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"The Suburbs", il nuovo disco degli Arcade Fire

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TheSuburbsPubblichiamo la recensione che indie-rock.it ha dedicato all'ultimo disco degli Arcade Fire, "The Suburbs". La band canadese, di recente in Italia sul palco dell'Indipendent Day, è considerata la capofila di un nuovo approccio  al genere, e rifiutando un approccio commerciale, è riuscita a ugualmente a irrompere sulla scena musicale internazionale.
PROTAGONISTI: l’approccio ‘collettivo’ degli Arcade Fire è tipicamente canadese, come anche nei casi di New Pornographers, Broken Social Scene o Wolf Parade. E’ quanto di più lontano dal modello a cui siamo abituati in Europa, solitamente composto da quattro o cinque elementi e dove ognuno ha un ruolo ben determinato. Qui, i musicisti coinvolti nel processo creativo sono ben sette: Win Butler, Régine Chassagne, Richard Reed Parry, William Butler, Tim Kingsbury, Sarah Neufeld e Jeremy Gara, che si interscambiano agli strumenti mentre Win e Régine si dividono i compiti vocali.


SEGNI PARTICOLARI: un percorso relativamente breve, quello battuto da Win Butler e compagni, iniziato con un EP nel 2003 e segnato da due tappe importantissime quali ‘Funeral’ (2004/05), l’esordio che li ha lanciati al grande pubblico, e ‘Neon Bible’ (2007), che li ha consacrati tra le migliori band del decennio trascorso. Dischi fondamentali se si vuole capire dove sono arrivati gli Arcade Fire oggi, che licenziano il loro terzo e forse più compiuto album. Una strada tortuosa, fatta di rinunce commerciali e palchi sempre più importanti, per una band che in modo molto naturale scivola fuori dall’ordinario.

INGREDIENTI: il gruppo originario di Montreal è sicuramente dotato di una sensibilità musicale sviluppata e difficilmente collocabile in un contesto ristretto. Le radici affondano su territori disparati, sono figli della new wave dei tardi anni settanta (Televison, David Bowie, Blondie, Talking Heads) ma hanno un attitudine folk, lontana dal clamore e dall’eccesso. Per ‘The Suburbs’, Butler e soci hanno scelto di alleggerire la produzione rispetto a ‘Neon Bible’, che investiva con la sua risonante imponenza, affidandosi a suoni più diretti e decisamente più accessibili, sempre con un occhio di riguardo per il dettaglio. Il canto nervoso che caratterizzava alcuni episodi di ‘Funeral’ è stato abbandonato per far spazio ad uno stile che sia funzionale all’intera opera; molto diretto, misurato e maturo. Con le stesse parole del frontman Win Butler, 'The Suburbs' suona come qualcosa tra i Depeche Mode e Neil Young.

DENSITÀ DI QUALITÀ: 'The Suburbs' potrebbe essere definito un disco 'naturalista', per la sua perizia descrittiva dell’ambiente e dei vari elementi che compongono l’idea di base, gli sconfinati sobborghi cittadini, strade, macchine, lettere, gruppi di ragazzini, aree parcheggio, il ticchettio degli orologi, quel senso di staticità e desolazione di ore spese nell’attesa che qualcosa accada. Butler è cresciuto nella periferia di Houston, una trappola da cui sembra impossibile sfuggire, che spazza via ogni idealismo, "Sometimes I wonder if the world’s too small, that we can never get away from the sprawl", canta Régine in 'Sprawl II (Mountains Beyond Mountains)', dove i canadesi fanno l’occhiolino alla disco-wave dei Blondie di 'Heart Of Glass', mentre si aggirano tra sconfinati "centri commerciali morti". L’avversione per la modernità è un altro punto chiave del disco, "Let’s go downtown and watch the modern kids / They seem wild but they’re so tame" recita Win nella barocca, manco a dirlo, ‘Rococo’. Gli Arcade Fire disegnano i contorni di una realtà scomoda, senza però cadere nel tranello scontato del pessimismo o dell’autocommiserazione, e lo fanno con una dialettica schietta e verista. A metà del disco arriva puntuale la preannunciata ‘Suburban War’, una guerra impossibile da vincere contro i fantasmi del passato, che Butler riesce ad esorcizzare con un finale catartico ed apocalittico. Ma gli Arcade Fire non cercano redenzione, non rimpiangono quello che è stato, ce lo ribadiscono nella conclusiva ‘The Suburbs (Continued)’: "If I Could have it back, all the time that we’ve wasted, you know I would love to wasted again". Sedici brani, per un ora abbondante di musica, eppure il disco sembra coraggiosamente costruito per essere ascoltato tutto d’un fiato. "In the suburbs I learned to drive and you told me we’d never survive", sono versi che si rincorrono annoiati lungo una strada volutamente retrò, un ora di memorie e suggestioni giovanili rivisitate con una prospettiva ormai adulta. In 'The Suburbs' convivono in completa armonia disincanto post-moderno e innocente romanticismo, ed è proprio questo connubio a farne un opera esaltante. La band riesce con convinzione a costruire un percorso differente rispetto ai primi due capitoli, anche se il paragone con il mito di ‘Funeral’ è forse inevitabile. Mentre il primo ci travolgeva con alcuni pezzi che sovrastavano prepotentemente il resto, in 'The Suburbs' la coesione dell’intera opera è maggiore e la sensazione di trovarci di fronte un album compiuto in tutti i sensi è forte. La maturità della band sta nel capire che non c’è bisogno di scrivere un'altra 'Neighbourhood #1' o una nuova 'Rebellion (Lies)', perché sono state già scritte.

VELOCITÀ: il disco dice molto, ma impiega il suo tempo per dirlo. Non è un opera usa e getta da dove estrapolare un paio di singoli, a ‘The Suburbs’ va dato il tempo di fluire nello splendore dei suoi sessantacinque minuti.

IL TESTO: "Pray to God I won’t live to see the death of everything that’s wild" da 'Half Light II (No Celebration)'.

LA DICHIARAZIONE: Win Butler: "Odiavo essere un adolescente, era terribile. Ma è come quel magnifico verso di James Murphy (LCD Soundsystem, ndr)... Cominci a dire quanto la amavi finché non pensi a come era realmente."

IL SITO: 'Arcadefire.com'.


Luca Falzetti

indie-rock.it

 

7 settembre 2010

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