E' uscito lo scorso 24 dicembre il secondo album del gruppo "Stasi". Riportiamo la storia del progetto politico-musicale curata dalla rivista nettare.org . E' possibile scaricare gratuitamente le 10 tracce che compongono l'album (e le immagini della copertina) dal sito Brusion Netlabel o al link: http://www.mediafire.com/?mzyniv0zwmy poichè l'album è distruibuito secondo i criteri del Creative Commons(red.)
Il progetto Stasi nasce nel 2006 ad opera di un giovane “cantautore” incardinato nella tradizione della canzone d’autore politica italiana e di un manipolatore di “macchine” e di synth dagli ascolti industrialoidi e indie-pendenti. Il progetto, dunque, prende forma all’insegna di un incontro forse impossibile tra due universi paralleli ed irriducibili, ma con la consolante presenza di un indefinito numero di autori di neo-folk apocalittico che in qualche modo la medesima sinergia tra chitarrismo tradizionale e rumorismo disturbante l’hanno realizzato eccome. Il progetto Stasi nasce connotato come progetto politico che riprende le tematiche del totalitarismo scegliendo la DDR quale orizzonte storico-geografico-culturale di riferimento. Nella sua azione di propaganda, Stasi ha intenzione di rovesciare l’ottica occidentale-cristiano-borghese secondo cui alla vita grama del socialismo reale sarebbero preferibili i lustrini dei supermarket e le produzioni soft-porno delle tv commerciali. Secondo Stasi, l’idea di una comunità totalitaria che riempie la vita delle soggettività, assunte esse come parti di un organismo per l’appunto totale, va contrapposta alla falsa immagine della libertà. In questo senso, la musica di Stasi vale come una cronaca assolutamente non libera, ma anzi integralmente guidata dalle decisioni di un Comitato Centrale cui Stasi obbedisce ciecamente, della vita nella DDR (che ancora esiste), cronaca dei successi strepitosi del socialismo reale, delle sconfitte del capitalismo, dei martiri del comunismo.
Il primo disco di Stasi è totalmente autoprodotto e privo di una etichetta di riferimento. Si intitola “Volontà uniformate”, esso esalta la possibilità del conformismo sociale e dinamico quale risposta all’idiosincrasia ed al politeismo dei valori tipico della post-modernità. “Volontà uniformate” si compone di 9 tracce apocaliptic-folk-oriented, suonate con macchine e synth (MC 505-Ea 1-Br 01-Wavestation-Siel Cruise) ed usando quale software solo lo spartano Audacity (in fase di mixing terminale). Abbondano i campioni di cantori elettrici (Ash-ra Temple, Amon Duul, Current 93, Laibach, etc.) e di cantori politici (il Maresciallo Tito, Salvador Allende, il muezzin sunnita). Il disco viene recensito su “Rumore” ed è definito un incrocio di Panslavismo sonico e anti-imperialismo leninista alla Fulvio Grimaldi. Naturalmente il recensore distrugge l’uso della voce, che mette in connessione con i coevi Offlagadiscopax e, di conseguenza, con i maestri Massimo Volume. Stasi avrebbe, in realtà, preferito essere accostata a Post Contemporary Corporation, che in quel periodo dava alle stampe un disco (“Gerarchia, ordine, disciplina” Old Europa Cafè) che era l’alter ego futurista ideale di “Volontà uniformate”. Il tour di “Volontà uniformate” è un disastro. Stasi si presenta on stage con una ridicola costruzione in cartone del muro di Berlino in cui campeggiano, in tedesco, scritte inneggianti alla DDR. Aprono il concerto palermitano per “Atari” (duo electro-wave di Napoli), suonano al II Congresso di Elettronica Indipendente (sempre a Palermo), partecipano ad una rassegna di musica underground a Gela, suonando in una trattoria dove inondano il palco di vino e birra, suonano con un video di Eisenstein quale sfondo e sovietizzano il polo chimico-industriale della trinacria. Vendono e stampano 300 Cd numerati.
Per le esibizioni live, col tempo, si aggiunge un terzo membro alla chitarra. Il suono on stage si fa più elettronico, acido, aggressivo: dal modello neofolk si passa alla declamazione forsennata di slogan decondizionanti. Il pubblico militante e sinistrorso che aveva inteso scorgere in Stasi una bizzarra declinazione elettronica del cantautorato politico della tradizione italica deve presto ricredersi. Stasi non suona nei palchi del sindacato e non si piega alle ragioni tatticistiche della quotidianità movimentista no-global: il suo orizzonte di senso restano i casermoni grigi di una città industriale sotto la cortina di ferro, non Porto-Alegre. Registrano, in un arco di tempo lunghissimo, avvalendosi di produttori diversi e tra mille peripezie contraddittorie un secondo lavoro che nelle loro intenzioni vuole essere più pop. Il risultato è un suono depressivo, cupo, psichedelico. Il messaggio ideologico è chiaro: il disco si intitola “L’uomo libero è lo schiavo”, ed è in uscita presso Brusio-netlabel. Partecipano a festival di underground elettronico insieme ad altri artisti di area industriale e noise. Nella compilation di presentazione della Brusio-netlabel è presente un brano di Stasi registrato live nella primavera del 2009: “Il muro”. Ne “Il muro” una base techno-tarra fa da sfondo rumoroso ad una declamazione che invita alla ricostruzione del muro di Berlino. Il testo del pezzo provoca accuse di totalitarismo, la musica è considerata degna di suonare in una autoradio dello Zen o di qualsiasi altra realtà ignorante dell’europa continentale. “Il muro” diventa colonna sonora dell’estate di Linosa nelle feste organizzate dalla parrocchia locale. Stasi ringrazia e, intanto, partecipa allo showcase della Brusio-netlabel con un live psichedelico funestato da problemi tecnici.
Alla fine del 2009 esce “L’uomo libero è lo schiavo”. Si tratta di 10 tracce che svolazzano dal pop 80’s oriented all’industriale dronico, dal folk psichedelico alla disco-muzak più trash, passando per campioni industriali e velleità EBM. I testi, sempre in italiano, parlano del muro di Berlino, di Renato Curcio, di Walter Alasia. Il senso generale è la possibilità di un industriale di massa e di uno psicofarmaco scaduto.
5 gennaio 2010
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