Sabato sera al The Cage di Livorno per gli Offlaga Disco Pax. Un appuntamento segnato da un prologo concitato dopo che un pomeriggio di “prove tecniche di trasmissione” non erano bastate per mettere a punto i suoni della band. Un problema di corrente, apparentemente insormontabile, che ha messo in dubbio fino all’ultimo l’esibizione.
Rotti gli indugi intorno alla mezzanotte, il trio emiliano composto da Max Collini, Enrico Fontanelli e Daniele Carretti sale sul palco, sotto la luminescente scritta Odp. Una scenografia completata con televisori vetusti e quattro woofer che pompano fasci di luce rossa, essenziale e statuaria come “Palazzo Masdoni”, brano d’apertura dedicato alla storica sede del PCI a Reggio Emilia. La voce nuda di Max Collini riapre il portone del palazzo venduto nei primi anni ’90 all’ardore del giovane militante che voleva trasferire in quegli ambienti brulicanti di funzionari “tutto il suo tempo”. In sottofondo avanzano morbidi tocchi di tastiere analogiche che cullano il sogno fino all’irrompere di chitarre elettriche, mentre quel portone nuovamente chiuso reclama il candore di un tempo.
E’ il primo assaggio di “Gioco di società” (Venus 2012), il terzo album degli Offlaga Disco Pax, pubblicato in un vinile 33 giri con lato A e lato B, oltre che in cd, la cui veste grafica riprende la misura architettonica e sociale di Reggio Emilia a cui le canzoni dell’album in più occasioni rimandano e rendono omaggio.
Come nel ricordo di quel 3 aprile 1980, che Max Collini canta in “Respinti all’uscio”, quando a Reggio Emilia arrivarono i Police e la quiete di questa città “inutilmente bella” fu scossa dall’orda d’oro che ambiva a una riduzione musicale proletaria. Sempre con Reggio Emilia sullo sfondo, calcio e politica scorrono nella “Piccola storia Ultras”, un gioiello letterario e musicale sulla chiarezza dei valori negli anni ’70, dove il relativismo poteva costare un “coppino” o “uno scappellotto”: si stava attenti solo quando c’era Pajetta in televisione e si tifava per la squadra delle propria città. Non come oggi, che gli alleati vanno e vengono, “così, per sport”.
La scaletta prosegue alternando pezzi della vecchia memorabilia degli Odp (“Lungimiranza”, “Dove ho messo la golf”, “Cioccolato IACP”, “Tono Metallico Standard”, “Cinanamon”) ai freschi cimeli dell’ultimo album (“Parlo da solo”, “Sequoia”)
Suggestiva l’esecuzione di “Tulipani”, l’impresa assiderata dell’olandese Johan Van der Velde al giro d’Italia del 1988. L’attacco solitario e incosciente, a cinque gradi sottozero, del ciclista che arrivò quasi morto al traguardo e con 46 minuti di ritardo, per Max Collini vale “quanto l’alpinismo estremo senza bombole d’ossigeno tra le inviolate vette del Pamir”.
A concludere la splendida serata, “A pagare e morire…”, racconto autobiografico di Max Collini a lavoro. Un brano ritmato da una base minimale e riverberi inquietanti che accompagnano la brutta esperienza di dover annunciare lo sfratto a un uomo in crisi esistenziale. Un pomeriggio che si mette molto male per il cantante degli Odp che dopo essere stato riempito di botte, fugge e riflette senza sapersi dare una risposta su come sia possibile finire a fare “da scudo umano ai risparmi della classe media”.
La corsa al banchetto dei cd a fine concerto, oltre che spontanea, è vivamente consigliata. Pena “un anno di risaia in Cambogia...con Rosi Mauro”.
Offlaga Disco Pax, come sempre, in espansione.
Per Senza Soste, helicon01
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