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Livorno-Sampdoria: fuori dai cancelli contro una società incapace

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stewardNel corso degli ultimi anni un’importante fase di ristrutturazione dei rapporti ha attraversato il mondo del calcio. La macchina organizzativa del business del pallone ha messo in campo un sistema di controllo tecnologico e burocratico, affiancato da nuovi attori, che ha disciplinato con tratti più raffinati e subdoli le forme di consumo del calcio moderno.

Un’alzata di scudi dei poteri che governano il calcio che proprio non rappresenta quel quadro bucolico di cui parla il segretario PD Luigi Bersani, il quale immagina la partecipazione a una partita come un’ora e mezzo di distrazione dai problemi del mondo.

Il calcio, al contrario, è lo specchio delle nostre città e del paese in cui viviamo.

E i malesseri della società vi si materializzano in maniera più diretta proprio perché concentrati e vissuti in uno spazio e un tempo limitato.

Un esempio di questa rottura dei rapporti tra i protagonisti che si muovono dentro l’evento sportivo si è avuta puntuale con la prima partita casalinga del Livorno calcio.

Una società che negli ultimi anni ha oscillato tra serie A e serie B, mantenendo un’organizzazione societaria inadeguata ad affrontare il nuovo corso e inaugurando pratiche da cannibalizzazione della passione dettate dal presidente Aldo Spinelli.

A questi aggiungiamo l’assunzione nel territorio delle pratiche disciplinari che sono intervenute a regolare i conflitti da stadio: biglietti nominali, tessera del tifoso, stewards, tornelli, telecamere.

Un binomio devastante per la piazza livornese che può essere mostrato con lucidità raccontando la serata di Livorno-Sampdoria.

Si gioca di martedì, ore 20.45, giorno feriale. Cancelli aperti solo alle 19.40. Per chi deve acquistare il biglietto, ci sono le biglietterie del Palamacchia, da anni a incomprensibile distanza dai settori. Sono aperti solo quattro sportelli, che servono per biglietteria ordinaria, accrediti, abbonamenti. Da subito si capisce che sono insufficienti a rispondere alle richieste dei tifosi. Si creano lunghissime file e si avanza a rilento: 6-7 minuti la media di ogni operazione, a cui vanno aggiunti blocchi continui dei macchinari. Sale altissima la protesta, nessuno della società interviene per facilitare il deflusso, magari risparmiando la lungaggine della richiesta dei documenti. Un migliaio di persone è in attesa. E’ il caos: in tanti rinunciano, altrettanti insistono pur consapevoli che a quei ritmi non si entra che a partita in corso, se non nel secondo tempo. La media di attesa è altissima, c’è chi arriva alla meta in un’ora e mezza, chi in due ore, chi non ha chances. Alle 21 un gruppo abbandona e va direttamente ai cancelli a chiedere lumi: fare il biglietto è praticamente impossibile, qualcuno deve risolvere la situazione.

Il responsabile degli stewards, che da chiunque acceda si sente ripetere l’esperienza appena vissuta alle biglietterie, dichiara di aver già comunicato alla società i disguidi ma di non aver ricevuto mandato per intervenire. Incalzato, sostiene di aver già detto “al telefono a Spinelli e società che non capiscono un cazzo, ma di più non posso fare”. Difficile immaginarsi la telefonata, ma il responsabile degli stewards lo dichiara ad alta voce in mezzo ai tanti tifosi in attesa. Come dire…sono dei vostri. Per riaffermare questa posizione (come se a Livorno lo stadio fosse stato inaugurato la settimana scorsa e non nel 1935) il responsabile degli stewards, tenta una mediazione con le forze dell’ordine, prevedibilmente infruttuosa.

A quel punto, per tenere calmo il nugolo di persone escluse, comincia la stucchevole litania: “voi state buoni e io tra dieci minuti provo a farvi entrare”, condito dall’aggiunta di una fila di stewards, per dare maggior peso alla boutade.

Nel pieno della frustrazione, si avverte la mancanza di quelle tattiche di autoregolazione che hanno governato gli accessi allo stadio prima della svolta repressiva (che non vale neanche la pena segnalare, sono bagaglio condiviso della cultura da stadio): con gli stewards ordinari non si tratta, anzi, sembra quasi di mancargli di rispetto a insistere per trovare una soluzione.

Non si tratta, ma loro parlano, allo sfinimento, con toni in principio rassicuranti, argomentando sulle nuove regole, paragonando lo stadio a un cinema, dove – scusate - “vi sognereste di entrare senza biglietto?”. Teste quadre di un sistema alla (vana) ricerca della formalizzazione totale.

Lo scarto però col passato c’è e la figura dello stewards in tal senso è una figura regina del cambiamento.

Mentre il poliziotto è un animale di strada che nel corso del tempo impara (perfino lui) a capire che l’ordine si mantiene mediando tra pratiche formali e informali, lo steward è solo un lavoratore della sicurezza(un poliziotto post-moderno, direbbe qualcuno) che si percepisce come pedina fondamentale della salvaguardiadel vivere sociale, un legalitario all’ennesima potenza che ha il compito di includere il dissidente in un percorso di redenzione democratica.

Per questo decine di persone, fino a qualche anno fa protagoniste del tifo caldo e che consideravano l’Armando Picchi la propria casa, si sono ritrovate ai cancelli ad elemosinare l’accesso a uno spettacolo che hanno contribuito a costruire e che continua in qualche modo a celebrarsi a pochi passi da reti metalliche e tornelli videosorvegliati.

A formalizzare l’esclusione un gruppo di nuovi poliziotti con la vocazione alla psico-terapia e dall’accento non locale. Tutti elementi che non favoriscono l’obiettivo.

Lo stadio non è luogo di garanzie giuridiche universali, ma di compimento di rituali. Un calcio politicamente ai minimi storici di credibilità, che esclude i suoi protagonisti e insiste su di loro con percorsi di medicalizzazione, rischia di creare un effetto riots, a causa della somma delle offese ricevute dai tifosi.  Non ci sono date e percorsi prevedibili, ma basterà una scintilla.

Perché il tifoso allo stadio immagazzina volti, dinieghi, espressioni sbagliate, soprusi e crea una sua personale memorialistica dell’odio.

Lo stadio è la casa dei locali e “poliziotti” in divisa fosforescente con l’accento “straniero” (Arezzo, Empoli, Firenze…) che respingono (in situazioni di eccezionalità) con il garbo degli psicologi o con l’arroganza dei palestrati “i livornesi”, rischiano di palesarsi come l’ultras ospite che attraversa la curva di casa.

Non è un caso che più di una persona in occasione del match con la Samp ricordava l’avvento pre-riforma dei primi stewards in curva nord, quando si voleva sostituire lo scontro e la regolazione informale di esso, con delle figure di mediazione, non abili all’intervento fisico, ma fiscalissime  dal punto di vista legalitario. Traduzione: la cancellazione dei meccanismi di regolazione sociale da stadio. Risultato dell’epoca fu l’estromissione coatta dei giovani e aitanti stewards dall’accento emiliano da parte degli ultras livornesi che rifiutarono “l’occupazione” dello spazio antistante la curva nord amaranto.

Che funzionasse meglio allora per tutto e per tutti, sfido chiunque a negarlo.

Per Senza Soste, Vladimir Yashchenko

31 agosto 2011

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