Sembra impossibile oggi* sentire il bisogno di parlare e
condividere un disco uscito il 26 settembre del 1969.
È improbabile se
pensiamo alla quantità di musica che ci sovrasta tutti i giorni, volontariamente
quando premiamo play, o involontariamente con la pubblicità radio-tv, suonerie
dei cellulari, senza contare l’enorme quantità di video musicali che
trasmettono le tv indirizzando gusti ed acquisti di incolpevoli ascoltatori;
colpevoli soltanto di aver cambiato canale nel momento sbagliato ed essere caduti
in trappola di una maledetta melodia. Stavo per dimenticare l’ultima fatica
della cultura mediatica, il reality show..
Ecco perché recensisco un disco dei Beatles. Di certo non
per l’anniversario, come stupidamente pensavo qualche giorno fa mentre lo
riascoltavo e ne traevo ispirazione, bensì per necessità; prendere un
capolavoro scritto da 4 “semplici” persone
coadiuvate dal solito George Martin rappresenta una vera e propria
boccata d’ossigeno, una depurazione cerebrale ed auricolare, grazie ad un disco
che rappresenta per il sottoscritto un punto d’incontro mai toccato prima
d’allora fra i personaggi che lo hanno creato. Definire i Beatles come semplici non è stato ovviamente
casuale; la semplicità dei loro volti li ha resi piacevoli e familiari a
milioni di persone di epoche differenti e le loro canzoni semplici li hanno
fatti entrare nelle menti, e nella maggior parte dei casi nei cuori, di milioni
di ascoltatori. Tante persone si sono avvicinate alla musica grazie a loro, un
po’ come molte altre hanno sentito il bisogno di suonare uno strumento una
volta compresa la bellezza e la semplicità delle canzoni dei Nirvana ad inizio
anni 90.
Ho proprio voglia di prendere un disco scritto col cervello
e con il cuore quando i mezzi e la tecnologia erano, rispetto ad oggi, agli
albori. Giusto per chiarire come non basti il miglior mezzo presente sul
mercato per arrivare al miglior fine, ma piuttosto che l’artista abbia qualcosa
di concreto da dire e soprattutto una chiara volontà di comunicare questo
qualcosa. Per fine ovviamente intendo quello puramente artistico; se invece si
intendono soldi e popolarità, beh allora avete vinto voi..
Ma sono convinto del fatto che si debba portare sempre rispetto, in maniera
assoluta, a sé stessi, al proprio pubblico, alla propria particolare forma di
comunicazione, un po’ troppo frequentemente chiamata a sproposito Arte.
Considerando il particolare momento difficile che stavano
vivendo, e la particolare sensibilità che acquista una persona mentalmente
sotto pressione, si può avanzare l’ipotesi che questa debolezza non abbia fatto
altro che aiutare l’ispirazione e l’estro dei Beatles ad uscire ulteriormente
allo scoperto; non c’è bisogno di inventarsi alcuna sensazione quando le hai
tutte a tua disposizione dentro di te. Un’autentica manna dal cielo.
Un disco semplicemente bello e sincero. E probabilmente,
come vedremo, molto più rappresentativo dei fabfour nella loro interezza rispetto ad altri dischi più celebri e
rinomati.
Il disco in questione è “Abbey Road”, una copertina prima che un
disco, con il completo bianco di Lennon, quello nero di Ringo, i piedi nudi di
Paul e il completo jeans di George Harrison, tutti e quattro in bella fila
indiana mentre attraversano le strisce pedonali di Abbey Road, proprio di
fronte a quello che è diventato per tutti il “loro” studio.
“Abbey Road” rappresenta qualcosa di straordinario nella storia dei
Beatles; innanzitutto pur essendo il penultimo disco uscito in ordine di tempo
prima dello scioglimento e di “Let it be”,
è stato scritto successivamente al suddetto album, che invece era rimasto in
stand by nel limbo di dissapori personali, indecisioni d’arrangiamento e
problemi dovuti alla Apple; quindi contiene di fatto le ultime canzoni composte
dal gruppo prima dello scioglimento.
Un disco frutto di una tregua temporanea voluta dalla Emi
(esigeva un disco sul mercato entro la fine dell’anno 1969 ed appunto “Let it be” non ne voleva sapere
d’uscire..), due mesi, luglio e agosto, in cui i “quattro ragazzi di Liverpool”
completeranno delle canzoni già scritte da febbraio e scriveranno e
registreranno le ultime canzoni della loro storia.
Un album quindi che ha rischiato
seriamente di puzzare di bruciato, essendo scritto da un gruppo formalmente
sciolto. Anche qua sta la grandezza di questo disco e di chi lo ha
portato a compimento.
La sensazione che personalmente ricavo ogni volta che lo
sento, rispetto ad altri capolavori come "Sgt. Pepper’s" o "Revolver" ad esempio, è
una ricchezza in più nella scrittura dei pezzi; magari non esiste chissà quale
progetto di disco nella sua interezza o di concept, ma ci sono delle autentiche
perle. Abituati alla forma Lennon/McCartney, si fa presto a capire il perché
della mia sensazione; in Abbey Road gli altri due Beatles George Harrison e
Ringo Starr, aggiustano il tiro rispetto al passato in quanto a contributi (per
il primo la scrittura, per l’altro un’esecuzione impeccabile e sorprendente ) e
regalano delle canzoni e performance memorabili.
“Shoot me” sono le prime parole del
disco, che ovviamente danno da pensare se facciamo 2+2 e ci dirigiamo con la
mente verso cosa sarebbe successo una decina di anni dopo. “Come Together” è la prima canzone del
disco ed è caratterizzata dal giro di basso profondo e “malleabile” visto il
continuo e lungo glissato (una sorta di “Give
it away”- red hot chili peppers - di fine sessanta) completato da un pattern di batteria regolare ma
piuttosto strano di Ringo, forse per il ritmo terzinato ed incompleto. I suoni
entrano subito in testa e li riconosco come i più vivi e tecnologicamente alti
della discografia beatlesiana, anche se da Sgt. Pepper’s in poi, la qualità si
era già assestata su degli ottimi livelli.
Il ritmo è il vero padrone di questa canzone tenuto
magistralmente da Ringo con un semplice ed efficace accompagnamento
cassa-timpano per tutta la strofa, isolato da una ripetuta cassa sincopata e
cardiaca nel bridge fra strofa e refrain per poi sfociare nel ritornello in cui
si ode per la prima volta nel disco il rullante “cordieroso”, dritto, senza
alcun piatto ad aiutare la ritmica, alternato marzialmente alla cassa. Questo è
Ringo Starr, l’essenza e la concretezza fatta persona. Qualità queste che
paiono essere la via scelta da tutti per rendere al meglio una canzone ondulata
come questa.
Lennon la scrisse come supporto alla campagna elettorale di
Timothy Leary (“Come together – Join the
party”), candidato a governare lo stato della California in
contrapposizione a Reagan. La canzone in seguito fu completata traendo spunto,
se non citando, “You can’t catch me” di Chuck Berry. Quasi un dovuto omaggio di John
ad uno dei suoi miti più grandi, che però non capì la citazione e lo denunciò
di plagio.
Lennon rimedierà a metà anni settanta inserendo tre canzoni
di Berry nel proprio disco solista “Rock’n’roll”.
Nella terza strofa la canzone diventa quasi “normale”
riaffidandosi per un attimo alle soluzioni comuni (assolo di Fender Rhodes,
apertura ritmica e classica di Ringo). Finito il solo, si ripropongono le
stesse soluzioni iniziali per poi cadere in un bel finale su un'unica nota e
bordone di basso, sul quale George entra nel momento solistico in punta di
piedi, lasciando spazio a molte note lunghe e silenzi, quasi come se stesse
chiedendo il permesso.
Ancora un passaggio terzinato di Ringo fa da intro alla successiva
canzone, quella “Something” che
reputo uno dei punti più alti del disco e dell’intera discografia beatles-iana.
La firma è quella di George Harrison e rappresenta la sua evidente e completa
maturità raggiunta a dispetto di un passato nell’ombra del colossale binomio
Lennon-McCartney. La cosa soprendente di questa canzone è che racchiude in sé sia
un’armonia curata, innovativa ed ineccepibilmente costruita sia un’innegabile base di romanticismo che la
farà definire da Frank Sinatra, negli anni 80, “la più bella canzone d’amore
degli ultimi 50 anni”.
La canzone fu scritta da George ad inizio ’69 e fu portata
negli studi di Abbey Road per poterne registrare una bozza e una grossa
porzione di arrangiamenti quali cori e prove di assolo di chitarra. Oltre alla bella melodia sui delicati e ricercati accordi
della strofa, la base ritmica è caratterizzata da un basso molto melodica ed
innovativo, frutto dell’apprendimento di Paul nei confronti del cervello di
Brian Wilson e del suo Pet Sounds. Ascoltare la linea ritmica e melodica che
esegue Paul, davvero completa, nel sostegno e nel colore che regala. Una chitarra elettrica, un tappeto di Hammond ed una sezione
d’archi, oltre all’immancabile Ringo, fanno il resto per tutta la strofa, prima
del raggiungimento dello stupendo ritornello.
Uno dei più bei soli di chitarra, donatici da George fanno
da uscita al ritornello e da preludio alla seconda strofa, con la voce già
coadiuvata dai soliti bei cori di Paul e John. La tensione del pezzo è già
alta, il ritornello, il solo e questa strofa vocalizzata hanno dato già
moltissimo al pezzo, tanto che la canzone in maniera sorprendente e naturale,
si chiude sul bridge ripetuto e rafforzato che dovrebbe riportare all’eventuale
secondo ritornello. Pare impossibile che una canzone del genere abbia un solo
ritornello e che si interrompa in un punto della struttura che esiste come
strumento di raccordo fra una cosa che lo procede ed una che la segue, in
questo caso assente. Per questo dobbiamo ringraziare Harrison e magari George
Martin. Un autentico capolavoro di scrittura e di produzione.
Un tempo “charleston”, per intendersi in uno stile vicino alla
musica che solitamente accompagna i film di Woody Allen, presenta la
successiva “Maxwell’s Silver Hammer”,
una grottesca e divertente canzone di Paul scritta ai tempi del White Album,
una specie di testimonianza di come le sfortune della vita siano sempre pronte
per succedere, magari quando una persona crede che tutto possa andare bene.
Curioso il differente punto di vista di John espresso qualche anno dopo con la
canzone “Instant Karma”.
La canzone è caratterizzata da un ritmo cassa e charleston
che arrotondano un fuzz bass; il tutto è completato da un piano che ribatte
ogni colpo.
Due accordi lasciati risuonare per scivolare nel ritornello
col primo ingresso della chitarra di Harrison e del caratteristico suono
metallico (più esattamente di incudine) che fa da marchio alla canzone intera. Dopodiché
un’importante uscita in cui compare un altro elemento importante per questo
disco, il sintetizzatore moog. Una
canzone magari meno imponente rispetto a ciò che abbiamo ascoltato fino ad ora,
ma anche pensata e scritta per essere così semplice ed orecchiabile.
Con l’intenzione di rifarsi ai chiari classici Rock’nRoll di
fine anni cinquanta Paul scrisse la successiva “Oh! Darling” un vivo slow blues caratterizzato principalmente da
una voce esasperatamente roca e sporca la cui incisione richiese non poco
lavoro, così come testimonia il tecnico del suono Alan Parson: « Il vero tormentone era Paul che tornava sempre a
rifare la voce di Oh! Darling.
Arrivava, cantava e poi sentenziava: 'No, non ci siamo. Riprovo domani'. Ricordo
che arrivò a dire: 'Cinque anni fa, una cosa simile l'avrei fatta in un lampo',
e si riferiva, immagino, ai tempi di Long
Tall Sally e Kansas City. »
. La ricerca
del giusto timbro fu tanto asfissiante ed ostinata che, alla fine,
completamente riuscita. Il risultato è una versione di un classico rock’n’roll
eseguito con tutta l’adrenalina possibile,
con l’aggiunta che Paul riesce a dare una delle migliori prove vocali di
tutta la sua carriera. Momenti
da ritagliarsi ed appendere sono il passaggio di batteria che anticipa il
ritornello centrale, i cori che salgono nell’ultima strofa e l’urlo finale di
Paul. Una canzone che si crea un suo spazio fra le canzoni d’elite dell’album
nonostante non sia niente di così innovativo, ma quasi una cover.
“Octopus’s
garden” è la seconda canzone (l’altra è “Don’t pass me by”) della discografia dei Beatles scritta e cantata
da Ringo Starr; durante un soggiorno in Sardegna, ascoltando delle storie
raccontate da un pescatore del posto, Ringo rimase affascinato da come i polipi
si comportassero sui fondali marini, prendendo sassolini ed oggetti luccicanti
per costruirci e decorarci un vero e proprio “giardino”.
La cosa gli piacque molto e ci scrisse un pezzo aiutato dal
chitarrista Harrison (di cui è tra l’altro l’inizio del pezzo). La canzone è
sorprendentemente riuscita, sia armonicamente, con degli accordi che si
susseguono in maniera semplice e naturale senza dare mai l’impressione di
scontatezza o banalità, e la voce di Ringo che si apre in una tonalità a lui
congeniale nel momento migliore del pezzo, ovvero il bridge che precede il refrain. Il ritornello è il giusto
orecchiabile e spensierato tanto che nel proseguo della canzone Ringo
inserisce, sotto il solo di chitarra di Harrison, il rumore delle bolle che
salgono mentre lui soffia dentro un bicchiere d’acqua con una cannuccia.
Un’altra canzone riuscita. O almeno diciamo che Ringo ha contribuito a
quest’album con il meglio di sé.
La canzone successiva è l’ennesimo capolavoro di Lennon, basato a
grandi linee su un blues con qualcosa di Santana e Blues Breakers nel mezzo,
stiamo parlando di “I want you”.
L’introduzione e il finale sono il solito giro usato con due
funzioni diametralmente opposte, ovvero proposto un’unica volta all’inizio per
introdurre la canzone e quasi all’infinito nel ridondante finale. Nel centro
della canzone il medesimo giro viene invece utilizzato come ritornello nella
bellissima apertura “She’s so heavy”
Il nocciolo della canzone è l’accostamento della strofa molto blueseggiante ad un’uscita molto più
rock, con tanto di frammento solistico di basso (dal suono tondissimo ma
onnipresente) e un organo Hammond distorto ad aggravare la sonorità. L’apertura
del ritornello fa da antipasto a quello che sarà il lungo ed epico finale, un
maestoso crescendo in cui viene fuori tutta la grinta dei fabfour nel far stare
prepotentemente in piedi il solito giro senza l’aiuto di voci per più di tre
minuti in un continuo innalzamento di tensione basandosi solo sui loro
strumenti, la propria dinamica ed un effetto vento che sale progressivamente.
Un momento irripetibile della discografia beatlesiana, così come il difficile e
preciso passaggio di Ringo al minuto 6’25”, o la bella frase di Hammond (forse
suonata dal compianto Billy Preston, autentico “Quinto Beatle” nell’ultimo anno
di carriera). Una canzone interrotta in maniera improvvisa che lascia ancora
più a bocca aperta considerando il risultato corale raggiunto da un gruppo in
via di scioglimento.
“I want you” è
stata fra le prime canzoni ad essere registrata per il disco ma fra le ultime a
vedere tutti e 4 i beatles registrare
insieme in diretta con dei risultati sorprendenti ed evidenti, contrapponendosi
di fatto all’aria pesante che si respirava in casa Apples in quei giorni. Fu
effettivamente il primo macigno verso l’imminente costruzione dell’album Abbey
Road.
L’interruzione finale improvvisamente fa spazio ad un’altra
autentica perla del redivivo George Harrison, con una canzone scritta in casa
dell’amico Eric Clapton, sotto il calore di una calda giornata solare.
Ascoltare il celebre inizio della chitarra di “Here come the sun” per cogliere tutta
l’essenza di quelle sensazioni.
La canzone è in realtà una delle più complesse del disco se
pensiamo prettamente a cambi di tempo e di armonia, eppure niente per tutta la
durata del pezzo intacca la bella, pacata e solare atmosfera. Curiosità, John
fu l’unico Beatle a non partecipare alle sedute di registrazioni vocali per
questa canzone, esclusivamente perché non era presente quando George giunse in
studio il 7 luglio con la canzone finita e completa. Ringo alle percussioni,
Paul al basso, George prima voce e chitarra acustica, più una sezione d’archi e
legni diretta da George Martin. I cori furono sovraincisi da George e Paul. Rimane a mio avviso una delle più belle canzoni pop mai
scritte.
L’arpeggio di clavicembalo elettrico in DO# minore che introduce il successivo pezzo è uno di
quei giri che rimangono in testa e ti spingono a tirar fuori la voce anche se
non hai mai cantato.
“Because” è la
canzone in questione ed è sostanzialmente una bellissima riflessione testuale
sulle semplici cose che ci circondano, che vanno di pari passo alle elementari
risposte fondate su elementi naturali che ci da il testo di John. Tutto ciò è
proposto a 3 voci (stupendo l’arrangiamento vocale accompagnato alla semplicità
delle suddette parole); nel mezzo un robusto basso, una chitarra elettrica
suonata da John che doppia il clavicembalo e una frase di Moog suonata da
George (così come nella precedente “Here
comes the sun”). Niente di più semplice e soave.
Pare che l’ispirazione per questo ennesimo capolavoro sia
giunta a John ascoltando la compagna Yoko eseguire al piano la sonata “Al chiaro di Luna “ di Beethoven. Il risultato è forse il più bel pezzo del disco, sotto
l’aspetto armonico, melodico e anche per l’azzardo dell’esperimento vocale
(soprattutto della poca base che lo sosteneva). Un autentico capolavoro che sancisce la fine delle canzoni
intere e singole di questo disco, prima di entrare nel lungo medley finale. “Because” è stata tra l’altro l’ultima
canzone registrata per Abbey Road (1-4/08/69). Le canzoni che avrebbero
composto il successivo medley infatti erano già state tutte scritte più o meno
separatamente.
L’idea del Medley venne a Paul, che trovo l’appoggio di
tutti, tranne che di John; essendo Lennon in minoranza il progetto andò avanti
spedito.
Noto come “The long
One”, questo insieme di frammenti contiene diverse canzoni dotate ognuna
della propria idea ma non ancora così sviluppate da poter essere inserite in un
album come traccia indipendente. Ecco perché Paul puntò sulla concretezza,
unendo tutti questi frammenti e definendo il 75% del lato B. “Here come the sun”, “Because” e “The long one”, niente male..
La prima a cominciare questa sezione è “You never give me your money” con le note di piano iniziali di Paul
ed i suoi cambi ritmici. Una delle più lunghe di questa parte finale. Non una
canzone memorabile soprattutto la seconda parte in stile Rock’n’roll,
sicuramente eseguita e costruita bene, piacevole, ma il livello qualitativo del disco fino ad adesso ha sfiorato il
capolavoro e la differenza si sente.
Dei grilli fanno da passaggio da un bell’arpeggio di
chitarra discendente che sa tanto di chiusura disco ad una bellissima atmosfera
molto intima e quasi Lounge, giungendo a quella “Sun King”, il cui inizio di voci sa tanto di concept album (“here
comes the sun king..”). Il testo è molto dolce così come l’interpretazione
vocale. Le frasi scritte nel finale da John sono frasi senza senso italo –
spagnole. Questa canzone di John è disarmante, nel senso che è un piccolo
capolavoro di poco più di 2 minuti dal quale ci si lascia volentieri
trasportare nella sua atmosfera. Le parole italo-spagnole in questo senso
assumono un significato maggiore perché danno quasi universalità alla voce di
John. Un passaggio di batteria sfocia in “Mean
Mr.Mustard”, un’ipotetica canzone che avrebbe potuto essere cantata da
Ringo, originariamente un blocco unico con la precedente dal nome “Here comes the sun King”. Il ritmo è
molto vicino a quello di “Maxwell’s
Silver hammer”, ed è composta da due piacevoli giri, caratterizzati la
seconda volta che si alternano, da un’inversione ritmica di Ringo che ho sempre
ritenuto ostica e poco sensata oltre che da una salita di piano che ricorda
molto la canzone preferita di Paul “God
only knows” dei Beach Boys. Pare che John si fosse ispirato ad un articolo
di giornale su un anziano signore
talmente avaro e ossessionato dal denaro dal nascondere i propri soldi nei
posti più impensabili.
Un’improvvisa chitarra acustica “incattivita” che suona una
specie di “Sympathy for the devil” a
velocità raddoppiata, presenta la successiva lennoniana “Polythene Pam” e ruba, in scaletta, il posto che doveva essere della
conclusiva “Her majesty” (dopo
vedremo meglio il perché). “Polythene Pam”
è un duro ed aggressivo Rock’n’roll caratterizzato dalla voce inacidita di John
il quale rende molto bene in questo semplice trittico di accordi che fanno da
sfondo ai ricordi adolescenziali di John; in particolare sembra riferirsi a due
ragazze conosciute in periodi diversi che pare usassero rispettivamente
nutrirsi e vestirsi di Polietilene.
Un solo di chitarra porta i tre accordi sui binari di un
unico dal quale, dopo uno stop, emerge la voce di Paul; “She came in thorugh the bathroom window” e così McCartney immortala
una delle tante bravate che usavano fare le groupie quando gli facevano la posta
sotto casa. Fu così che durante una sua assenza una ragazza appoggiò una scala
alla finestra del bagno e vi entrò. Pare che sia stata scritta originariamente
per Joe Cocker, il quale infatti ne farà in seguito una bella versione. L’originale beatlesiana mi trasmette le stesse sensazione
dell’inizio del medley ed è a mio avviso una canzone minore o almeno più
leggera, in cui non esce niente di così bello rispetto a quanto si è sentito
finora. Bello il cambio che
accompagna “Didn't anybody tell her? -
Didn't anybody see?”.
“Golden
Slumbers”, sempre scritta da Paul, è di ben altro spessore; un intimo intro
di piano e voce, che ha preso spunto dalla poesia di Thomas Dekker, diventata
poi una specie di comune ninnananna, scritta da Paul a casa del padre, dove
trovò lo spartito, per abbozzare la futura composizione
al piano della sorellastra. La melodia è molto bella, così come i particolari
fraseggi di basso (in questo aveva raggiunto un livello altissimo), l’apertura
centrale e gli archi fanno il resto. Una leggera sbavatura al basso di Paul ci
ricorda che i Beatles sono degli esseri umani, e senza nemmeno accorgercene ci
troviamo nella marciante “Carry that
weight”, non altro che un inno dal sapore più rassegnato di “obladi-oblada”
nonché il vero sunto di questo lungo medley, una vera sorpresa, quando la prima
melodia sfocia in una frase di fiati che cantano “You never give me your money”; qua è tutto chiaro, questo medley
non sarà cominciato nel migliore dei modi ma questa conclusione rischia di
ribaltare positivamente la visione delle cose. Ancora un’altra strofa, stavolta
cantata, dell’opening track del lungo finale, uno stacco un po’ troppo “California
Girls” dei Beach Boys, e si torna tutti insieme a cantare “Carry that weight”.
Ad un certo punto c’è un passaggio sensazionale che mi
ricorda qualcosa di già sentito: un arpeggio di chitarra che scende e che sa di
finale, ancora preso da “you never give
me your money”.. la sensazione che tutto torni è davvero sempre più
presente.
Un repentino cambio di marcia ci porta ad uno dei pezzi più
rock e forse più moderni della intera carriera dei “FabFour”; ecco “The End” e provate semplicemente a
immaginarla suonata dai Black Sabbath: il connubio potrebbe essere paragonabile
a quella “Stone cold crazy” dei Queen
rifatta poi dai Metallica, e la cosa non sfigurerebbe affatto. Una canzone
quasi interamente strumentale e composta da riff nonché da poche frasi cantate
da Paul “Oh yeah, all right - Are you
going to be in my dreams - Tonight?”. Molto chiaro.
Ed ecco che ci troviamo davanti il manifesto più spensierato
e più rappresentativo dei 4 musicisti che insieme hanno sconvolto in un lustro
d’anni il mondo discografico; prima quell’inizio roboante in cui il basso di
Paul la fa da padrone, poi si decide di lasciare da solo Ringo con la sua
Ludwig a tenere alta la tensione, e ne viene fuori l’unico solo di batteria
della storia di Mr. Starkley. Il nostro esce a testa altissima da questo
momento sia come tecnica che come idee e lascia spazio ad uno scambio di frasi
chitarristiche tra John e George. Poi sembra che si dicano, “Ok abbiamo detto tutto”.
Stop. Un piano ribattuto ripetutamente accompagna quella che sarà l’ultima riflessione
lasciataci dai Beatles, più precisamente da Paul:
“And in the end, the love you take is equal to the love you make” - Alla fine , l’amore che
prendi è uguale a quello che dai (fai)
.. tutto ovviamente coordinato in maniera certosina da archi,
fiati e i quattro beatles.
Una conclusione di disco e di carriera assolutamente
favolosa, non tanto per la grandezza della canzone in questione, quanto per il
tipo di canzone scelto per salutarci, quasi uno schiaffo a tutto e a tutti, con
una parentesi finale che raccorda nella direzione più consona e giusta, in
questo caso un mini finale orchestrale da leccarsi i baffi. Giusto per ricordarci che siamo nelle loro mani e le
produzioni delle loro menti sono libere di agitarci come foglie al vento. Ed
agitarsi sotto le loro direzioni è stato assolutamente sublime.
per SenzaSoste.it
Nicola Fiumi
sabato 26 settembre 2009
(*scritto ed inviato martedì 15 settembre 2009)
Ps:
Così come “Her majesty”,
la cosiddetta traccia fantasma, sorprende un normale ascoltatore, io stesso, la
cito una volta conclusa la mia riflessione sul disco, cercando di sorprendere
il lettore. Come ho già detto questa breve canzone (23 sec), chitarra e voce scritta da Paul per la
regina Elisabetta, era stata originariamente posta tra “Mean Mr.Mustard” e “Polythene
Pam”;
Paul cambiò idea, non tenendo fede all’accordo preso con John, (McCartney
avrebbe avrebbe dovuto gestire il medley finale e Lennon la scaletta del disco
intero) e spostò prima “Here comes the
sun” e “Because” rispettivamente
dalla cima e dalla coda del disco poi la suddetta “Her majesty”in
coda al nastro in attesa che fosse eliminata dalla scaletta finale. Lì però è
rimasta, nell’indifferenza di tutti, fino a quando non era ormai troppo tardi
per spostarla. E così è nata la leggenda della traccia fantasma, anche perché
nelle prime edizioni di stampa, la traccia finale si chiamava “The End” e “Her majesty” arrivava
solo dopo 14 secondi di silenzio, messi dal tecnico per dividere l’album dalla
canzone
(ricordiamoci che la Emi vietava legalmente ai
Beatles di gettare via qualsiasi nastro con loro incisioni sopra).
Paul cambiò idea, non tenendo fede all’accordo preso con John, (McCartney
avrebbe avrebbe dovuto gestire il medley finale e Lennon la scaletta del disco
intero) e spostò prima “Here comes the
sun” e “Because” rispettivamente
dalla cima e dalla coda del disco poi la suddetta “Her majesty”in
coda al nastro in attesa che fosse eliminata dalla scaletta finale. Lì però è
rimasta, nell’indifferenza di tutti, fino a quando non era ormai troppo tardi
per spostarla. E così è nata la leggenda della traccia fantasma, anche perché
nelle prime edizioni di stampa, la traccia finale si chiamava “The End” e “Her majesty” arrivava
solo dopo 14 secondi di silenzio, messi dal tecnico per dividere l’album dalla
canzone
(ricordiamoci che la Emi vietava legalmente ai
Beatles di gettare via qualsiasi nastro con loro incisioni sopra).
In più la versione che si sente in fondo ha la forma di un
ibrido più che di canzone in quanto comincia con quello che doveva essere
l’accordo finale di “Mean Mr.Mustard”
(diventato inutile attaccando la canzone a “Polythene
Pam”, sarebbe sembrato un doppio inizio), quindi finisce in sospeso perché
si sarebbe dovuta appoggiare sull’accordo iniziale di “Polythene Pam”. Un autentico incidente che dona al disco un
briciolo di senso di incompiuto, cosa che ad un capolavoro non fa mai male.
Questa per i curiosi la versione originale del medley in
questione:
http://www.youtube.com/watch?v=PbqlQSJjQtc
| < Prec. | Succ. > |
|---|
















