovarla. Ed è sempre per questo che continua ad influenzare orde di ragazzini che si sentono lui.
Questo è un fenomeno potentissimo: in questi 20 anni sono usciti dischi meravigliosi, ed è possibile, in un attimo, scoprire i 100 anni precedenti, pieni di cose incredibili. Ma niente influenza e sconvolge come Nevermind e i Nirvana. E' per l'empatia immediata che si crea con chi ha perso e che, comunque, ti fa nascer il germe del voler lottare, nonostante tutto.
death with violence / excitement right here
Luis Vega (1981)
Era una mattina come tante altre indaffarato davanti al computer a seguir navi in giro per i mari di tutto il mondo, quando su Skype mi arriva un messaggio del mio amico Paolo che mi chiede se mi andasse di scrivere qualcosa visto che di lì a qualche giorno sarebbe stato il ventennale dell’uscita di Nevermind. Subito ma dico subito un brivido mi assale dai piedi sino la testa e scuote quella parte di mente che sembrava addormentata, come se appartenuta a qualcun'altro.. ed invece no erano proprio i miei ricordi, miei e di tanta altra gente che in quei giorni del lontano 1991 si stavano preparando ad un cambiamento, una rivoluzione.
vedere i loro concerti, ci portavamo sempre una chitarra con noi e prima del loro concerto buttati sotto l’ombra di un qualche albero anche noi facevamo la nostra parte quasi a dire ragazzi se oggi non avete voglia suoniamo noi al posto vostro, tant'è che un giorno uno di noi riuscì a passare la sicurezza e presentarsi davanti a Truston More con la chitarra.Nevermind è considerato da molti critici come l’ago della bilancia tra quello che poteva essere un rimasuglio di punk inizio anni 90 e l’inizio di una nuova era musicale, il Grunge è quello lì appartenuto a Seattle and bands e fatto conoscere al mondo dopo il 91’: a venti anni di distanza siamo adesso in grado di dire si, Nevermind cambiò il modo di fare musica. Dopo l’uscita dell’album i Nirvana vennero consacrati al mondo dei media, alla vita da vere rockstar insomma finirono per diventare I Nirvana che tutti bene o male conosciamo. Ebbero quel successo tale in grado di schiacciare il loro frontman, un ragazzo di periferia che neanche poteva immaginare l’impatto che avrebbe avuto su milioni di giovani.
Venti lunghi anni sono passati da quel giorno, ma loro i Nirvana sono sempre lì lo dimostra il fatto che ancora oggi adolescenti girano con maglie dei Nirvana e la radio continua a passare la loro musica. I Nirvana non moriranno mai e adesso penso proprio che mi metterò su le cuffie e via con “smell like teen spirit” fino a spaccarmi i timpani. Grazie Paolo.
Marco Braccini (1977)
24/09/91: data emblematica per tutti coloro che hanno un minimo a cuore la musica contemporanea. Si contemporanea perché nella scala delle epopee socio/cultural/musicali, questa è l’unica continuità dopo Elvis, i Beatles, la west-coast americana 60-70, il british rock e il punk. Ci sono album che segnano un’epoca come Sgt. Pepper dei Beatles negli anni 60 per esempio, che, al di là dei gusti musicali ti fanno riflettere e capire la differenza tra un ottimo album e un capolavoro; lo capisci quando ti rendi conto dell’impatto del disco sulla gente. Non è un discorso di vendite (Velvet Underground docet) o di nome importante ma di scossa socio-culturale, un disco che ti fa pensare e che ti sconvolge per il messaggio cosi nitido nonostante la possibile incomprensione gergale, linguistica, la smania martellante e graffiante del messaggio musicale.
Nel 91 ero un diciannovenne non troppo amante del genere, ma consapevole che quella data avrebbe contribuito al proseguo della storia che conta. E’ questo quello che sorprende un qualsiasi diciannovenne americano, europeo o asiatico che sia, non è musica che ascolti tutti i giorni ma riesce a scuoterti e a farti pensare, è questo un grande album anzi un masterpiece come dicono i più dotti. “Nevermind” dei Nirvana è l’album-manifesto di una generazione. L’inno al grunge, come qualcuno dice, lo stendardo della Seattle invasion, il sequel moderno del punk come altri dicono, il disagio giovanile americano, l’urlo “no future” per la cultura dozzinale, superficiale e lavorativa stelle e strisce. Registrato negli assolati studi californiani Sound City, distribuiti dalla Geffen Records (etichetta dei Sonic Youth tra gli altri), secondo album in studio per Kurt Cobain, Chris Novoselic e il giovane batterista David Grohl schizzò subito alla vetta delle charts superando nelle vendite anche Dangerous di un certo Michael Jackson. L’album fu accolto con ovazione da parte del popolo grunge ma non solo, lo spiega il fatto che vendette qualcosa come più di 25 milioni di copie.
La voce graffiante e dolce del fragile Kurt, il martello compressore di Chris, la foga e la patta impressionante di Dave fanno si che Nevermind suoni come un disco dal vivo anche se album registrato in studio; pezzi ormai divenuti classici come Smells Like Teen Spirit, Lithium, Polly, Come As You Are fanno da cornice alla carriera dei Nirvana di allora e del futuro, lasciando marcato e indelebile il messaggio del disagio dell’epoca con la morte di Kurt nel ‘94.
Andrea “Ciro” Ferraro (1972)
Io sinceramente non sono stata una fan accanita del trio di Seattle, ma sicuramente adesso se guardo al passato non posso che dire di averli amati e di riconoscerli comunque come pilastri della mia cultura musicale e di quella della mia generazione. Non potendomi definire un esperta di musica non mi voglio lanciare in una disquisizione sul grunge degli anni novanta quanto stimolare una riflessione su cosa i Nirvana sono stati per la mia generazione attraverso la mia esperienza e sui motivi che a mio avviso ne hanno determinato un così prorompente successo nonostante la loro ( prematura ?) scomparsa.
La forza dei Nirvana, o almeno la loro forza ai miei occhi, non era quella musicale, non stava nelle note, ma nella rabbia e nella disperazione della voce e della figura di Kurt Cobain, di questo giovane che nonostante fosse all'apice del suo successo, nonostante una bellezza abbagliante si sentiva un ultimo, un disadattato, e lo urlava al mondo in maniera disarmante. Per la prima volta qualcuno portava sulla scena musicale internazionale il dolore e la noia di vivere, tipica della adolescenza che stavo vivendo, ma anche sintomo di una generazione, quella degli anni novanta, che si trovava a vivere un mondo in cambiamento che andava sempre più verso la massificazione e la globalizzazione, la precarietà lavorativa dovuta alla recessione economica e si trovava sprofondata in una condizione di apatia e di pessimismo per un futuro che già li avevano rubato.
Valeria (1978)
Nevermind dette una scossa alla scena musicale molto ruvido nelle sonorità potente semplice nella struttura delle canzoni ma efficace. oltre l'aspetto musicale che è una questione puramente personale sepiace o meno, ebbe comunque il merito di aprire una finestra sulla scena alternative facendone aumentare la sua popolarità. I demeriti sono quelli della creazione dello stereotipo rocksatr depressa dannata e drogata che focalizzava l'attenzione sull'antieroe Kurt Cobain, creata ad arte dai menager per aumentare l'attenzione mediatica e quindi le vendite a mio giudizio, mentre metteva in secondo piano l'aspetto musicale della band stessa.
Roberto (1976)
“Io devo assolutamente imparare a suonare la chitarra”. Queste furono le mie parole, all’età di tredici anni, dopo aver ascoltato appena trenta secondi di “Come As You Are” nella versione Unplugged. Fu una folgorazione, un innamoramento totale, un po’ come la visione della luce che si narra negli scritti biblici. Ricordo quel giorno come fosse ora e lo custodisco nel cuore come uno scrigno: una mattina di scuola, in terza media, la mia “carissima” compagna di banco mi fece ascoltare questo gruppo di cui già avevo sentito parlare ma che assolutamente non conoscevo. Il pomeriggio stesso andai in un negozio di dischi e mi comprai la musicassetta dell’Unplugged in New York e, nel giro di una settimana, avevo tutti i dischi originali. Ecco, da quel giorno, la mia vita non è più stata la stessa. Se adesso suono, mi occupo di musica, vivo di musica ed ho “costruito” la mia personalità e un certo tipo di pensiero lo devo sicuramente a Cobain e soci. Gran parte della mia adolescenza l’ho trascorsa ad ascoltare ed onorare in modo religioso i loro album, imparando le canzoni, i testi e gli accordi e divenendo, con un effetto di immediata catarsi, il mio punto di riferimento per gli anni a venire.
“Nevermind” non è mai stato il mio album preferito dei Nirvana. E’ sicuramente quello che più mi ha fatto sognare e sentire vicino al turbolento e angoscioso spirito di Kurt Cobain, forse per la maniera in cui è stato concepito, forse per la sua malinconia e lungimiranza, forse per la sua perfetta unione di punk e melodie pop. Chissà, l’unica cosa di cui sono certo è che “Nevermind” è un disco immortale, che contiene canzoni bellissime (una su tutte “On A Plain”, probabilmente il mio brano preferito della band ma anche “Drain You”), che a distanza di anni ti emozionano e ti rapiscono l’anima, più “invecchiano” e più ti accorgi di quanto siano degli incredibili capolavori. Probabilmente è uno dei pochi album della “History of Rock’n’Roll” che ancora vende decine di migliaia di copie all’anno, che ancora affascina i giovani che per la prima volta si affacciano alla musica, quella vera, col cuore, fatta di una semplicità disarmante. Quando, anche oggi, mi capita di ascoltare i Nirvana difficilmente metto su “Nevermind”; gli preferisco di gran lunga “In Utero” o “Bleach”, se proprio voglio sentirmi giovane in eterno. Ma, per questo storico ventennale, credo che renderò di nuovo grazie, lode e gloria a questa band che con tre accordi e liriche straordinarie ha rivoluzionato la mia vita e quella di milioni di altri ragazzi.
Grazie Kurt, grazie Chris, grazie Dave. Ancora una volta possiamo fermare il mondo, per 42 minuti e 38 secondi.
Gabriele Centelli (1988)
E' strano...pochi minuti prima di mezzanotte e scopro che è il ventennale di Nevermind, proprio all'ultimo. E' strano perché anche vent'anni fa Nevermind l'ho scoperto all'ultimo, quando era già uscito da un bel pò e già il mondo spasimava per il nuovo album dei Nirvana.
Il ricordo che mi salta subito alla mente è abbastanza egoistico: quello delle pogate devastanti che partivano e che andavo a cercare appena le casse sparavano le pennate stoppate dell'inizio di smell like teen spirit, gli anni della mitica cava (…più o meno…non mi ricordo bene).
Sarò onesto, ho letto i commenti già inseriti e… devo dire che sul momento io non vivevo quell’evento già come il mito che è diventato dopo la morte di Cobain. Per quello che mi ricordo in quei mesi la maggior parte della gente lo viveva più come un album molto potente ma non così alto. Non so se era perché io ancora non lo conoscevo, ma mi sembra che anche il termine o definizione di “grunge” non fosse così presente. Dal mio punto di vista, era un album che vivevo per me. Era una concessione, era una via legittimata e comunemente accettata per poter urlare. Erano le canzoni che mi permettevano di avere un senso di reale libertà nelle discoteche rock. In quei momenti, nel buio tra i giochi di luce e la gente, potevo finalmente sentirmi sparito. In mezzo alla gente se io ci fossi stato o no… non sarebbe cambiato niente, nessuno avrebbe notato la differenza. Solo in quella sensazione di non esistere sentivo la sconfinata libertà di poter fare qualsiasi cosa….perché nessuno avrebbe notato la differenza. Ecco, questo è quello che mi richiama alla mente Nevermind. Ed è un grande e bellissimo ricordo. Ripensandoci adesso gli sono grato perché dopo è successo veramente di rado.
Io quindi non ho vissuto subito questo album in maniera così epocale, anche perché ero preso dell’inconsapevole prosperità musicale di quegli anni. Era una continua scoperta di gruppi belli esagerati, comunque potenti e impetuosi, in alcuni casi anche con molta più tecnica (sono gli anni anche dell’hard blues dei Marshall a manetta!!).
Da un punto di vista di popolarità Nevermind ha sicuramente rappresentato una della punte più alte dell’iceberg “anni ‘90”. Io mi sono velocemente immerso in quell’iceberg, fatto di Temple of the dog, Soundgarden, Pearl Jam, Alice in Chains, Blind Melon e molti altri gruppi…. un’esplosione musicale che oggi mi verrebbe da paragonare agli anni ’70. Un’esplosione musicale che oggi mi manca molto. Negli ultimi anni ho ripensato spesso a Nevermind: spero che ne arrivi presto un altro che mi faccia scoprire un nuovo iceberg.
Alessio Franchini (1976)
Quando uscì Nevermind per me i Nirvana non furono una vera e propria sorpresa. "Bleach" aveva già girato parecchio sul mio piatto e la buona qualità del gruppo traspariva dai solchi di un disco un pò acerbo ma zeppo di idee e fortemente caratterizzato da uno voce spezzata e che raccontava il disagio giovanile senza distacco e con passione. Mai però avrei pensato che Cobain ed i suoi potessero raggiungere un successo così immenso e che da loro potesse nascere la moda che più ha caratterizzato gli anni '90, ovvero la cultura grunge.
In ogni caso non appena vidi il video di "Smells Like Teen Spirit" capii che il momento era quello giusto. La canzone era perfetta ed il video - girato da Samuel Bayer - funzionava a dovere per degli adolescenti sballottati in un mondo svuotato di ogni speranza. La messa in scena era adeguata alla nuova visione di un college rock che pur essendo legato al passato staccava con l'allegria che lo stesso solitamente esprimeva.
Anche il secondo "estratto" da Nevermind, "Come As You Are", poteva vantare un video di spessore oltre che un ritornello orecchiabile e che virava verso sonorità post-punk. Bisogna pero' sottolineare che il riff portante del pezzo e' un vero plagio da "Eighties" dei Killing Joke - i quali rinunciarono dopo il suicidio di Cobain ad ogni risarcimento - e che in tutta la canzone l'ombra del grande gruppo di Coleman è pesante. Ciò non toglie comunque troppa qualità ad un pezzo significativo e con un testo davvero notevole.
"In bloom" usci' come terzo singolo quando ormai il gruppo aveva sfondato a livello planetario. Notevole qui il videoclip che mostrava una falsa esibizione televisiva dei Nirvana ambientata in un fittizio show tv in bianco e nero - in stile Beatles periodo ragazzine urlanti .
"Lithium" fu l'ultimo singolo estrapolato da Nevermind ed anche in questo caso fu accompagnato da un video ben fatto e che mostrava la forza che la band esprimeva sul palco
Insomma al netto di ogni speculazione e di ogni critica - ammetto di aver sempre avuto poca simpatia per i fan in genere e quelli dei Nirvana mi sono sembrati ancora più "chiusi" cosi' da farmi mal sopportare anche i Nirvana stessi - il gruppo di Cobain è stato l'ultimo che ha dato lustro al classico concetto del rock - basso,chitarra,batteria- , e con NEVERMIND ha lasciato un testamento davvero ottimo, che seppur debitore dei classici - dall'hard-rock seventies passando per la wave attraverso il punk e spruzzando il tutto con l'indie-pop - a vent'anni di distanza dalla sua uscita riesce ad essere alla fine di ogni discorso anch'esso un classico.
Federico (1973)
Un disco che è stato trasformato anche in un'emblema di una generazione. "Nevermind" non è soltanto quel fenomeno commerciale che ha fatto esplodere la scena del rock alternativo. Per molti di noi, oramai svezzati dai Living Colour e Jane's Addiction (assieme a molti altri), fu una specie di manifesto emotivo, una sorta di catapulta in cui la nostra alterità, che mimava quella dei nostri coetanei statunitensi, veniva lanciata verso l' alto. Forse troppo in alto. Entro poco tempo ci sentimmo scippati di una sorta di esclusività che fino a poco prima ci illudevamo di detenere. Vedevamo i nostri gruppi preferiti "brutalizzati" dai giornalacci finto-specializzati che solo l'anno prima ignoravano l'esistenza di una città come Seattle. Ma tant'è, a farne le spese non fummo sicuramente noi ma proprio l'icona di quello che venne battezzato come Grunge, Kurt Cobain.
Aldo De Sanctis (1974)
“Dal primo all’ultimo ascolto.”
Nevermind è il disco più importante. Potrei dire “per tutti” o “di tutti” ma mi limito a dire “per me”.
Mi capita di pensare in maniera semplicistica che la magia arrivi in un luogo e decida che le cose debbano andare in una certa maniera. Chiaramente non credo che ci sia di mezzo soltanto il caso o la fortuna, ma una serie di fatti che si sono incontrati e incastrati nel momento giusto e al posto giusto. Non sempre però è così facile far collimare le giuste vibrazioni. Basta leggere una qualsiasi biografia sui Nirvana per capire quanto poco sarebbe bastato per far svanire tutto in una bolla di sapone.
Dalla prima bozza di registrazione col produttore Butch Vig ed il vecchio batterista Chad Channing, all’annullamento delle sessioni per la totale perdita di voce di Kurt e quindi spostate a data da destinarsi. Questa pausa, apparentemente negativa se non distruttiva per quanto concerne l’esito del progetto in realtà consentì alle cose di andare al proprio posto. Trovare un’etichetta di maggior prestigio e con più risorse interessata al progetto, terminare la scrittura di un numero maggiore di canzoni e soprattutto il cambio di batterista. Dave Grohl, tanto giovane, quanto tempestoso, preciso e martellante nella sua maniera di suonare. Per me. Senza mezze parole, l’elemento che ha fatto quadrare il cerchio, probabilmente il personaggio più importante ai fini di Nevermind.
Lo ascolto ancora spesso e mi capita di provare, a distanza di anni, le solite emozioni nei soliti punti; sulla rullata introduttiva di Territorial Pissing, o sul passaggio di tom-timpano che introduce il ritornello di Breed.. o l’esigenza di alzare il volume per entrare dentro a Something in the way, roba che se ci penso mi fa venire i brividi, adesso.
Poi capita di pensare che un uomo come Kurt Cobain, che tutto era fuorché un chitarrista tecnico, riesca a fare un solo di chitarra, nella sua lingua selvaggia e spartana che ti lascia di stucco, e questa cosa, la capisco adesso e non allora. Sono dovuto crescere. Ai tempi pensavo banalmente che la scarsa tecnica di Kurt fosse solo un punto a sfavore. Ero piccolo. Ascoltatevi il solo di In bloom. Oppure uno come Krist Novoselic, un bassista sicuramente limitato, ma in questo disco così coinvolgente e sempre puntuale nei propri “giri”.
Caratterizzato tecnicamente da un sound pieno e grintoso, Nevermind rimane nella storia dei Nirvana il disco tutto sommato più pop, dalle sonorità più accattivanti. Impossibile rimanere fermi di fronte all’efficacia dei pattern ritmici di Krist e Dave o alle chitarre debordanti di Kurt. Per non parlare delle parti vocali, la schiettezza, la semplicità, che erroneamente fa scivolare il giudizio sul termine “cura maniacale”, o almeno questo è quello che viene da pensare quando non riesci ad immaginarti una parola detta ed espressa in una maniera anche solo un poco differente rispetto a come è stata eseguita.
Non c’è troppo da girarci intorno. È un album che mi ha preso e portato sotto l’aspetto mentale da un’altra parte, alla tenera età di 13-14 anni. Sotto un punta di vista, più fisico e concreto, invece ha preso un basso, una tracolla e me li ha incollati addosso. Capiì che esisteva una fetta di musica nuova per le mie acerbe orecchie. Un qualcosa che valeva la pena di essere provato sulla propria pelle e che forse potevo essere in grado di riprodurre io stesso o almeno di avvicinarmici. Col tempo ho in realtà capito che quella musica mi sembrava nuova perché lo era a prescindere dall’esperienza di un ascoltatore. E che mi coinvolgeva sotto l’aspetto della semplicità del messaggio e quella –apparente- dell’esecuzione marginale. E questo alla fine è ciò che fa la differenza.
Nevermind è paragonabile a quei fenomeni di massa che si verificano una volta ogni 25-30 anni cui la folla di persone segue spontaneamente un punto, un luogo, un’atmosfera, come se non ci fosse alternativa, come le api intorno al miele, aumentando sempre più di numero senza poter dire di no.
“Non so come, non so perché. Ma è successo ed eravamo in tre. Nevermind è senza dubbio la cosa migliore che sia riuscito a fare nella mia vita.” Krist Novoselic
Daniele Catalucci (1979)
Scrivere di una pietra miliare dell'arte non è mai facile. Parlare di Nevermind lo è ancora meno. Perché è un disco che la mia generazione ha vissuto da dentro. Ci siamo passati attraverso, abbiamo vissuto l'ennesima morte del rock e adesso siamo qui, figli di Nevermind. Quelli della mia età hanno tutti ricordi legati a "Smells Like Teen Spirit" o "Come as You Are", alle Converse rotte e alle camice di flanella. E' come chiedere ai nostri padri se si ricordano il momento nel quale uscì "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band", dei Beatles. Alcuni lo hanno scoperto subito, altri più tardi, ma tutti lo conoscono e sanno esattamente dove è nella linea temporale: 1967.
E tutti noi sappiamo cosa è stato il 1991 e tutti gli anni seguenti.
Dire cosa scatenò in me Nevermind è puro gossip. Ma spesso ci dimentichiamo l'importanza incredibile che ha avuto questo disco. In molti dicono "Cazzo, gran disco, ma per me non è il migliore dei Nirvana". E forse è vero, non è quello più "reale", non è come "Bleach" o qualche perla di "Incesticide" dove esce tutta l'anima dei Nirvana. Ma Nevermind è stato il primo disco Grunge (termine spesso abusato, nonostante il significato poco chiaro) a tendere la mano al cosiddetto mainstream. Da quel punto, da quel momento, tutto è cambiato. Gruppi come Pearl Jam, Soundgarden e tanti altri emuli del genere riuscirono a portare la propria musica in ogni parte del mondo, partendo da piccole cittadine dove quelle note, probabilmente, sarebbero rimaste in piccoli scantinati adibiti a sala prove.
Qualcuno storceva il naso, accusava i gruppi di essersi venduti al sistema; un sistema, quello musicale, dove il pop ormai la faceva da padrone. Ma senza Nevermind, in quei primi anni '90, dove la connessione globale di Internet era ancora un miraggio, tante splendide melodie e canzoni forse non le avremmo neanche sentite.
Ma un'altra cosa credo sia fondamentale. Nevermind è legato in modo inossidabile a quattro nomi: oltre ai tre Nirvana (Kurt Cobain, Krist Novoselic e Dave Grohl) troviamo un tale Butch Vig, il produttore artistico del disco. Vig ha inventato il suono del disco, ha dato forma e ordine alla confusione del Grunge, ha trovato il modo di rendere la musica cosiddetta "alternativa", convenzionale. Ma in tutto questo processo è riuscito a mantenere il disagio e il rifiuto di una generazione per ciò che stava intorno. Le chitarre di Kurt sono perfette, graffianti ma mai invadenti; la batteria è riportata con l'esatta potenza che Dave Grohl riusciva a produrre su quei fusti; il basso è l'ossatura perfetta dei brani; e la voce di Kurt è ripresa perfettamente nei suoi sbalzi d'umore: dai toni quasi impercettibili di alcuni brani a parti vocali "di gola" che racchiudono tutta la rabbia di alcuni testi. Nevermind è stato il miglior disco degli anni '90. Riascoltatelo.
Ma prima prendete in mano "Wasting Light", ultimo lavoro dei Foo Fighters, gruppo dell'ex batterista dei Nirvana. Vi piace? Adesso potete guardare di chi è la produzione artistica…non credo sia un caso.
Alberto Abi Battocchi (1981)
Comprai Nevermind dei Nirvana pochi giorni dopo che uscì in Italia, in pratica quando arrivò a Livorno. Avevo consumato Bleach, ero in piena adorazione della Sub Pop, la mitica etichetta americana che dette per prima la voce al movimento grunge partendo da Seattle. Era la fine settembre del 1991, avevo 20 anni ero convinto di aver comprato un gran disco di rock, punk, sporco e minimale ma avevo l'incredibile privilegio di essere inconsapevole che di lì a poco questo disco avrebbe scosso il music business come pochi altri nella storia. Tutte le tracce mi colpirono e l'appuntamento del 20 novembre 1991 a Baricella (BO), dove i Nirvana si sarebbe esibiti, era diventato una priorità assoluta. Partii da Livorno a bordo della mia Fiat Ritmo nera insieme a mio fratello e altri 3 amici, senza biglietto e con gli zaini pieni di birre e panini. Spersi nella nebbia padana rangiungemmo il locale (Kryptonite), acquistammo i biglietti ed entrammo. 200 persone, forse 250 ma non di più, un locale carino e già traboccante di umidità e fumo di sigaretta.Massimiliano Morandi (1971)
Link: Scheda del disco su Wikipedia
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