Dopo circa un anno di lavoro, tra contrasti e ripicche all’interno del gruppo, alle prese con questioni sia economiche che caratteriali, il 30 novembre 1979 usciva sul mercato discografico internazionale uno degli Lp classici della storia del Rock: The Wall dei Pink Floyd.81 min e 12 secondi di rock “lirico” articolato in 26 canzoni, incise su due vinili (Disco 1: 39 min e 14 sec; Disco 2: 41 min e 58) che vanno a comporre il secondo doppio album del gruppo dai tempi di Ummagumma (1969). Ma se quest’ultimo album sperimentale era per lo più basato sulla musica, The Wall, rispetto a tutta la produzione floydiana, si caratterizzava di più per le canzoni, ognuna delle quali legata all’altra, andando a costituire una trama narrativa che caratterizza The Wall come una cosiddetta “opera rock”.
Un’opera, per lo più generata dalle inquietudini del bassista del gruppo, Roger Waters, incentrata sui temi dell’incomunicabilità, delle paure, dei fantasmi della guerra, delle dipendenze, e del rischio sempre latente di involuzioni autoritarie da parte dell’individuo, come della società. Temi per altro classici nella poetica di Waters e dei Pink Floyd (da Meddle a Dark Side, da Wish you where here ad Animals). A proposito di Run Like Hell, uno dei pezzi “cattivi” del disco: «Roger Water aveva letto Massa e Potere – saggio filosofico del 1960 scritto da Elias Canetti – e maturò così le proprie considerazioni sul pericolo insito in qualunque consenso su larga scala: si era convinto che fosse facile far passare messaggi pericolosi attraverso pochi azzeccati slogan, e di come fosse altrettanto facile (avendo a disposizione i mezzi appropriati) ottenere l’approvazione di folle oceaniche».
Un concept album ancora attuale e che per questo, a trent’anni dalla sua uscita, al di là del valore prettamente musicale (da questo punto di vista non è il disco migliore né dei Pink Floyd, né in generale: anche se contiene perle come Hey You, Comfortably Numb, Run Like Hell), è giusto omaggiare. Recuperandone il messaggio critico. Soprattutto in questa fase storica di retorica a proposito di “muri”: poche settimane fa si è infatti celebrato nel mondo occidentale il ventennale della caduta del muro di Berlino. E proprio a Berlino, a rimarcare la paradigmaticità dell’opera dei Pink Floyd di Roger Waters, e la sua capacità di entrare nell’immaginario collettivo di mezzo mondo, il 7 luglio 1990 nei pressi della Potsdamerplatz, a pochi mesi della caduta del muro reale, l’ormai ex bassista del gruppo (che dal 1987, dopo la definitiva rottura del 1983, si era intanto ricomposto sotto la guida dello storico chitarrista David Gilmour) mise in scena una spettacolare rappresentazione/concerto dell’opera, di fronte a 250.000 persone (esibizione allestita con lo scopo di aiutare l’organizzazione benefica Memorial Fund For Disaster Relief: alla fine, tolte le spese, la somma raccolta risultò sotto le aspettative, appena 100.000 sterline). E sempre a proposito di muri, Roger Waters, ha portato negli anni scorsi il suo spettacolo sotto altri muri, in Israele, prendendo nettamente posizione e chiedendo al governo israeliano Tear Down the Wall: tirate giù il muro del WestBank. (lo stesso Waters nel 2004 ha dedicato alle
vittime dei paesi in guerra due canzoni "To Kill The Child", contro l’intervento di Bush in Iraq e "Leaving Beirut")
vittime dei paesi in guerra due canzoni "To Kill The Child", contro l’intervento di Bush in Iraq e "Leaving Beirut")Ma torniamo a quel 1979. L‘uscita del doppio album fu anticipata dal lancio (16 novembre) del singolo Another Brick In The Wall Pt.2 (45 giri, con lato B One of my turns), che in una settimana dalla pubblicazione raggiunse in Inghilterra la numero uno, vendendo oltre 340.000 copie (a gennaio più di un milione: «un inglese su cinquanta - scrive Nicholas Schaffner – era uscito di casa per comprarsi il disco»1). Nel 1980 la canzone fu adottata come inno dagli studenti neri durante la rivolta di Elsie's River, in Sud Africa, per protestare contro la propaganda razziale. Il 2 maggio dello stesso anno in quello stato la canzone fu censurata.
Per la sua multipla tematicità The Wall ha dato spunto ad innumerevoli interpretazioni e letture. In un saggio che analizza e commenta tutti i testi dei Pink Floyd, lo scrittore Alessandro Besselva Averame, li elenca tutti, cercando di abbozzare il punto: «[..] per alcuni The Wall è paradossalmente sia la critica di un atteggiamento, sia una rappresentazione artistica dell’atteggiamento stesso. La critica di un fenomeno che diventa potenziale oggetto di critica. Ma The Wall è soprattutto il tentativo finale (che finale non sarà affatto, come vedremo) per Roger Waters, di fare i conti con il proprio passato e con le proprie ossessioni: una forma di autoanalisi spinta da un desiderio catartico»[i]
L’elaborazione di The Wall, come ormai ampiamente raccontato, nasce da un episodio specifico: Montreal (Quebec, Canada), Stade du Parc Olympique, 6 luglio 1977, ultima data del secondo tour in Nord America di In the flesh (a seguito dell’uscita del disco Animals, il 23 gennaio di quello stesso anno). Così lo racconta lo stesso
Nick Mason, batterista del gruppo, quello che c’è sempre stato (l’unico Pink Floyd ad avere attraversato l’intera storia dl gruppo) nella sua monumentale biografia, Inside Out: «Era un gigantesco stadio sportivo, sovrastato da una torre futuristica, che era stato costruito per l’olimpiade dell’anno precedente. La torre svettava a un enorme altezza e, proprio per le sue dimensioni, non favoriva un rapporto caldo e affettuoso con i fan. Tra il pubblico più vicino al palco c’era un gruppetto relativamente piccolo ma sovraeccitato di fan, probabilmente imbottiti di sostanze chimiche e sicuramente poco inclini a seguire con attenzione lo spettacolo. Dato che si trovavano esattamente nelle prime file, li potevamo sentire e condizionavano la nostra percezione dello stato d’animo del pubblico. Durante la pausa tra un brano e l’altro il gruppo urlava richieste per le canzoni successive. A un certo punto, quando gli caddero gli occhi su un membro particolarmente chiassoso della claque che gridava “suona Carefull with that axe, Roger”, Roger finì per perdere la pazienza e sputò contro il reo. Questo fatto era più che insolito, anzi, era decisamente strano. [..] Questo incidente indicava che stava diventando sempre più difficile stabilire un rapporto con il pubblico.»[ii]
Nick Mason, batterista del gruppo, quello che c’è sempre stato (l’unico Pink Floyd ad avere attraversato l’intera storia dl gruppo) nella sua monumentale biografia, Inside Out: «Era un gigantesco stadio sportivo, sovrastato da una torre futuristica, che era stato costruito per l’olimpiade dell’anno precedente. La torre svettava a un enorme altezza e, proprio per le sue dimensioni, non favoriva un rapporto caldo e affettuoso con i fan. Tra il pubblico più vicino al palco c’era un gruppetto relativamente piccolo ma sovraeccitato di fan, probabilmente imbottiti di sostanze chimiche e sicuramente poco inclini a seguire con attenzione lo spettacolo. Dato che si trovavano esattamente nelle prime file, li potevamo sentire e condizionavano la nostra percezione dello stato d’animo del pubblico. Durante la pausa tra un brano e l’altro il gruppo urlava richieste per le canzoni successive. A un certo punto, quando gli caddero gli occhi su un membro particolarmente chiassoso della claque che gridava “suona Carefull with that axe, Roger”, Roger finì per perdere la pazienza e sputò contro il reo. Questo fatto era più che insolito, anzi, era decisamente strano. [..] Questo incidente indicava che stava diventando sempre più difficile stabilire un rapporto con il pubblico.»[ii]Non è dunque un caso che il doppio disco del 1979 si apra proprio con la traccia interrogativa In The Flash?, riprendendo il titolo di quell’estenuante ed illuminante tour in nord america.
Dopo quel tour, probabilmente turbato, Roger Waters, nel settembre 1977, decide di ritirarsi in solitudine, in campagna, per lavorare ad una nuova serie di canzoni a tema, partendo proprio da quella esperienza. Ed è in quel ritiro che di fatto Waters elabora il concepì del futuro nuovo disco: «L’immagine che si forma nelle mente di Waters è quella di un muro invalicabile, simbolo geometrico della incomunicabilità umana»[iii]
A trasformare quella che sembrava essere un’opera solista di Waters in un nuovo disco dei Pink Floyd, fu la loro situazione finanziaria: una clamorosa bancarotta, dovuta al fallimento di una scaltra società di intermediazione finanziaria della City, la Norton Warburg, alla quale i Floyd, come altri avevano affidato la gestione totale delle loro entrate. Nel 1978 dunque si mise in moto la macchina organizzativa e produttiva, con Roger Waters che già aveva chiaro che The Wall non sarebbe stato solo un disco: «The wall, in quanto opera completa costituisce una enorme quantità di materiale distribuito su un ampia gamma mediatica: il disco, i concerti- arricchiti da filmati, effetti scenografici, e arredi scenici – e un film. Tutto questo rientrava negli intenti di Roger fin dall’inizio. Già in precedenza Roger aveva manifestato la sua passione nell’esplorare le possibilità del multimediale, ma The Wall spinse molto più oltre la sua inclinazione.»[iv]
Al disco infatti, seguirono dei particolari concerti scenografici, tra il 1980 ed il 1981 (le cui registrazioni audio sono state pubblicate nel 2000, nel doppio album live Is There Anybody Out There?: The Wall Live 1980-1981, corredate da un curatissimo book; immagini dei concerti invece si possono reperire in rete), e nel 1982 l’omonimo film, diretto da Alan Parker ed interpretato da Bob Geldof. In entrambi, l’uso delle visionarie animazioni create dal fumettista e disegnatore inglese Gerald Scarfe.
Ma rimanendo al disco il bilancio non può altro che considerarsi positivo: «The Wall si sarebbe infine piazzato secondo dopo il solo DarkSide of The Moon nella classifica dei best sellers d’ogni tempo di marca Pink Floyd. Come Album doppio vendette anche una quantità maggiore di singoli dischi. Fuor di ogni dubbio, le vendite furono alimentate dall’effetto trainante del fenomeno Another Brick in The Wall Part 2.. The Wall di per se, come concluse Kurt Loder nella sua recensione per Rolling Stones, era “roba assai dura, certo non della razza dei grandi successi commerciali”. Ma vi riconobbe anche “una stupefacente sintesi di tutte le ormai familiari ossessioni tematiche watersiane” che “balza in vita con una inesorabile rabbia lirica che è chiaramente genuina, e, nella sua minuziosa particolarità, da ultimo terrificante”.»[v]Opera complessa dunque. Come complessa fu la sua realizzazione. Con i Pink Floyd ormai disgregati dall’ego in continua espansione di Roger Waters, con David Gilmour limitato nella sua espressività (per quanto il suo contributo al disco sia notevole: dai pezzi cantati insieme a Waters, ai bellissimi assolo di chitarra) e Richard Wright ridotto ad una sorta di comparsa. Fu ingaggiato un nuovo fonico, James Guthrie, che dette un apporto notevole (sia al disco che ai concerti) ed imbarcato nell’avventura, vista la complessità dl progetto, un co-produttore Bob Ezrin (che tra l’altro aveva lavorato, tanto per rimanere in tema a Berlin di Lou Reed), al quale si deve molto dell’amalgama filologica dell’opera finale.
The Wall ebbe un costo di 700.000 dollari; «le registrazioni si svolsero dapprima agli studi Superbear in Francia, poi ai CBS di New York e infine, la maggior parte, ai Producers Workshop di Los Angeles, fra il novembre 1978 e il novembre 1979, quando finalmente usci il doppio vinile»[vi]
Nella sua biografia del gruppo, già citata, Nick Mason racconta bene tutti i vari passaggi: «Quando iniziammo le registrazioni, cominciammo a cercare nuovi ambienti sonori. Cercammo di ottenere un suono simile a quello di una sala da concerti dal vivo, registrando parte delle batterie in un vasto open space all’ultimo piano del Britannia Row [..] Il suono della batteria in The Wall fu, per la prima volta, mantenuto intatto nel corso di tutto il processo di registrazione. La batteria e il basso furono inizialmente registrati su una macchina analogica a 16 piste e mixati, per le sovraincisioni, su due delle piste di una macchina a 24 piste, conservando la registrazione originale e il mixaggio finale. Questo impedì l’inevitabile deterioramento che subiscono i nastri quando vengono riprodotti in continuazione per aggiungere altri strumenti o voci»[vii]
Ma la produzione aveva ancora i suoi passaggi: «Una volta terminata la registrazione, le operazioni furono trasferite a Los Angeles per la fase di miraggio. Le sovraincisioni d’orchestra erano state arrangiate e dirette dal compositore e arrangiatore Michael Kamen. Cooptato da Bob Ezrin, Michael aveva registrato gli arrangiamenti presso gli studi della CBS di New York, incontrando la band solo alla fine delle sedute di registrazione. In un parcheggio, fuori dal Producer’s Workshop di Loas Angeles, dove stavamo eseguendo il miraggio furono registrati vari effetti audio tra cui la sgommata di pneumatici per Run Like Hell. Questo effetto fu creato facendo compiere sbandate a Phil Taylor alla guida di un furgone Ford LTD con dentro Roger che urlava a squarciagola»[viii]
Resterebbe adesso, rimandando comunque a tutti i testi citati per ulteriori approfondimenti e letture, di analizzare canzone per canzone. Preferiamo invece, invitando a riascoltarsi il doppio disco (ora CD, tracce digitali in rete), concludere salando direttamente all’epilogo del disco, uscendo fuori: Outside the wall.«L’ultimo pezzo del disco è un post scriptum dalla triplice funzione. Da un lato ha il compio di illustrare il disvelamento della macchina scenica, di chiarire che quella a cui si è assistito era una finzione, da non prendere alla lettera e da non interpretare troppo seriamente. In secondo luogo, rappresenta in qualche modo un lieto fine, l’esigenza di non edulcorare il messaggio, ma comunque di aprire degli spiragli in una visione che fino a quel momento è parsa priva di speranza, nichilista. Terzo, fornire una ciclicità alla storia, come a dire: questo muro è stato abbattuto ma non è escluso che se ne possano creare di altri, che dobbiamo essere pronti ad abbattere»[ix].
Soli, o a coppie - Quelli che davvero ti amano - Camminano su e giù fuori dal il muro - Qualcuno mano nella mano - Qualcuno si riunisce in band - I cuori sanguinanti e gli artisti - Fanno la loro comparsa - E quando hanno dato tutto ciò che potevano - Alcuni barcollano e cadono - Dopo tutto non è facile - Sbattere il tuo cuore contro un muro di pazzi
per SenzaSoste.it
(a cura di) Paolo Bruciati
Livorno, 30 novembre 2009
Note:
1 Nicholas Schaffner, Pink Floyd, uno scrigno di segreti (Soucerfull of Secret – The Pink Floyd Odyssey), Arcana, Milano, 1993, p. 241
[i] Alessandro Besselva Averame. Pink Floyd. The Lunatic, Arcana, Roma, 2008 p. 298
[ii] Nick Mason, Inside Out, Rizzoli, Milano, 2004, pag. 240
[iii] Alessandro Besselva Averame, Op. Cit., p. 298
[iv] Nick Mason, Op.cit.
[v] Nicholas Schaffner, Op. Cit., p. 247
[vi] Glenn Povey, Ian Russel, Pink Floyd. Un sogno in techicolor. Tent’anni di storia e di concerti (Pink Floyd: In the Flesh. The complete Performance History), Giunti, Firenze, 1998, p. 147
[vii] Nick Mason, Op.cit., p. 243
[viii] Nick Mason, Op.cit.p. p. 247-250
[ix] Alessandro Besselva Averame, Op. Cit, p. 367
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