Fino a poco fa il lancio dell’iPhone in Italia, con le code
interminabili davanti ai negozi, ha costituito materiale di studio per
psicologi e sociologi. La chiave di lettura economica si rivela infatti
inefficace a spiegare il comportamento di migliaia di Italiani, per il
resto del tutto normali, che si autoinfliggono attese da socialismo
reale al fine di pagare poco meno di seicento euro un prodotto che, a
parte il design accattivante, non offre niente di più di un normale
telefonino evoluto: foto, video, e-mail, navigazione internet, musica,
mappe satellitari e, sì, anche fare e ricevere telefonare (chip
difettosi permettendo). E pensare che, secondo Isuppli, il costo
industriale di iPhone non arriva a 175 dollari americani (ai cambi
attuali, meno di 120 euro). Anche supponendo che Apple venda il
dispositivo agli operatori italiani al doppio del suo costo, Telecom
Italia e Vodafone lo stanno offrendo ai propri clienti con un ricarico
di quasi due volte e mezzo.
Clienti che, non appena avranno scartato il giocattolo, si
scopriranno ammanettati mani e piedi alla compagnia telefonica, che
offre il “pacchetto” di servizi di connessione alla Rete a prezzi
vergognosi, approfittando della brama consumistica italiana. A
proposito di connessione, la banca d’affari giapponese Nomura ha
effettuato una ricerca sui malfunzionamenti dei nuovi iPhone 3G,
secondo la quale sarebbe un chip difettoso a causare le cadute nei
collegamenti voce e le difficoltà di accesso alla Rete lamentate dai
clienti.
Tutto ciò costituirebbe uno spunto interessante per qualche tirata su
“forma e sostanza”, “necessario e superfluo” e via discorrendo. Ma la
ragione per cui oggi parliamo di iPhone è un’altra: Jonathan Zdziarski,
un hacker americano fissato con l’Iphone, ha scoperto che il telefonino
Apple si collega regolarmente ad un sito che Apple ha predisposto allo
scopo per memorizzare i programmi “proibiti” dal costruttore, in modo
tale da essere in grado di disattivarli quando girano sul palmare
(questo meccanismo in gergo si chiama “kill switch”, o bottone di
spegnimento). Sfortunatamente Apple ha deciso che al proprietario di
iPhone non spetti alcun ruolo nella faccenda: non verrà mai
interpellato né informato di ciò che sta avvenendo nel cervellino
sintetico del suo dispositivo.
Considerando la quantità di vita reale che può finire nella memoria di
un apparecchio tipo iPhone (e-mail, fotografie, appunti, musica,
registrazioni audio) è comprensibile che questa notizia abbia fatto
titoli sulla stampa americana: a nessuno piace pensare che qualcun
altro possa gestire da lontano ed in modo del tutto autonomo una
memoria che contiene tanti dati personali così importanti.
Zdziarski però sul suo sito ha smentito che su iPhone sia montato un
software che distrugge i programmi indesiderati (ce ne è però uno che
li “spegne”) e che iPhone (almeno per il momento) spii il suo
proprietario su commissione di Apple (ad esempio comunicando ad un
database centralizzato la sua posizione fisica, rilevata dal sistema di
navigazione satellitare incluso in iPhone). A proposito di usi impropri
del GPS, Zdziarski ha riscontrato che iPhone è in grado di disattivare
autonomamente tutti i programmi “pirata” (i cosiddetti malware) che cercano di “rubare” dal dispositivo informazioni relative al luogo fisico in cui si trova il telefono.
La natura di questa funzionalità, che si spera possa proteggere la
privacy dei cittadini possessori di iPhone in tempi di delirio di
controllo generalizzato, è però dubbia: o è un sistema anti-malware
e, allora, non si capisce perché non sia consentito all’utente di
distruggere il programma ostile; oppure si tratta di un codice
impiegato da Apple per spegnere tutti i software che non si confanno al
suo modello di business, come ad esempio quelli di ottimizzazione dei
percorsi autostradali (che la casa bandisce dal menù di quelli
disponibili). “Quale che sia la verità, conclude Zdziarski, mi spaventa
l’idea che sia Apple a decidere quale funzionalità debbono coprire gli
applicativi sul mio palmare”.
Zdziarski assieme a molti altri hacker deve aver fatto un salto sulla
sedia leggendo l’intervista che Steve Jobs ha rilasciato al Wall Street Journal
lo scorso 11 agosto; l’Amministratore Delegato della Apple in quella
occasione ha ammesso che i sospetti degli informatici sono fondati e
che, effettivamente, iPhone dispone di un codice che permette alla casa
produttrice di disattivare (l’articolo parla di “removal”, cioè di
“rimozione”) software non desiderati, ad esempio quelli che tentano di
“rubare” al cliente dati personali. Ora, tutti gli applicativi che
girano su iPhone si scaricano da AppStore, un grande negozio online
gestito da Apple: si suppone quindi che la Casa garantisca la qualità
dei software che mette a disposizione del pubblico mediante la sua
collaudata piattaforma di commercio elettronico.
Perciò è preoccupante apprendere dall’amministratore delegato della
stessa Apple che egli ritiene del tutto normale autoconferirsi il
potere di bloccare un programma pericoloso che i suoi clienti hanno
regolarmente scaricato (pagando) dal sito della Apple; il minimo che si
possa pensare è che su AppStore vada a finire più o meno di tutto e che
la Apple non sia in grado di garantire la qualità e la sicurezza di ciò
che mette a disposizione dei suoi clienti.
Ma che cosa ha spinto Apple a fare un simile passo falso? Il denaro, forse? Ce lo dice Steve Jobs nella sua intervista al WSJ:
“dalla sua apertura, AppStore ha venduto software per circa un milione
di dollari al giorno, il che vuol dire 360 milioni di dollari di ricavi
l’anno, che presto diventeranno mezzo miliardo”. Se però si desidera
sapere quali siano questi meravigliosi software che si possono
scaricare, viene fuori che si tratta principalmente di giochini e altre
sciocchezze; c’è chi, come Sascha Segan, ha ribattezzato il sito
AppStore in CrapStore, cioè “negozio di porcherie”.
Le affermazioni di Jobs sono gravi, sia da un punto di vista politico
che da quello dell’immagine di un’azienda che ha tentato di
distinguersi per la una visione che coniuga innovazione e pensiero
alternativo. Non solo l’iPhone è poco sicuro e si presta a violazioni
gravi della privacy, ma è la manifestazione reale di un grave difetto
di pensiero secondo cui non è più importante fare le cose bene, ma
conta solo farci un sacco di soldi.
Per dirla con Zdziarski: “In quale momento un produttore di software
può disinteressarsi del funzionamento di un computer su cui è
installato il suo programma? In base a quale autorità lo stesso
produttore può prendere il controllo dell’apparato senza il permesso
del proprietario della macchina? Il semplice fatto che si senta la
necessità di installare un interruttore remoto è la prova che il
software non funziona e che, quindi, ha fallito.”
Mario Braconi
tratto da www.altrenotizie.org
20 agosto 2008
| < Prec. | Succ. > |
|---|















