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Ici bat le coeur de tout un peuple. Il debutto del Club Africain nel campionato tunisino

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DSCF3898_-_CopiaRiparte, seppur con qualche mese di ritardo, il campionato di calcio tunisino. Per non creare sovrapposizioni con l'Aïd al-Adha, che domenica ha riunito le famiglie tunisine per il tradizionale pranzo con il montone, tutte le partite della prima giornata della Ligue 1 sono anticipate a venerdì 4 e sabato 5 novembre. La stagione si apre allo stadio Olimpique El-Manzah di Tunisi che vede di fronte il Club Africain e i gialloneri dell’Athletic Bizertien. Con degli amici raggiungiamo presto il quartiere El Manzah, e abbiamo tutto il tempo per un caffè appena fuori dall’impianto.

Nacim, supporter clubiste, mi spiega che c’è voluto del tempo per permettere l’avvio del campionato a causa degli svariati problemi legati alla sicurezza degli eventi sportivi. “Dai tempi di Ben Ali lo stadio è stato sempre uno spazio conflittuale con il governo e la polizia. Possiamo dire l’unico. Durante la Rivoluzione in termini di tenuta delle manifestazioni di piazza i tifosi delle squadre hanno dato il contributo più importante. Erano tutti nelle prime file, perché nelle curve avevano maturato la haine e la capacità di affrontare gli scontri. Per questo sono stati fatti tavoli sull’ordine pubblico e pensate delle leggi più restrittive prima di dare il via libera al campionato”.

Si riparte con 16 squadre. “Per evitare ulteriori tensioni – interviene Aymen - le retrocessioni dello scorso campionato sono state annullate”. Lo stadio è un gioiello architettonico: gli spalti si dispongono come a formare dei petali intorno al manto erboso. La capienza massima è di 45.000 spettatori. “C’è grande attesa per l’esordio ed è probabile che ci siano 30.000 persone sugli spalti, ma – precisa Nacim - solo perché il club non stampa più di 30.000 biglietti”.

Saranno decisamente meno, ma il Club Africain, anno di fondazione 1920, resta la squadra con il maggior seguito popolare e tifosi provenienti indistintamente da tutti i quartieri della capitale, anche se Bab DJedid, nella città vecchia, è il posto dove più di ogni altro si respira la cultura clubiste. Una cultura che viaggia su una strada lastricata di sfide, conquiste, simboli e rappresentazioni. A partire dal nome, garante di una coscienza politica, fino ai colori, il bianco e il rosso e al simbolo, la mezzaluna e la stella della bandiera nazionale, sinonimi di uno spirito di resistenza all’occupazione coloniale francese.

I controlli all’ingresso dei cancelli sono scrupolosi e a più riprese. Saliamo i gradoni e siamo dentro le virage nord. Nella massa che copre tutto il settore si riconoscono principalmente quattro grandi isole di tifosi che saltellano abbracciati e cantano cori che si sovrappongono tra loro. A est della curva i Dangers e i Nord Vandals, al centro “i vecchi” dell’African Winner e a sul lato ovest Les Leaders Clubiste. “Un tempo – mi rivela Mehdi – esisteva anche un gruppo organizzato di donne che poi è sciolto tra i vari gruppi presenti”.

A pochi minuti dal via, sulla pista d’atletica sfila la nazionale del Chad, mentre a centrocampo viene piazzato il logo gigante di una compagnia telefonica. Un addetto allunga il telone bianco del sottopassaggio dall’uscita degli spogliatoi fino a raggiungere la linea del fallo laterale. E’ il segnale: le squadre fanno l’ingresso in campo e contemporaneamente dal virage nord sventolano le aste coi bandieroni biancorossi.

L’atmosfera che si respira sugli spalti ha poco da invidiare alle più famose torcide sudamericane. “E’ dalle curve di squadre argentine come Boca Juniors e River Plate – confessa Mehdi - che abbiamo preso i ritmi, mentre dal calcio italiano la mentalità e i testi di cori e striscioni”.

Una decina di minuti di gioco e Mehdi  mi toglie da ogni imbarazzo. “La qualità del gioco non ha niente a che vedere con quella che si vede nei campi europei”. Fondamentali incerti, errori elementari nei passaggi, sviluppo del gioco assente. Ma intorno uno spettacolo che i più importanti campionati  d’Europa hanno perso, nel tentativo estremo di razionalizzare le passioni suscitate dal gioco, con un disciplinamento legislativo e culturale discutibile.

11’. Un destro da fuori area impegna il portiere clubista Ben Ayoub che in volo respinge sopra la traversa. “Zebbi!”, commenta intimorito Mehdi portandosi le mani sulla faccia. E’ il preludio del vantaggio ospite che arriva al 25’ con una punizione magistrale del fantasista Hadhria. L’incedere dei tifosi biancorossi non cambia, Mehdi chiede immediatamente una sigaretta.

A fronte della miglior organizzazione tattica del Bizertien, mi ricorda che “il Club è una squadra con tanti volti nuovi ancora da assemblare”. Il contropiede degli ospiti continua a fare sfracelli sul debole lato destro della difesa biancorossa. Mahdi rimedia sul palmares: “Nel 1991-1992 abbiamo fatto una grande impresa vincendo quattro titoli a disposizione: campionato, coppa di Tunisia, Champions League Africana e coppa Afro-Asiatica. Meglio del triplete di Mourinho”.

Per ammirare il vero Club Africain basta aspettare il fischio d’inizio del secondo tempo. In campo oltre a due nuovi giocatori, compaiono un ritrovato senso tattico e tanta spregiudicatezza sotto porta. Il pareggio arriva immediato con Ali Yaâkoubi, il sorpasso con Dhaouadi. La festa dei tifosi biancorossi subisce un contraccolpo con il definitivo 2-2- di Zway.

Vittoria sfumata. Mi invitano anche alla prossima partita. “Del resto – recita il sito ufficiale del Club Africain – la nostra storia non si riassume in poco tempo: ici bat le coeur de tout un peuple”.

Per Senza Soste, da Tunisi, Orlando Santesidra

7 novembre 2011

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