“The Cage a misura di giovani e un festival nel futuro”. Intervista a Toto Barbato

foto di Sebastiano Bongi Toma

Dopo il pienone per il concerto di Gazzelle, è un’altra vigilia da tutto esaurito per il The Cage. Sul palco del teatrino di Villa Corridi è di scena Coez, cantautore romano con una lunga militanza nel rap. I biglietti per la serata di sabato 18 novembre son finiti da due mesi e anche la replica di domenica 19 è andata sold out in pochi giorni. In diversi tentano la telefonata della disperazione alla ricerca di un tagliando. A rispondere è Toto Barbato, co-fondatore e direttore artistico del locale. Siamo con lui per una chiacchierata in un bar del centro, più volte interrotta per assecondare le richieste dell’ultim’ora. In un’occasione la risposta è brusca: “Ti fermo subito. Il The Cage non è una discoteca…”. Butta giù. Poi ride. “Vi ho dato anche il titolo”. Si riparte.

 

Quest’anno la programmazione del Cage apre ai giovanissimi, in continuità con un percorso avviato lo scorso anno…

Sì, anche la nuova stagione è improntata a un pubblico più giovane. E’ in atto un cambio generazionale sia nella musica che nei concerti. Fino a qualche anno fa c’erano più persone che suonavano ma meno spettatori. Era un pubblico di addetti ai lavori, musicisti o amici di chi suonava. Oggi i giovani fanno anche altro: giocano ai videogame, fanno i grafici, o magari i produttori di musica. Però vengono in massa ai concerti e prendono la musica per quello che è, con più leggerezza e meno giudizi. Prima i giovani volevano stare tutti sul palco, ora sotto. E ascoltano.

E cosa ascolteranno quest’anno?

Uno su tutti, Willie Peyote che considero un fuoriclasse totale, ha sostanza nella musica e nei testi. Il 25 novembre Bobo Rondelli suonerà a casa sua, in un concerto pensato per i club. Il 9 dicembre arriveranno i GBH, una leggenda del punk e in quell’occasione torniamo a parlare a un’altra generazione….la nostra. Nel nuovo anno proseguiremo ancora la linea delle nuove sonorità, ma cercando nuove scommesse: Coma Cose, Frah Quintale, Pinguini Tattici Nucleari, Galeffi.

Siete nati 15 anni fa, l’idea era così a lungo termine?

Non era nei progetti prendersi questo «impegno» per quindici anni. Ai tempi, il locale, l’ex Tube, non era nostro. Eravamo semplicemente due ragazzi, io e Mimmo che organizzavano dei concerti. Presto ci siamo accorti che il terreno era fertile, Livorno in un’ottima posizione e le persone da fuori attratte dalla città. In più, sinceramente, nessun altro ci aveva provato. Noi, un passettino alla volta, siamo andati avanti e arrivati a questo punto possiamo ammettere che è andate bene a noi e alla città.

Cosa c’è sempre stato in tutto questo tempo e cosa invece è cambiato?

C’è sempre stata una netta separazione delle mansioni. Io sono il responsabile della direzione artistica e della comunicazione, Mimmo della parte amministrativa e della gestione del personale. Nel nostro «regime» c’è confronto, ma nessuno mette bocca in quello che fa l’altro e non esiste la regola democratica dell’alternanza: per fare qualcosa dobbiamo essere convinti entrambi, altrimenti non si fa. Cosa è cambiato? L’approccio al lavoro: ora abbiamo molti dipendenti e un nome e non ci possiamo permettere improvvisazioni. Nel tempo abbiamo maturato una certa immagine lavorativa, non rappresentiamo l’anima disordinata del livornese, e questo ci porta ad essere continuamente pressati per organizzare degli eventi o invitati ad aprire nuove attività. In passato mi accusavano di essere troppo presente sul territorio, oggi vorrebbero che gestissi qualsiasi cosa.

Quali sono le difficoltà da affrontare per chi decide di portare avanti una sala concerti?

Ogni aspetto della gestione di un locale ha le sue specificità, a partire dalla sicurezza. Il Cage è in periferia, un locale isolato su un collina che sovrasta tre quartieri popolari dove vivono 40.000 persone. Non facciamo selezione all’ingresso e questo significa sviluppare un approccio all’accoglienza che mette in moto tutta una serie di accorgimenti al fine di smussare i problemi fisiologici a cui va incontro un locale che lavora di notte. Ma la nostra natura è quella: siamo un’associazione culturale. Più in generale però, in Italia, manca un gruppo di lavoro specifico sul comparto professionale. Chi lavora nella musica è assunto in una cooperativa. Non esiste ancora una regolamentazione del settore musicale e la sua gestione è in mano ai burocrati. Prendi i fatti di Torino. E’ stata sfiorata una tragedia ed era giusto apportare dei cambiamenti per quanto riguarda la gestione dei grandi eventi, ma chi mette mano ai regolamenti sono i questori e i prefetti che lo fanno senza consultare gli addetti ai lavori.

Il teatrino ha una vita che va oltre il fine settimana?

Ogni anno accogliamo le scuole del quartiere che all’interno del teatrino svolgono incontri e recite di fine anno. Vorremmo fare dei laboratori artistici, ma servono i fondi. In inverno riscaldare il locale ha dei costi molto elevati. Per questo partecipiamo ai bandi, ma per ora li perdiamo sempre. Uno spazio che ci piacerebbe sfruttare è l’ex casina del custode. Sono 80mq in stato di abbandono che rischiano di fare la fine di tante strutture pubbliche in Italia. E’ collocata all’interno dello spazio del teatro e noi saremmo disponibili a contribuire al suo recupero, potrebbe essere utilizzata per accogliere nuove attività o come semplice presidio. Durante la settimana e nei mesi estivi il The Cage è terra di nessuno. Gli atti vandalici che a volte escono sui giornali non sono che il 20% di quelli che subiamo. Essere più presenti cambierebbe questo stato di cose.

La cultura è ormai il fanalino di coda nei bilanci delle amministrazioni pubbliche. Eppure c’è chi afferma che di cultura si può vivere. Si può cambiare questa situazione?

foto di Laura Lezza

Ci vogliono coraggio e capacità di investire. Notiamo con piacere un’affinità, mai avuta con altri, con l’assessore Francesco Belais, una persona curiosa, con grande voglia di lavorare. Come tutti sanno collaboriamo alla produzione del main stage di Effetto Venezia: da parte sua aver accettato Seun Kuti, artista di primo piano della word musica, ma sconosciuto alla città prima della sua venuta, e affidargli la vetrina del principale evento livornese, è un gran salto culturale. Con gli stessi soldi si invita una stellina di «Amici» e si va sul sicuro, invece qui si è puntato a fare una grande operazione di crescita culturale collettiva. Resta, in generale, un problema di risorse, accompagnato anche qui da un fenomeno che definirei tipicamente mediterraneo: quel poco che viene stanziato va tutto in un posto stupendo ma che ha un’organizzazione interna costosa. Non si può fare altrimenti, sia chiaro, ma è un dato di fatto. Il Goldoni è come un’industria pubblica, forse l’ultima rimasta sul territorio. In passato però le risorse c’erano. Negli anni ’80-’90 abbiamo vissuto un periodo di vacche grasse e sono stati spesi miliardi di lire nelle politiche giovanili. Soldi buttati via. Io proporrei un gioco: non ci sono, ma immaginiamo di avere 20 milioni di euro da investire. Mettiamoci a un tavolo e discutiamo: come si spendono?

Credi che Livorno sia rimasta un po’ orfana di un evento come Italia Wave? Hai mai pensato di organizzare un festival?

Io sono dell’idea che un festival funzioni quando un privato rischia sul suo e trova un’apertura del pubblico. In pratica, apre a costo zero perchè trova la disponibilità delle istituzioni e poi rischia sulle scelte artistiche. Italia Wave non ha saputo confermarsi: la strategia dell’uomo solo al comando non ha funzionato. Doveva aprirsi alla città e farla conoscere all’esterno, ma questo significava presentare il cartellone con svariati mesi d’anticipo, far incuriosire le persone da fuori, cosa che puntualmente non accadeva. Inoltre era un festival che viveva di stanziamenti pubblici e con la crisi è pian piano andato a scomparire. Non deve invece sorprendere l’ascesa di Firenze Rocks: in questo caso parliamo di un’agenzia che è la più grande multinazionale del settore. Hanno capitali importanti da investire e Firenze le mette a disposizione uno spazio adeguato alle sue caratteristiche. La vera anomalia è Lucca. Lì i grandi eventi sono organizzati da un’agenzia locale e indipendente che un passo alla volta è riuscita a competere coi colossi. Dietro D’Alessandro e Galli ci sono D’Alessandro e Galli che invece di portare i loro artisti in località più note e probabilmente remunerative hanno scelto di investire a casa loro. Non c’è che da farli i complimenti. Un festival a Livorno? Non posso negare che sarebbe un sogno nel cassetto. Ma per prima cosa bisogna ragionare sugli spazi. Lo stadio ad esempio è in pessime condizioni e oltretutto quando è stato costruito non è stato pensato per farvi accedere i camion. Immagina cosa potrebbe costare di facchinaggio un grande evento solo per spostare tonnellate di materiali. Uno spazio ideale potrebbe essere l’ippodromo. In tante realtà italiane queste strutture sono state trasformate in un’area per gli spettacoli. Bisognerebbe tentare di parlarne anche qui. In ogni caso, nella mia testa l’idea c’è, non un festival milionario, ma di qualità, che lavori sul concetto stesso di festival, crei consapevolezza e metta in vetrina l’immagine della città.

Redazione

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