Per parlare del nuovo disco di due vecchie volpi della musica non – mainstream italica come Luca Faggella e Giorgio Baldi inizierei non dalle canzoni, non da sunti biografici insulsi in tempi wikipedici, né da considerazioni amene su musica e società bensì da due questioni di fondo strettamente intrecciate tra loro, perlomeno secondo me.
La prima cosa che mi ha colpito del disco è il suono: denso, corposo, rotondo, ahimè non sono un tecnico del ramo, quindi non so bene come spiegarlo, se non per contrasto usando come pietra di paragone il per me fastidiosissimo cicalare minimalista elettronico ma molle del pop – rock indie di ultima generazione che ricorda tanto i “bzz” ed i “grr” dei giochi delle play station, quasi si vergognassero dei loro strumenti (fatte salve le dovute eccezioni). Qui non troverete nulla di simile, bensì appunto un atmosfera densa di elettricità tesa ed avvolgente, un disco che colpisce subito per il suo spessore strumentale essenziale ma preciso ed il suo corpo, un disco per dirlo in una parola assolutamente maturo, sia per le soluzioni sonore, che per i testi e per la vocalità saggiamente articolata a misura delle canzoni.
Ecco quindi la seconda questione, quella del titolo, se abbiamo già detto dell'aggettivo viene semplice ora parlare del sostantivo, Tradizione come richiamo maturo orgoglioso ai padri, ai maestri, alla vita ben vissuta, al tempo migliore che ritorna a noi, non per rimpiangerlo ma perché noi lo possiamo rimandare a chi adesso c'è, adesso arriva, dopo arriverà, come qualcuno ha fatto con noi, trasformando quello che a sua volta ha trovato : si perché interpretare la tradizione significa anche tradirla.
Quindi spuntano nel disco i vecchi ma mai domi maestri, uno addirittura in carne, ossa ed armonica (e che maestro!) quello Stan Ridgeway che deliziava le orecchie dei giovani oscuroni (quorum ego) negli anni '80, che troviamo ad impreziosire la narrazione tenebrosa di “Olimpia” (con l'esordio nei testi di Faggella jr) insieme alla moglie Pietra Wexstumì: come dire “Tradizione Elettrica” meets “The Big Heat”!
Evocato non in carne, ma in spirito invece, è il suono della wave inglese (la title track e “Quattro giorni quattro”), in special modo quello di due suoi numi, uno ahi noi dimenticato, Adrian Borland dei Sound, l'altro il buon “Moz” Morrissey, direi il padre tutelare del disco insieme al babbo labronico per eccellenza, quel mai abbastanza ricordato Piero Ciampi di cui il duo Faggella/Baldi ci regala una gemma che bene sintetizza le anime varie di questo disco, una versione di “Va” scarnificata nei suoi elementi fondamentali che sarebbe forse piaciuta tanto a quel punk inconsapevole che era il cantautore labronico, nell'anima se non nei suoni, ovviamente.
Dalla giustamente amata linea punkwave arrivano poi l'intensa “L'Attore è vivo” dove mi sembra di scorgere il citato Borland in un angolino della sala di incisione, “Catarsi perdita offerta” litania darkeggiante bene in linea con le narrazioni rock più peninsulari che albioniche e soprattutto “Montecristo”, dove vediamo tornare finalmente a casa, proprio come lo sventurato Conte, una scheggia del passato, un riff che viaggia sulle corde del Faggella dai tempi paleozoici dei DTX (chi li ricorda? Voi? Siete proprio dei vecchi bauli allora...) .
Da luoghi meno esotici e più peninsulari giungono “Vipere”, non a caso supportata dalla presenza del buon Max Gazzè, “King Wah”, dove, a proposito di figli, si incontrano le immagini dei padri quando erano loro i figli: tutto per ricordarci uno scorcio di una Livorno ancora all'altezza del suo mito, negli anni '70, quando tutti quanti noi bambini, i nostri nonni, padri... vivevamo tutti insieme nelle piazze e nelle strade.
per senzasoste.it
Sito ufficiale: Tradizione Elettrica
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