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Musica: Savana, nuovo disco degli Appaloosa

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Uscito lo scorso 19 novembre, nei migliori negozi e digital stores, Savana, il nuovo album degli Appalosa, si sta progressivamente imponendo all'attenzione di pubblico e critica. Come è giusto che sia, a riprova della grande qualità che il gruppo labronico ad assetto variabile, riesce ad esprimere: sia nelle trascinanti performance live, che in studio. Disco potente Savana, dal gran tiro. Da non perdere.
Di seguito alcune delle prime recensioni apparse in rete.
(red)
La savana degli Appaloosa è un ambiente molto ospitale. Altamente diversificato. Ci possono convivere le specie più diverse, all’interno di alcune condizioni che bisogna riconoscere per la sopravvivenza. L’elettronica, il funk, il noise, l’alternative. Sono le premesse per costruire un sottobosco dai toni vivaci, e la costruzione è iniziata da anni. E in questo loro ultimo lavoro, tra le piante e le bestie di questo strano habitat, fanno capolino nove brani, della durata media di quattro minuti l’uno e dai toni molto, davvero molto vari.
All’interno della complessità della composizione dei brani si denota un filo comune nel basso sempre potente e preciso, che collega tutte le varie sfaccettature del disco con l’orecchiabilità dei riff che proietta dritti sullo schermo piatto degli ascoltatori. La traccia d’apertura, “Minimo”, ne è un esempio assoluto, con i suoi quattro minuti di follia elettronoise, ballabile al punto giusto da non sembrare troppo pop. “Chinatown Panda”, sempre con un giro di basso ritmicamente molto coinvolgente, ricrea bene con suoni da vera giungla l’ambiente che questo disco sembra voler rappresentare (come nella title-track “Savana”, un pezzo gutturale, quasi da soundtrack, dove però i rumori della foresta continuano per tutto il brano, diventando indistinguibile elemento del coriaceo sfondo musicale di questo strano episodio).
Il disco è quasi interamente strumentale, con la voce checompare, anche se in maniera piuttosto timida, solo in due brani, tra cui “Mons Royal Rumble”, dove, lo si può dire anche piuttosto schiettamente, era anche evitabile (la canzone è di per sé completa anche così). Andrea Appino degli Zen Circus presta la sua voce in “Glù”, piccolo angolino rock del disco, composto di sei minuti di pestone riservati al finale shock che potremo gradire sicuramente anche nelle setlist dei loro live. Ottimi i toni quasi hardcore delle chitarre e della batteria dopo la metà e gli spunti punk del secondo quarto di pezzo (non vi ricorda il Teatro degli Orrori?). Ritmi più sostenuti in “Genny”, già ascoltabile in anteprima sul loro MySpace da tempo, in cui i livornesi si avvicinano all’elettronica più movimentata di band straniere come gli Holy Fuck, punto di riferimento di molti negli ultimi tempi. Qualche accenno al prog spazza via la prima metà di “Tg”, prima della sezione centrale che sancisce la calma definitiva del pezzo prima della martellata conclusiva. Il groove, sempre sostenuto principalmente dal basso, parte con una sgommata verso il traguardo in “Civilizzare”, una vera e propria cavalcata di funk che si accende all’improvviso; l’elettronica riproposta con questi suoni, più grossi e più rock, sa essere veramente interessante. E’ forse il pezzo più riuscito del disco.
Gli Appaloosa si sono dimostrati band valida e quantomai indispensabile nel panorama underground italiano già con il lavoro precedente (e i travolgenti live in cui lo hanno suonato), e questo “Savana” conferma la loro accentuata vena compositiva, spietata ed egocentrica, puntuale ed originale (con l’eccelsa produzione dell’ormai collaudatissimo ed onnipresente Giulio Favero). Una band che si potrebbe benissimo considerare punto di riferimento di una scena che in Italia non ha mai avuto un grande sviluppo e che forse potrebbe individuare in loro il ruolo di ‘iniziatori’. Tutti in viaggio verso la savana degli Appaloosa.
di Emanuele "Brizz" Brizzante 30 Novembre 2009

Sono addirittura quattro gli anni che separano l'eccellente “Non posso stare senza di te” dei livornesi Appaloosa dal successore “Savana”. Ma non c'era pericolo che ci dimenticassimo di loro: gli strumentali di quel disco, riuscitissimi esperimenti a cavallo tra funk mutante, noise, post-rock angolare ed elettronica umana, non erano affatto passati inosservati. Anche questa volta l'energia sprigionata è notevole nonostante risulti, a prima vista, un po' più astratta: non parliamo di pulizia formale però, quanto di una sana attitudine all'utilizzo spregiudicato dello studio di registrazione. I quattro osano infatti di più, lasciandoci spiazzati – ma ben felici di esserlo – con una aliena “Mons Royal Rumble”, una specie di funk piombato lì dagli anni 70, sinuoso e lascivo, immerso in tastiere ambient e lontani echi di fiati, attraversato da chitarre con il groove nel DNA e da una voce perfettamente calatasi nella parte. Altrove la band sembra voler raccogliere l'eredità post-rock dei Trans Am (quelli più creativi degli anni 90), oppure scherza a suo modo con l'etnomusicologia (“Chinatown Panda”). La prova definitiva del coraggio di questo disco, se proprio ne occorresse una, è però “Giù”: il miracolo non è costituito da quattro livornesi che ospitano la voce e la chitarra di un pisano, Appino degli Zen Circus, ma dal fatto che riescano ad imbastardire questi ultimi con gli Zu, trascinando il tutto un vortice di luciferina follia.
di Alessandro Besselva Averame

da : www.ilmucchio.it


Terzo lavoro, quattro anni dopo. Assistiti da Giulio Favero. I livornesi Appaloosa fanno correre per la ‘Savana’ il loro animale migliore. Cacciatore e non preda. Tralasciando l’orrenda copertina, i nove brani sono un dirompente masso lapideo, che testamenta e conferma la bontà dei quattro musicisti. Laddove il predecessore abbondava di inquietante noise sbilenco, il nuovo capitolo lascia che gli spigoli “vivi” si nascondano virulenti. Derivazioni di “rumore” distribuite su più livelli. In una sorta di coinvolgente, stordente, spiralata stratificazione sonora. Con innesti electro-cavalcanti. ‘Genny’ - ad esempio - è una pazzesca corsa di pura danceteria moderna, tirata a rotta di collo, strumentale, perfetta per un Dj set arrivato al delirio delle due di notte. Un apparato straniante eretto al meglio e forse al massimo delle possibilità. Da segnalare nella conclusiva ‘Glù’ la partecipazione di Andrea Appino degli Zen Circus. [***1/2]
di Emanuele Tamagnini

 

Contatti: www.myspace.com/appaloosarock

Disco in streaming: http://www.rockit.it/album/11784/appaloosa-toscana-savana

 

 

 

 

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