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Non importa in che campo si gioca. Centro Storico Lebowski, la squadra dei suoi tifosi

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lebo4Ho sentito parlare per la prima volta del Lebowski una sera d’estate del 2010. Ero a Firenze, dove mi ero temporaneamente trasferito da circa un anno e incontrai un amico che giocava in questa squadra di terza categoria che si presentava con i tifosi al seguito. L’A.C. Lebowski in realtà esisteva da tempo. Ebbe la sua svolta alla fine del campionato 2003-2004, quando un gruppo di giovanissimi frequentatori di Piazza D’Azeglio decise che quella squadra ispirata al Drugo dei fratelli Cohen sarebbe stata la loro. Un punto di non ritorno per quel gruppo di calciatori all’epoca fermi a zero vittorie e con 99 gol subiti.

No al calcio moderno
I nuovi tifosi della compagine grigio-nera erano in larga parte fuoriusciti dalla curva Fiesole. Uno spazio per anni protagonista di un sentire collettivo e animato da soggetti carichi di impazienza, come ricorda un vecchio tifoso: ”Se c’era da andare andavi, se c’era da scappare scappavi”.  Eppure in un calcio sempre più moderno e “segmento di mercato”, anche la curva viola comincia a subire gli effetti dei poteri disciplinari: diffide, perquisizioni, barriere, tessere e “imborghesimento”. La nostalgia per un altro calcio necessita la conquista di altri spazi: il calcio minore. L’idillio tra l’Ac Lebowski e Ultras Lebowski va avanti per diversi anni. Poi a causa di divergenze tra le due parti, ma senza rimorsi, i tifosi operano una scissione e fanno nascere il Centro Storico Lebowski. E’ l’estate del 2010 e di lì a poco, per un anno, quella società fondata dai tifosi diventerà anche la mia squadra.

L’esordio
Prima di allora avevo giocato a calcio per 15 anni, ma avevo smesso ormai da parecchio tempo. A trent’anni, dopo pochi allenamenti con i nuovi compagni, era già tempo di scendere in campo. Non avevo mai subito un infortunio muscolare in tutta la “carriera”, ma proprio alla vigilia dell’esordio ero in dubbio per una contrattura. Quella partita, come buona parte della stagione la giocammo al campo delle “Due Strade”, lo stadio della Rondinella, che nel mercato invernale riportò a Firenze un certo Riganò. Nello spogliatoio il mister pronunciò il mio nome tra i titolari. Sentii addosso  l’emozione di tanta incoscienza. Non era però pensabile l’idea di rinunciare a scendere in campo e non goderti quei tifosi venuti a tifare la maglia che indossi. Il primo sussultò ci fu al rientro degli spogliatori dopo il riscaldamento. Improvvisamente un battito di tamburi sembrò rintoccare direttamente alle pareti e in breve tempo diventò continuo e avvolgente. Inizialmente ci guardammo frastornati, poi capimmo che, eccoli, erano arrivati. All’uscita del tunnel avevamo tutti gli occhi diretti alle tribune e la sensazione che stesse iniziando una stagione indimenticabile.

URL
Il folclore però non c’entra niente con i tifosi del Lebowski. A tutti gli effetti gli URL (Ultimi rimasti Lebowski) sono un gruppo ultras, l’anima appassionata e il tratto distintivo di un progetto aggregativo che va oltre il calcio, e a chi gioca chiedono poche cose, ma chiare: non far mancare mai l’impegno in campo e il lebo6saluto alla curva “Moana Pozzi” a fine partita. Un gruppo con una spiccata goliardia, che ha amicizie e rivalità, diffide e trasferte da affrontare, i suoi cori, il suo spettacolo di coreografie e fumogeni. Le istituzioni sportive hanno fatto in fretta ad adattare le cifre delle multe per “le intemperanze dei tifosi” (carta igienica in campo, torce…) ai tariffari dei campionati professionisti. Il C.S. Lebowski è stata una delle vittime preferite di chi persegue a condannare l’entusiasmo di curva, e per una società che punta a sostenersi e crescere con l’auto-organizzazione non resta che creare eventi per raccogliere i fondi necessari e andare avanti.  La società si base sul lavoro di volontari, un tempo giocatori, da sempre tifosi. Per far fronte all’auto-finanziamento sono stati pensati abbonamenti per il campionato e ogni mese si ripetono feste, pranzi e cene sociali, tornei, appuntamenti dove i tifosi attraverso una socialità dal basso e popolare difendono la loro idea di calcio e di stare insieme.

Paganelli
Essere un calciatore al Lebowski significa innanzitutto vivere le stesse sensazioni destinate abitualmente ad altri palcoscenici, che sono di fatto irraggiungibili se uno parte o arriva in Terza categoria. In pratica si ottiene il privilegio di interpretare il senso di una comunità, che mette al centro l’amicizia, i valori di un gruppo, la solidarietà, l’antirazzismo, con quello che sai fare e che ami fare: giocare a calcio. Quasi sempre significa affrontare delle situazioni destinate a tutt’altro clima: basti pensare a certe partite in scenari surreali, come alcuni campi di periferia o di provincia, luoghi abbandonati a fianco di un raccordo stradale o circondati dalle fabbriche, dove senza la presenza dei tifosi ti arriverebbero solo i rumori del lavoro industriale tra i cieli grigi degli inverni fiorentini. E a proposito di luoghi simbolici, uno dei più rappresentativi per i tifosi grigioneri è il “Paganelli”, lo stadio che per anni è stata la casa del “vecchio” Lebowski. Situato alla periferia nord di Firenze, vicino allo svicolo della superstrada, il ”Paganelli” vede al suo fianco la centrale del latte e di fronte l’area dei giostrai. Una campo di terra battuta dietro il quale si innalzano i palazzoni popolari e i cui unici tocchi di colore sono dati dagli storici murales che circondano l’impianto, opera dei tifosi grigioneri.

Antieroi
E’ una squadra senza eroi il Lebowski. E quando gliene capita uno tra le mani, alla fine è un antieroe. Lo scorso anno serviva un bomber, qualcuno capace di capitalizzare il gioco di una squadra che rispetto agli anni precedenti era finalmente  competitiva ma ancora incompleta. E a campionato in corso fu trovato. Un lebo3antidivo, di mestiere lattaio, con la sveglia ogni mattina all’alba. Un piccolo Gigi Riva di terza categoria, ex promessa decaduta e sovrappeso, capace di segnare a raffica e in qualunque modo e portare la squadra a un soffio dai play-off. Un’occasione, quella di giocarsi fino in fondo il salto di categoria, persa all’ultima partita. La squadra avversaria ci aveva superato nello scontro diretto, ma non aveva nessuno da salutare e ringraziare e a fine partita è tornata subito negli spogliatoi Al contrario giocatori e tifosi del Lebowski si sono commossi e ringraziati a vicenda per quella che fino ad oggi è stata la più entusiasmante stagione della società fiorentina. Poi sono partiti ancora una volta i cori della curva, che noi giocatori conoscevamo a memoria, e insieme al mister, ai tifosi e ai dirigenti abbiamo cantato abbracciati e fatto festa come se avessimo vinto.

“Ti porterò per sempre nel mio cuor…”
Non abitando più a Firenze, quest’anno seguo ogni tanto la squadra dalla curva, sempre più numerosa e affiatata. Il progetto è cresciuto ulteriormente. La società si è stabilizzata all’impianto del Galluzzo e ed è nata la squadra degli juniores. La prima squadra lotta anche in questa stagione per un posto nei play-off. Ma ai tifosi che la sostengono non interessa più di tanto la categoria dove vedranno apparire la propria maglia, quanto far crescere il coro del contropotere di un calcio che non riconoscono più. Perché in fondo, come ha scritto qualcuno, “nella vita le tue finali te le puoi pure inventare”.

tratto da Senza Soste n.70, aprile 2012, p.8

foto di Ilaria Festa

vedi anche:  We Love Lebowski

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