Di Eddie Vedder, al di là delle sue doti di cantante e musicista, abbiamo sempre apprezzato il lato umano, il profilo discreto e defilato, quel suo modo onesto e colloquiale di porsi in pubblico. Una specie di anti-Bono così poco populista e pieno di sé anche quando, da rockstar affermata, si è fatto portavoce di questioni politiche e sociali. D’accordo, sono tutte cose che con la musica c’entrano fino a un certo punto, ma aiutano a definire lo spessore della persona e del personaggio e la considerazione in cui lo teniamo. Più volte, anche su queste pagine, abbiamo auspicato una svolta che lo portasse ad abbracciare con maggiore convinzione la carriera solista su quel versante indie, acustico e cantautorale per cui ha sempre denotato una certa propensione e che oggi ci appare nettamente più congeniale rispetto al rock di mezz’età a cui s’è (auto)relegato nei Pearl Jam. Invece il 46enne nativo di Chicago e “cittadino onorario” di Seattle, nonostante gli attestati di stima e i buoni risultati (anche commerciali) fin qui conseguiti, sembra volersi ostinatamente sottrarre agli oneri e agli onori del suo primo album “vero e proprio”. Non lo era fino in fondo il pur pregevole Into The Wild (2007), che alternava canzoni fatte e finite a brani strumentali concepiti in funzione delle immagini del film e dunque difficili da valutare in assenza di esse e non lo è, per vari motivi che andremo ad analizzare, neppure questo Ukulele Songs.
Una collezione di bozzetti e scarne canzoncine tenute insieme dal filo conduttore della voce - rassicurante, carezzevole - di Vedder accompagnata quasi esclusivamente con lo strumento del titolo, l’ukulele, chitarrina hawaiana dal suono fievole ed esotico, di cui il cantante ci aveva già dato un piccolo saggio in “Soon Forget” contenuta nell’album Binaural (2000) dei Pearl Jam. Una raccolta di pezzi, scritti da Vedder nel corso degli anni più una manciata di cover, suonati e registrati in un clima casalingo, divertito, piuttosto ozioso, in definitiva, e senza tante pretese. L’uso ricorrente, nei testi e nei titoli, di parole come “sleeping”, “night” o “dream” rafforzano l’impressione di trovarsi di fronte a lullaby o filastrocche estemporanee più che a un repertorio folk o pop. A questo vale la pena aggiungere che il timbro esile ed acuto dell’ukulele fatica spesso ad amalgamarsi con la voce profonda e flessuosa del cantautore, che le melodie ricalcano in più d’un occasione linee già tracciate in passato con il gruppo storico e che la scrittura, in un formato così minimale e atemporale, si rivela, ad un ascolto reiterato, un po’ piatta e ripetitiva. In brani come “Can’t Keep” e “You’re True”, ad esempio, l’esecuzione ha un approccio decisamente ritmico, quasi un rock denudato fino al midollo, e non per nulla la prima non è altro che la versione per voce e ukulele del brano di apertura del già non indimenticabile Riot Act; come pure a certe ballad dei Pearl Jam fa pensare la melodia di “Light Today” (accarezzata dalla risacca del mare in sottofondo). Altrove, invece, il taglio folkish dà luogo a serenate al chiaro di luna, più sdolcinate che realmente introspettive, come “Goodbye”, “Broken Heart” o “Longing To Belong”, dove la presenza discreta del violoncello non varia di molto il canovaccio lillipuziano.
Niente di che, insomma, Eddie ha fatto e può fare molto meglio di così. L’idea che si sia preso una sorta d’ideale vacanza da progetti più seri e che non ci stia mettendo tutto questo impegno è confermata anche dal fatto che i brani più riusciti di questo (chiamiamolo) concept sono cover di Tin Pan Alley: l’arietta classic blues anni 20/30 di “More Than You Know”, la tenera e struggente “Sleepless Night”, il suono a 78 giri di “Tonight You Belong To Me” con il sempre gradevole miagolio di Cat Power in controcanto (ricambiando forse il favore che Eddie le fece in “Evolution”, su You Are Free, anche se lì, è superfluo sottolinearlo, stavamo su ben altro livello), “More Than You Know” o l’autografa, ma nello stesso stile, “Sleeping By Myself”. Un po’ pochino per giustificare, al di là dello sfizio personale, il senso dell’intera operazione. Noi continueremo ad aspettarlo, comunque, fiduciosi che prima o poi possa darci questa soddisfazione.
Il primo singolo:
Simone Coacci
tratto da storiadellamusica.it
10 giugno 2011
| < Prec. | Succ. > |
|---|
















