Tempesta perfetta. Nove interviste per capire la crisi

tempestaSi chiama Tempesta Perfetta, è la prima prova editoriale della Campagna Noi Restiamo, pubblicata da Odradek, raccoglie le interviste di dieci economisti – Riccardo Bellofiore, Giorgio Gattei, Joseph Halevi, Simon Mohun, Marco Veronese Passarella, Jan Toporowski, Richard Walker, Luciano Vasapollo, Leonidas  Vatikiotis, Giovanna Vertova – sulla crisi;

Lunedi 7 novembre alle ore 21,00 ci sarà la prima presentazione a Torino, presso la Libreria Comunardi – Via Bogino 2;

Nei prossimi giorni verranno pubblicate nuove date di presentazioni del libro; Chiunque fosse interessato alla presentazione può contattarci via mail all’indirizzo: noirestiamo@gmail.com

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Di Tommaso Gabellinio – tratto da http://contropiano.org/

A distanza di otto anni dall’inizio dell’attuale crisi economica, sono ancora molte le spiegazioni che si guardano bene dal mettere in luce le contraddizioni insite nelle economie di mercato come quella dei Paesi membri dell’Unione Europea. La maggioranza delle analisi si concentra infatti sul ruolo del presunto interventismo da parte dello Stato in economia – rappresentato dall’elevato debito pubblico – e sulla scarsa competitività dei Paesi mediterranei – misurata in costi del lavoro troppo elevati, imposizione fiscale sui profitti asfissiante, alta rigidità del mercato del lavoro. Le ricette di politica economica scaturite da questo tipo di proposte si sono rivelate fallimentari a tal punto da aggravare la crisi stessa. L’esempio principe è la così detta “austerità espansiva”, dimostratasi fallimentare sul piano teorico ed empirico prima che su quello pratico. [1]

cop-temp-perf-sitoLe nove interviste ad economisti non allineati raccolte in “Tempesta Perfetta”, edito da Odradek e curato dal collettivo Noi Restiamo, hanno come obiettivo quello di sfatare le analisi della vulgata. Il punto di vista così fornito è realmente critico e foriero di nuove prospettive, pur non mancando di una certa eterogeneità di pensiero e proposte. Ne sono un esempio le risposte alla prima domanda, con la quale si vogliono inquadrare le ragioni della crisi in due spiegazioni: quella sottoconsumistica, secondo la quale il deteriorarsi della quota salari ha comportato un calo generali dei consumi, seppur limitato dal credito esteso praticamente senza garanzie; e quella afferente al sotto-investimento, fenomeno che può essere ricondotto alla legge della caduta tendenziale del saggio di profitto elaborata da Karl Marx. La prima spiegazione rispecchia le posizioni di Simon Mohun e di Richard Walker, mentre la seconda è sostenuta da Joseph Halevi, Riccardo Bellofiore, Jan Toporowski, Luciano Vasapollo e Giovanna Vertova. Halevi e Bellofiore chiariscono però che la diminuzione del saggio di profitto è di difficile misurazione e che la diminuzione degli investimenti produttivi è strettamente correlata con il ruolo dei mercati finanziari. Toporowski evidenzia come questi ultimi abbiano favorito la concentrazione delle imprese tramite operazioni di fusione ed acquisizione, finanziate da debito a breve termine che sarebbe poi dovuto essere coperto da emissione azionarie. Giorgio Gattei e Marco Veronese Passarella forniscono invece un’interpretazione che sta a cavallo fra le due visioni, in quanto le due spiegazioni non confliggono necessariamente ed anzi si rafforzano l’una con l’altra.

Quale che sia la spiegazione preferita della crisi, tutti gli autori concordano che l’Unione Europea, ed in particolar modo l’Eurozona, abbiano un’ispirazione squisitamente imperialista e neoliberista. L’imposizione di vincoli fiscali quali il tetto massimo sul deficit di bilancio e sul debito pubblico in rapporto al PIL secondo parametri senza fondamenti economici ma con un chiaro connotato politico[2], l’assegnazione della gestione della politica monetaria alla Banca Centrale Europea (BCE), la liberalizzazione dei movimenti di capitali, merci e servizi sono tutte misure a vantaggio di un capitalismo transnazionale che mira ad un crescente sfruttamento dei lavoratori. Questi ultimi dovrebbero essere infatti disposti ad emigrare nei Paesi che offrono una retribuzione maggiore, o a passare da un impiego all’altro qualora le imprese ritengano opportuno licenziare i dipendenti o spostare la loro sede per godere di vantaggi fiscali. Il tutto in un contesto di un’economia sempre più privatizzata, dove l’attacco allo stato sociale ha non solo impatti di classe, ma anche di genere. Questi ultimi vengono addirittura spacciati come una conquista della donna che riuscirebbe a conciliare lavoro pagato ed impegni familiari. Bellofiore tiene però a precisare che «non è l’euro la causa della spinta all’austerità», in quanto questa è stata percorsa già prima di entrare a far parte del club della moneta unica (in Italia, almeno a partire dal 1992, anno in cui fu abolita la scala mobile a seguito della svalutazione della Lira imposta dall’uscita dal Sistema Monetario Europeo). L’uscita dall’euro, dunque, non comporterebbe necessariamente un miglioramento delle condizioni delle classi sociali più deboli, né del contesto in cui queste si troverebbero a dover fare i conti con il capitale. La prof. Vertova non vede al momento nessuna forza politica in grado di proporre seriamente un’uscita da sinistra, ammesso che ciò sia effettivamente possibile. Inoltre, la svalutazione delle valute dei Paesi ormai specializzati nella produzione di componenti ad alto contenuto tecnologico ma con una bilancia energetica strutturalmente in deficit non risolverebbe gli squilibri commerciali [3] e aggraverebbe le sofferenze bancarie. [4] Toporowski sostiene infatti la necessità di superare la «paura del debito (pubblico, ma che origina da quello privato, ndr)» e rilanciare la domanda aggregata tramite un coordinamento di politiche fiscali espansive. Applicare stimoli keynesiani in un solo Paese, infatti, farebbe sì aumentare il PIL, ma con questo aumenterebbero anche le importazioni e la bilancia commerciale peggiorerebbe invece di migliorare. Le scarse risorse mobilitate per il Piano Juncker, inserito nel programma Europa 2020 elaborato dalla Commissione Europea, dimostrano però la scarsa volontà di intraprendere in modo decisivo questa strada. Vasapollo non usa mezzi termini nel sostenere che «questa non è l’ “Europa dei popoli”, non è l’Europa “riformabile”, non è l’Europa a carattere sociale». Messaggio reso ancora più chiaro dalla vicenda greca dello scorso anno, che ha visto implementare tagli alle pensioni e blocco degli stipendi pubblici da un governo democraticamente eletto sulla base di un programma anti-austerità.

Posto che gli Stati Uniti sembrano essersi ripresi solo dopo un massiccio intervento dello Stato al fine di salvare gli intermediari finanziari, unito all’enorme dose di liquidità immessa nel mercato creditizio dalla Federal Reserve tramite il programma di Quantitative Easing ed alle massicce importazioni da parte della Cina, quali potrebbero essere le alternative ad un modello di produzione ormai decotto? Esistono movimenti o tradizioni in rottura con lo status quo? Lo stesso Vasapollo individua un modello da cui prendere ispirazione nei Paesi dell’America Latina che hanno costituito l’Alleanza Bolivariana per le Americhe (ALBA), un progetto di cooperazione politica, sociale ed economica dal forte stampo socialista-internazionalista. Halevi vede invece nella Cina il Paese con il maggior numero di contraddizioni, derivanti dal «processo di accumulazione e di sviluppo di tipo nippo-americano, spinto al parossismo, che sta sviluppando costi sociali» (ed ambientali) elevatissimi. Giorgio Gattei riscontra invece nella logistica l’anello debole della circolazione del capitale, in quanto «l’elemento di rigidità del post-fordismo non sta più tanto nella fabbrica […] ma nel fatto che le merci (fisiche, ndr) devono comunque […] arrivare ai consumatori e realizzare in moneta il proprio valore […]. Ecco allora che lo scontro di classe si sposta negli ambiti della circolazione che sono: distribuzione, finanza e circolazione».[5] Come rilevato da Vertova e Bellofiore, però, senza una rappresentanza sindacale in grado di analizzare e tutelare le condizioni di lavoro nel settore dei servizi, tali contraddizioni fanno fatica ed emergere. Ben venga guardare ai caratteri del nuovo capitalismo, ma occorre riconoscere che il cosiddetto lavoro cognitivo è strettamente collegato alle condizioni materiali che determinano i luoghi ed i modi di produzione. Di contro, Vatikiotis vede nello sviluppo della stampante 3D la maggiore contraddizione nel modo di produzione capitalistico, visione che richiama quella post-capitalista del libro di Paul Mason “Post-Capitalism: A Guide to Our Future”, al quale David Harvey ha dedicato non poche critiche.[6]

All’interrogativo sulla riformabilità o meno del capitalismo segue quello in merito al ruolo dell’intellettuale di sinistra. Halevi e Gattei sostengono che non bisogna sprecare tempo a dibattere con gli economisti neoclassici, sebbene occorra studiare e conoscere a menadito le loro teorie. Non bisogna nemmeno porsi come «consigliere del principe», atteggiamento ormai condiviso da molti economisti eterodossi che si illudono di poter cambiare i rapporti di forza con il solo peso delle idee. Passarella osserva giustamente che «il mondo là fuori non lo cambiano le idee. Il mondo là fuori lo cambia la lotta di classe organizzata, non lo cambiano gli intellettuali.» Anche Vatikiotis, pur riconoscendo l’importanza degli accademici marxisti, è disilluso riguardo la possiblità che le università possano impegnarsi a favore della classe lavoratrice. Ed infatti, Vasapollo suggerisce di schierarsi a fianco di movimenti sociali e sindacati conflittuali, in modo da fornire loro strumenti interpretativi e mostrare agli studenti che esistono alternative concrete al pensiero unico. Bellofiore avverte che la distinzione tra teoria dominante e teoria eterodossa è fuorviante: la forza dell’economia neoclassica sta proprio nel ricondurre ad imperfezioni quelle che invece sono contraddizioni intrinseche al capitalismo. Ciò dimostra anche quanto sia inutile appellarsi al pluralismo, facilmente concesso ma fortemente circoscritto dal mainstream. Vertova evidenzia che lo stesso dibattito eterodosso, oltre ad essere egemonizzato da economisti maschi, sia di difficile conduzione in quanto ognuno pretende di avere «”la” risposta giusta alla crisi». Toporowski si dimostra invece più aperto, sostenendo che il confronto con gli economisti coinvolti con il potere e la finanza permetta di acquisire conoscenze tecniche difficilmente reperibili nell’ambito accademico.

Tempesta Perfetta nasce con l’intento di mostrare l’urgente bisogno di un dibattito sulle cause della crisi e sulle possibili soluzioni che tengano conto di un punto di vista autonomo, del lavoro. Occorre partire da un’analisi seria e disincatata per permettere alla generazione cresciuta nella crisi di capire che le alternative esistono e che un rovesciamento degli attuali rapporti di forza sia possibile solo dopo aver elaborato un’attenta critica nei confronti del paradigma culturale dominante. Il libro offre molti spunti di riflessione in tal senso, e costituisce un’ottima lettura sia per chi sia a digiuno di nozioni economiche, sia per chi si interessi già di alcune tematiche ma voglia avere un quadro d’insieme più ampio.

schermata-del-2016-10-28-100320[1] Un esempio su tutti è quello del dottorando statunitense Thomas Herndon che, nel replicare i risultati dell’articolo di due tra i più famosi economisti neoclassici, Reinhart e Rogoff, scoprì errori così grossolani da invalidare la conclusione secondo la quale gli Stati con un rapporto debito pubblico su PIL superiore al 90% sarebbero incappati in una crisi finanziaria. http://temi.repubblica.it/

[2] Come precisa la prof. Vertova.

 [3] A tal proposito, si veda l’interessante dibattito avvenuto sul sito dell’Institute for New Economic Thinking (INET) fra gli economisti sostenitori dell’uscita dall’euro e della svalutazione come risoluzione dei problemi di competitività (Flassbeck e Costas Lapavitsas), e gli studiosi più attenti alle politiche industriali necessarie al rilancio delle economie del sud Europa (Servaas Storm e Naastepad). Questi ultimi sostengono che la Germania è riuscita a diventare la maggiore manifattura europea non tanto per le politiche di moderazione salariale, quanto per gli investimenti in ricerca e sviluppo: https://ineteconomics.org/ e https://ineteconomics.org/

 [4] Sulle quali Brancaccio ha scritto diffusamente.

[5] Sulle condizioni di sfruttamento e precariato diffuso dei lavoratori del settore logistico, si veda il reportage di Christian Raimo pubblicato da Internazionale: http://www.internazionale.it/

[6] Si veda la discussione “The Power of Ideas: a discussion with David Harvey” tenuta presso la London School of Economics lo scorso 10 dicembre 2015. Registrazione audio-video reperibile sul sito http://www.lse.ac.uk/

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