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First Experience, la storica band si riunisce e suona per gli arrestati di Pistoia. L'intervista

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Ad una settimana dal benefit per gli arrestati di Pistoia (16 gennaio - Teatrino di Villa Corridi) abbiamo incontrato Rolando Cappanera e Roberto Luti, batteria e chitarra dei First Experience, storica band blues livornese che si riunisce per l’occasione (red.) 9 gennaio 2009

Prima di tutto. Chi sono i First Experience e come sono nati? Molti ragazzi giovani non vi hanno conosciuto
http://www.livestream.com/yagotv/video?clipId=flv_71c0fc3a-0cad-46bf-98ba-c5995237470c

Rola: I First Experience sono Rolando Cappanera alla batteria, Simone Luti al basso, Roberto Luti alla chitarra e Johnny Salani alla voce. Sono nati nei primi anni ‘90 quando io, Roberto e Simone ci siamo incontrati, nemmeno adolescenti, grazie a Johnny che è stato il primo cantante della Strana Officina (Rolando è il batterista della Strana, figlio di Roberto, batterista originario).   Sapeva che io avevo iniziato, da solo, a suonare la batteria. Nello stesso periodo Roberto e Simone avevano preso in mano chitarra e basso ma anche loro, suonavano da soli. Così a Johnny è venuta l’idea di metterci in contatto ed abbiamo iniziato a provare alcuni classici del blues nella sala prove della Strana Officina.

Bob: Per noi la scelta del blues fu naturale visto che mio babbo è un grande appassionato e collezionista di dischi di quel genere. Per Rolando entrare in casa mia e di Simone era un’esperienza, come entrare in una specie di museo del rock. Va anche aggiunto che i nostri genitori ci hanno sempre supportato: sicuramente preferivano che stessimo dietro alla musica piuttosto che ad “altre attività”!

Rola: Coi First Experience ci siamo esibiti per diversi anni, anche in festival importanti come “Pistoia Blues”. Suonavamo solo blues strumentale ed è stata un’esperienza gratificante suonare liberi, improvvisare e lasciare andare quello che avevamo da esprimere.  Poi, dopo un certo periodo, ognuno ha preso strade diverse: io con la Strana Officina nel 1993 per la scomparsa del mio babbo, Bob a New Orleans dove si è affermato come giovane talento della chitarra blues, Simone girando l’Italia e l’Europa per collaborare coi più svariati artisti.

Cosa vi ha spinto a ritrovarvi dopo tanti anni? Com’è stato?


Rola: Da un po’ avevamo in testa di fare di nuovo qualcosa insieme.  Con Johnny abbiamo visto in questo evento una buona occasione per ripresentarci a Livorno, dando il nostro contributo a questa causa con quello che sappiamo fare meglio, che è suonare.

Bob:  Musicalmente è stato interessante ritrovarci: i nostri stili si sono evoluti e sono cambiati: ma certe cose che facevo con la chitarra quindici anni fa ora non mi riescono quasi più! Siamo musicisti diversi ma il blues ci permette di creare un risultato che funziona e ci permette di mettere dentro a quello che suoniamo le nostre sensazioni e la nostra anima. In una frase: il blues è la musica dell’anima. Poi, cosa molto importante, ci fa divertire mentre suoniamo.

Rola: E’ vero, serve ogni tanto suonare liberi da vincoli di tempo ed economici, senza dover pensare a chi si aspetta da te qualcosa in particolare, liberi di divertire e far divertire la persone che ti ascoltano.

rola_lutiok2.jpgIl blues è un genere che non è solitamente molto seguito dai più giovani, forse perché non capito bene o perché, nella sua apparente semplicità è un tipo di musica difficile da ascoltare e assimilare. La scelta di suonare blues è, a suo modo, una scelta coraggiosa.

Bob: Non è semplice spiegare cos’è e “come si ascolta” il blues. In fondo è vero che se uno stile è semplice, la differenza la fa cosa ci mette di suo l’artista. Credo che il pubblico, di qualunque tipo sia, lo capisca quando un musicista aggiunge quel qualcosa in più, quando fa vedere e trasmette con la musica qualcosa che ha dentro. Forse il blues è stato svalutato da tutti quei gruppi e musicisti che si limitano a riproporre in maniera scolastica gli standard e gli stili americani. E’ una scelta comunque rispettabile quella di rileggere e proporre una tradizione consolidata ma per fare del buon blues ci deve essere l’idea in più.

Voi siete tutti livornesi che hanno avuto successo con la musica anche fuori dalla vostra città. Livorno spesso viene citata come una città “rock’n’roll”: centinaia di gruppi attivi, quasi che fosse la Los Angeles del 1984. E’ così? In passato com’era?

Rola: Sinceramente io non ho mai vissuto così tanto in prima persona questa cosiddetta “scena” livornese ed e’ cosi ,credo, anche per gli altri musicisti livornesi che della musica ne fanno una professione. Sicuramente ci sono molti gruppi, anche di buona qualità suonano però tutti al livello di “hobby”. E’ una bella cosa comunque, suonare per puro divertimento, ma manca qualcuno che creda e investa nella musica e nelle strutture per suonarla dal vivo, qualcuno che metta in condizione i giovani gruppi di fare quel passo in più.

Tra i vari progetti in cui siete coinvolti merita una parola in più Playing For Change in cui è coinvolto Roberto in prima persona.

Bob: Playing For Change , nasce dall’idea di Mark Johnson di usare un linguaggio universale come la musica per unire i popoli e le culture. E’ un’idea forte e semplice: la musica unisce, ed abbatte le barriere, linguistiche e culturali, tra i popoli e le persone. La realizzazione è stata relativamente semplice: diversi musicisti, in varie parti del mondo, hanno suonato la loro parte musicale di pezzi conosciuti. Il tutto è stato poi messo insieme nello studio di registrazione: in questo modo, con la musica, si abbatte anche la barriera della distanza. Dal progetto è poi nato un dvd e sta nascendo una band che porterà Playing For Change in giro per il mondo.

La vostra reunion avverrà in un contesto particolare: un evento di raccolta fondi per le spese legali di quattro ragazzi arrestati ingiustamente.


Bob: Il nostro aiuto lo possiamo dare con la musica, invitando più pubblico possibile a questo evento. Siamo felici di farne parte e di provare con il nostro contributo a renderci utili per dare una mano a questi ragazzi.
Per Senza Soste, Luis Vega

9 gennaio 2010


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