Una cosa che non si è mai capita sono i confini della Cultura. Quella con C maiuscola, quella universalmente riconosciuta. O i confini dell’Arte. Quella con, di maiuscola, la A. Quella premiata, acclamata e foraggiata. La riproposizione di allegorie, immagini e suoni afferenti a sentimenti e ideali forti è stata sempre ritenuta, in ogni tempo, espressione massima di Arte, universalmente accettata, nella fattispecie dai dispensieri di Cultura di professione. Eccezion fatta per la rappresentazione dell’odio, già relegata nel Brutto per lo sconfinamento nel campo dei tabù, la Cultura con la C maiuscola ha incensato e riprodotto le forme in cui si trattava concetti puri e nobili (amore, patriottismo, etc,). Parallelamente a ciò, i “popoli” di ogni tempo sono andati avanti con i loro modi di dire e fare, di esprimersi e comprendersi, portando avanti un bagaglio assai più massiccio di elementi cognitivi. Questo insieme di elementi, riconosciuti da un numero ben ampio di persone, tuttavia, per quel senso più “gretto” che li caratterizza, sono stati sempre derubricati a elementi di cultura “popolare”, intesa quasi come di serie b.
Se si pensa che anche quei Cecco Angiolieri e Ciullo d’Alcamo, che insieme a altri poeti del Trecento, issarono la cultura popolare del tempo a livelli tali da giunger a noi, fossero in realtà anch’essi dei nobili, si arriva a capire il fenomeno Licantropi. Sentendo un concerto dei Licantropi quest’estate, Andrea Landi, il front-man del gruppo, ha definito il suo gruppo, come band “dal popolo, del popolo, per il popolo”. E non c’è niente di più vero.
I Licantropi affondano le loro radici in quel bagaglio di trivialità e schiettezza di cui si diceva prima e da cui ben prima di loro ha attinto il Vernacoliere. Sono espressione perfetta della livornesità e godono di quei pregi che questo comporta: hanno centinaia di fan su Facebook, migliaia di visualizzazioni su youtube, schiere di spettatori ridanciani a ogni concerto.
Ma proprio per questo non hanno recensioni “pesanti”, la Cultura con la C maiuscola del gotha livornese ha sorvolato su di loro, il salto a professionisti stipendiati non è arrivato, a differenza di chi con l’andar della carriera poi ha annacquato questa o quella parola.
Come nell’ ”eterno conflitto” tra Cultura e cultura, tra Poetica e poetica, i Licantropi sono rimasti in quel mondo, usiamo pure il termine underground, sottorappresentato, separato stagnamente dalla critica e dai riflettori e i soldi del mainstream.
L’ultimo album dei Licantropi “Non lo venderemo mai” (2011, Dedolor Records), terzo album dopo due autoproduzioni, è una sintesi precisa di poetica triviale (e non, badate bene, demenziale) e più intima (la bella “Santo Regolo”), che ben ha mostrato dove il bravo gruppo (anche musicalmente) può arrivare: alla pancia,e più dentro, fino allo scheletro dei livornesi e dei toscani tutti, schietti, che in loro si riconoscono.
Non si cruccino, i Licantropi, se il grande successo non è arrivato o non arriverà, capire che è un errore considerare certi temi a mera portata del “volgo” non è semplice. L'aggiustare il tiro, un consiglio che potrebbe venire dalla "critica", si potrebbe dire ma pensandoci bene, è una cosa del tutto inappropriata per loro. Certi traguardi son solo chimere e la denaturalizzazione, per loro stessa ammissione, sarebbe troppo forte. Continuino a fregiarsi dello spirito guascone che li contraddistingue, ben giustificato dagli applausi che raccolgono dopo i concerti. Siete i “bounty killer” della popolarità. Se vi sembra poco!
per senzasoste.it
Calede Ranieri
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