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Faith No More - live Milano 14-06-2009

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album-king-for-a-day-fool-for-a-lifetime.jpgIl 14 giugno del 2009 ho personalmente assistito ad un evento cui aspiravo presenziare da sempre. Un concerto di una band che ho preso forse con un po’ di leggerezza appena conosciuta, fra i 15 e i 18 anni, ma che mi ha stretto e preso nei dieci anni successivi in maniera decisa e profonda. Uno di quei gruppi, sui quali spesso fra amici è capitato di soffermarsi sotto la voce “concerti mancanti”, vuoi per la nostra giovane età al loro ultimo concerto italiano (98), vuoi perché in quell’anno decisero di sciogliersi: parlo dei Faith No More, uno dei gruppi che ha preso l’hard rock sotto le sue ali e lo ha trasformato in qualcosa di diverso, grazie soprattutto a quel geniaccio di Mike Patton, cantante, tenore, urlatore e qualsiasi altra cosa si possa accostare ad una corda vocale e alle sue emissioni.
 
Sono un gruppo longevo, nato a San Francisco nel 1982 dalla già forte combinazione dei membri attuali Mike Bordin (batteria), Roddy Buttom (tastiere) e Billy Gould (basso). Il chitarrista Jim Martin si sarebbe unito poco dopo insieme al cantante Chuck Mosely, formazione questa che incise nel 1985 e 1987 i primi due dischi “We Care a Lot” e “Introduce Yourself”.
La musica prodotta era una fusione tra hard rock e rap, un genere molto simile ai “cugini” e odiati Red Hot Chili Peppers in formazione originale –KiedisFleaSlovakIrons-  ( nb - E ‘ risaputo che Kiedes odiasse a tal punto Patton tanto da permettersi di escludere da festival comuni, a metà anni novanta, lui e il suo progetto parallelo “Mr.Bungle” sotto la base di ricatti all’organizzazione dall’alto del suo essere Headliner della serata.... questo perché secondo lui, Patton era un suo plagiatore… Mio caro Anthony, hai pesantemente toppato.)
La permanenza di Chuck Mosely giunse al capolinea nel 1988. Mike Patton arrivò e con lui giunse inevitabilmente una ventata di giovane novità che si rivelerà puro talento e l’apice della carriera della band.
Con Patton vennero i dischi belli e progressivamente più innovativi; Th Real Thing (89), Angel Dust (l’ultimo col chitarrista Jim Martin) (92), King for a day (fool for a lifetime) (95) e l’ultimo Album of the year (97), questi ultimi due registrati con due chitarristi differenti , rispettivamente dall’ex collega di Patton nei Mr. Bungle  Trey Spruance e da Jon Hudson. Poi lo scioglimento. Dopo dieci anni di progetti paralleli ed apparizioni sparse dei vari componenti (Patton tra gli altri con Tomahawk, Bordin con Ozzy..) arrivano le prime insperate rumours; Patton non esclude di poter rilavorare con i Faith No More. Il gioco è pressoché fatto, perché quando una persona così influente come Mike si espone, l’ago della bilancia pende sempre fortemente dalla sua parte..
 
Detto fatto.
Viene organizzato un tour estivo che tocca l’europa e fortunatamente anche l’Italia, passando da Milano come unica tappa nazionale. Il luogo del concerto annunciato è l’Idroscalo, un enorme spazio all’aperto vivibile per i  numerosi fan, visto il caldo estivo, e soprattutto godibile per i suoni visto che al chiuso ci sono molte più difficoltà possibili.
Una settimana prima però il concerto viene spostato al Palasharp (avete capito bene, in un palazzetto..) per permessi mancanti. Pare sia un miracolo che il concerto non sia stato annullato..
Comunque la schiera di band che precede i nostri headliner non è a dir il vero delle migliori.
Se escludo i gruppi esclusivamente urlatori che ho sentito nel pomeriggio, la maggior parte da fuori il palazzetto, mi ricordo dei Lacuna Coil, una musica che non dice niente a parte la cover dei Depeche Mode “ Enjoy the silente”che è sempre un piacere risentire sotto qualsiasi forma, e i redivivi ed evidentemente indebitati Limp Bizkit, riformatisi dopo qualche anno dallo scioglimento, tutto sommato bravi nel far divertire la platea aiutati anche dalla bella cover “Take a look around” del film Mission Impossible .
Comunque, finito il loro show, dopo un pomeriggio di suoni assordanti si comincia ad assaporare la scarica adrenalinica dei Faith no more, senza bisogno necessariamente di saltare o urlare “Fuck” e “bullshit” per essere alla moda, in quanto le loro canzoni parlano per se stesse e bastano ed avanzano per galvanizzare l’audience.
Un telo di velluto tipicamente da cinema-teatro, costituisce la scenografia del palco, si cominciano a riconoscere le strumentazioni, la batteria di Bordin, una tastierina vicina alla postazione di Patton (che fa ben sperare), gli ampli da chitarra e basso di Gould e Hudson, che evitano giustamente il muro di (perlopiù finti) amplificatori di cui usufruiscono molti rocker pur di impressionare chi hanno davanti, in favore di una testata ed un paio di casse.
 
49071_img.jpgIl momento è giunto, le luci si spengono, le urla salgono: nella penombra accompagnati da rispettive onde vocali di incitamento entrano i 3 componenti storici, nell’ordine il tastierista Buttom, il batterista Bordin (caratterizzato da dei lunghissimi “dreadlocks” biancastri), il sempre verde Gould ed infine il chitarrista di “album of the year” Jon Hudson.
Tutti si aspettano uno schiaffo sonoro che cacci via dal pensiero quei (permettetemi) miseri gruppetti che hanno calcato il palco prima dei nostri ed invece fanno di meglio.
Button comincia nel buio a suonare dei lunghi e romantici arpeggi di piano ai quali si unisce ben presto la chitarra di Hudson in una melodia di sapore fine settanta che ricorda in certi punti il tipico passaggio maggiore-minore di Creep dei Radiohead ad esempio, prima della definitiva entrata di Bordin con un ritmo vicino ad una samba o bossa; in ogni caso qualcosa di lontano dal rock ma semmai più vicino a Take this Bottle di King for a day o se vogliamo a Easy di Lionel Ritchie.
Alla fine entra lui, Dio in carne ed ossa, “chic”-coso come non mai con il suo vestito elegante argentato ed il suo bastone quasi a voler accentuare la vecchiaia, la scelta di un primo pezzo non proprio attendibile, ed allo stesso tempo la consapevolezza che non c’è bisogno di niente di così artificioso per impallare 15mila persone quando dalla tua hai capacità, canzoni, gusto e carisma.
Il 90% delle impressioni forti lasciate da questo concerto le avrei potute sigillare nei primi 3 minuti, così come le ho descritte adesso. Che grande gruppo..
Mike Patton canta questo pezzo (sconosciuto  per la stragrande maggioranza del pubblico), tale Reunited  del duo uomodonna di fine settanta dei Peaches and Herb) ed il pubblico apprezza le doti vocali che il grande Mike non si vergogna a mostrare.
Finito questo momento parte la carrellata di Hit e canzoni dei FNM che hanno fatto storia dall’83 ad oggi.
Si comincia con l’epica “the real thing”, circa otto minuti di canzone schizofrenica che passa da momenti di riff chitarristici pesantissimi ad altri carichi di pacatezza e di tensione. L’adrenalina nel palasharp è alle stelle; il gruppo è in piena forma, non c’è che dire. Tutti, alla prova dei fatti, suonano questa prima cavalcata in maniera impeccabile ed ineccepibile, Bordin sembra non sentire la fatica, Gould ha un suono di basso talmente sporco e puro che è un piacere sentirlo mentre ti distrugge i timpani, Button fa il suo come ha sempre fatto, dando quell’immancabile tocco anni ’80 con le sue tastiere fredde e immortali che normalmente mi provocano ribrezzo ma oggi si sposano benissimo con le canzoni proposte. Hudson alla chitarra è come ce lo ricordavamo dal tour di Album of the year, freddo, preciso, impeccabile (come vedremo) soprattutto nell’esecuzione dei pezzi scritti da lui. Patton è ovviamente il totale padrone del palcoscenico, non si perde una nota che sia una, sia di intonazione che di espressione; conferma di essere il re dei cantanti del pianeta per quanto concerne completezza e doti vocali.  (http://www.youtube.com/watch?v=E3UlUQ8wN5s   …non dico altro)
Segue “From out of nowhere” un autentico simbolo generazionale per chi si è gustato I FNM in diretta a fine anni 80 inizio 90. Tutto il palazzetto salta, è incredibile e bellissimo. L’aria che si respira, inutile dirlo, sa di Live at Brixton accademy, viste le due canzoni su tre finora proposte..
Poi tocca a due pezzi di Angel dust “Land of sunshine” e “caffeine” che sistemano l’impronta dell’inizio concerto pesantemente sui primi tempi della band.
C’è tempo anche per gli scherzi, visto che il frontman ha abitato (o abita) da molti anni a Bologna. Partono le frasine e i ringraziamenti in Italiano ed il nostro Patton decide di eseguire una canzone nella nostra lingua e chiede al pubblico di essere giudicato creando una sorta di Italian Idol. La canzone è niente meno che “Evidence” ed è eseguita oltre che simpaticamente (con una sorta di traduzione simultanea) anche ottimamente.
La successiva “Chinese Arithmetic” viene soprattutto ricordata per la dedica di Patton al proprio batterista che si era allontanato un attimo “dove cazzo è la batterista?” “e’ a farsi una sega” “sto segaiolo dimmerda” e per l’intro “Poker Face” di Lady Gaga. Le doti di Patton sono incredibili, urla con una forza incredibile, in questo momento di hard rock pazzo, a cui si aggiunge la successiva “surprised you’re dead”. Un momento forte come questo è l’antipasto ad un successivo rilassamento e così è; giunge il momento della loro cover forse più famosa, tale “Easy” di Lionel Ritchie, suonata anche questa benissimo. Non c’è che dire, il gruppo nonostante i 40 – 45 anni passati è in splendida forma, fisica e morale, lo si vede dallo spontaneo coinvolgimento che trasmettono.
Il riff di chitarra che introduce la successiva mi fa accapponare la pelle solo a ripensarci e si merita un video di richiamo. http://www.youtube.com/watch?v=DN9fJwHfEoc&feature=PlayList&p=9F36945828FAEF7E&playnext=1&playnext_from=PL&index=19

 

Si tratta di “Ashes to ashes” uno dei pezzi di punta di “album of the year” che non mi vergogno ad ammettere di aver cantato a squarciagola come le ragazzine ai concerti delle boy band. Stupenda versione, stupenda canzone.
La batteria introduce un altro capolavoro della discografia dei FNM tale “Midlife Crisis” prima di passare repentinamente alla rapida “Introduce yourself”.
“The gentle art of making enemies” è la ciliegina sulla torta ad un concerto che finora aveva toccato troppo poco il capolavoro King for a day (fool for a lifetime); anche in questo caso si mostrano tutti in palla e forma perfetta nonostante già sia passata una dozzina di canzoni. Giuste le dinamiche, giuste le esplosioni.
Ecco comunque Patton che scherzosamente richiede una “quindicina di minuti” di pausa condita da “una grappina” prima di eseguire un’altra cover stavolta dei Bee Gees, quella “I started a Joke” coverizzata ormai dal 94 dai FNM che serve, qualora ce ne fosse bisogno, a rassodare l’intimità fra gruppo e pubblico cercando e trovando un momento canoro collettivo.
Il trittico successivo è da brividi: la bella “King for a day”, la sciocca ma storica “Be aggressive” e la mitica ed attesa da tutti “Epic”, quella che mise un gruppo di venticinquenni in cima alla lista delle rivelazione dell’hard rock mondiale a fine anni 80 inizio novanta.. Un pezzo che si presenta da sé, un finale col botto.
A questo punto i nostri escono di scena, un boato li spinge dentro e ci regalano un altro paio di chicche niente male, una delle quali inaspettata: la nota melodia olimpionica di “Chariot of fire” introduce una splendida “Stripsearch” tratta da Album of the Year ed eseguita anche questa in maniera invidiabile; tenera o cattiva a seconda del momento, la costante è la precisione.
L’inno “We care a lot” chiude il concerto, ricco di canzoni (19 !) ma con forse 2-3 piccoli nei: un palazzetto a metà giugno (a Milano) non può ospitare un concerto di una capienza del genere; “Digging the grave” mi è sinceramente mancata; Il chitarrista originario Jim Martin si era offerto di partecipare a questa reunion e sarebbe stato bello risentire le vecchie canzoni con lo spirito heavy che ha nel Dna, ma a lui è stato preferito Hudson forse per non riassaporare vecchie discordanze, forse per la bella vena creativa raggiunta nell’ultimo album o magari perché l’intenzione è quella di continuare con qualcosa di nuovo
Un concerto colossale, sinceramente uno dei più belli e soddisfacenti cui mi sia capitato di assistere da sempre.
Qualora tornassero vi consiglio caldamente di non perderveli. 
 
per SenzaSoste.it
 
Nicola Fiumi
 
Livorno, Luglio 2009
 
 
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