The circus is in town. O di quando ho visto Bob Dylan a Firenze

E’ stato difficile comprare i biglietti per assicurarsi un posto per il concerto di Bob Dylan a Firenze lo scorso 7 aprile 2018. Siamo in un’epoca storica in cui tutto si muove su internet, tutto scorre veloce, e costa caro. Per una come me che con la tecnologia ci sa fare poco o nulla e che deve sempre farsi i conti in tasca, non è stato semplice; ma Bob Dylan a due passi da casa mia, proprio nella Città dell’Amore, e in primavera, non me lo potevo perdere.

E’ una bellissima giornata di primavera, fa caldo, in macchina guido con i finestrini abbassati. Arrivo al Mandela Forum alle 17,30 e la prima cosa che vedo sono tre camion enormi, bianchi, con una scritta viola sul fianco: Rock and Roll Trucking. Sembrano arrivare da un’altra era. Sono i camion su cui viaggiano gli strumenti di Dylan, e questo mi fa credere che lui sia già dentro il Mandela Forum, a pochi metri da me, magari sta facendo il soundcheck, sta scegliendo le canzoni che canterà stasera, starà sistemando il suo Oscar sul pianoforte…chissà che sta facendo. Ho visto Dylan molte volte dal vivo, eppure tutte le volte è come se fosse la prima; sono emozionata e mi sento fortunata di essere li dove sono.

Il tempo scorre veloce e sono già le 19,ora di mettersi in fila per entrare. Mi do un’occhiata attorno.

C’è un ragazzo vestito come si vestiva Dylan durante i primi anni della sua carriera (tuta da lavoro blu e capello nero) seduto dentro una specie di gabbia di vetro. Sta lì e legge alcuni brani delle canzoni di Dylan e degli estratti dal suo Nobel Speech. Probabilmente Dylan non avrebbe approvato questo tributo, ma c’è un capannello di gente che gli si forma attorno e ascolta interessata. Io ho fretta di entrare e non mi dilungo ad ascoltare.

Il pubblico di stasera è vario: ci sono almeno tre generazioni presenti.

Sono le 20,30 e prendo posizione. Ho un posto lontano questa volta: sono in platea, fila 32, ma comunque vedo bene. Riesco a distinguere tre microfoni vintage a centro palco e il suo pianoforte. La scenografia è praticamente assente: consiste in alcune luci puntate sul palco. Ecco tutto. C’è una voce registrata che invita il pubblico a non fare foto e godersi lo show. La sicurezza si aggira fra gli spettatori e punta delle torce verso i malcapitati che cercano anche solo di scattare la foto al palco vuoto. Questo argomento è stato oggetto di dibattito durante i precedenti spettacoli italiani del tour di Dylan, scatenando le ire del pubblico e dei critici. Una foto non può far male a nessuno, certo, ed è comunque il ricordo di una sera; ma Dylan è fatto così, da sempre e noi lo sappiamo.

Sono le 21 spaccate e le luci si spengono. Entra la band, vestita di bianco, e poi entra Dylan, vestito di nero, senza salutare, senza annunci, senza un “good evening”; si siede al piano e attacca “Things Have Changed”, brano del 1998 che gli garantì l’ Oscar per la colonna sonora del film “Wonder Boys”.

Cos’è il rock and roll, se non salire sul palco e suonare?

Io salto sulla mia seggiolina in preda non so a quale delirio di gioia. La mia amica seduta a fianco, che vede Dylan per la prima volta, mi guarda con un misto di tenerezza e stupore; non mi ha mai visto così. Le stringo una mano. Sono felice che sia li. Il secondo brano in scaletta è “Don’ think twice it’s all right”, uno dei brani più noti di Dylan, una canzone d’amore e d’addio. L’arrangiamento è molto bello, semplice, acustico, e Dylan scandisce bene le parole. Il terzo pezzo è “Simple twist of fate”, uno di quelli che amo di più, e qui mi è impossibile non commuovermi; la voce, gli arrangiamenti, la scenografia minimal: tutto ha un senso, tutto va bene così com’è.

Dopo alcuni brani, tra i quali “Highway 61 revisited”, Dylan si sposta verso il centro del palco, afferra uno dei microfoni vintage e se ne sta lì  a gambe divaricate, con una mano su un fianco, come un cowboy. Canta “Once upon a time” di Tony Bennet. Io resto senza parole. La sua voce è calda, arriva a note bassissime, quasi scivola. La luce del palco gli illumina i folti capelli ricci. E’ forse il momento più bello del concerto. Nonostante la ami molto, non mi convince il nuovo arrangiamento di “Tangled up in blue”, forse troppo spogliata della sua ossatura. Nuova ondata di emozione ed entusiasmo con “Desolation Row”, a noi resa ancora più cara dalla cover fatta dal nostro Faber, “Via della povertà”. Il circo è già arrivato qui in città.

Molti brani dell’ ultimo album di inediti di Dylan, Tempest (2012), vengono suonati stasera. “Pay in blood”, “Duquesne Whistle”, “Soon after midnight”e la bellissima, disarmante “Long and wasted year”, in cui Dylan canta “Indosso occhiale da sole per nascondere i miei occhi, conoscono dei segreti che non riesco a nascondere”; ho di nuovo gli occhi ludici, lì, seduta sulla mia seggiolina grigia. Dopo “Thunder on the mountain”, un bel brano rock and roll, è il momento dei bis. Io so cosa devo fare. Prendo la mano della mia amica, mi alzo, e corro il più vicino possibile al palco. Qualcuno, tra quei signori seduto sulle sedie rosse e comode della platea gold, si risente e si alza. Peggio per lui. La security tenta di rimandare indietro quelli come me che cercano di avvicinarsi, ma non ci riescono. Il tipo della security cede e ci invita a metterci in ginocchio. Io non ho mai fatto la comunione, non vado in Chiesa, non mi sono mai inginocchiata per nessuno: ma per Dylan sì.

Dalla mia nuova posizione riesco a vederlo distintamente. Guardo con affetto quel cumulo di ricci, quel viso che da sempre fa parte della mia vita. Sta suonando “Blowin’ in the wind”. E’ bellissima, con il violino che accompagna le strofe di quella che probabilmente è la sua canzone più nota.

E’ giunto ormai il momento dell’ultimo brano. “Ballad of a thin man”. Qualcosa sta succedendo qui, ma tu non sai cos’è. No, non lo so cos’è. Non è un semplice concerto, Dylan non è un semplice artista. Dylan pesta i tasti del pianoforte e canta le parole di quell’enigmatica canzone una dopo l’altra fino a che non è finita, e finisce anche il concerto. Dylan e la band si schierano sul palco. Non un “grazie”, niente presentazione della band, niente di niente, solo una leggera apertura delle braccia e Dylan sparisce nel backstage.

Cos’ è il rock and roll, se non salire e scendere dal palco?

Guido verso casa, è notte tarda. Penso alla giornata passata, alle persone con cui ho parlato, alle canzoni che ho ascoltato, a Bob Dylan. Vorrei dirvi perchè nel 2018 ha ancora un senso andare a vedere Dylan, e vorrei dirvelo senza tener conto dell’affetto che provo per quest’ultimo, ma non ci riesco. Se ne dovessi tener conto, vi direi che andare a vedere Dylan nel 2018 ha senso perchè emoziona. Sono emozioni ancestrali, svincolate dal resto. Vorrei dirvi che ha senso andare a vedere un concerto durante il quale non si possono fare foto, perchè ci si lascia rapire, trasportare altrove. E perchè Dylan, anche se molti dicono il contrario, è sempre stato onesto, coerente con se stesso, fino ad oggi, che ha 77 anni e da 30 è perennemente in tour.

Quindi si, ha un senso. Fino a che ci sarà una canzone da cantare, una città in cui suonare, avrà un senso.

Per Senza Soste, Angie B.

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