di Tito SommartinoE' abbastanza chiaro, lo si è capito anche dalle dichiarazioni rilasciate ai giornalisti, che il ministro dell'interno Amato e il capo della Polizia Manganelli abbiano imposto alla Federcalcio di non fermare il campionato per non equiparare la morte di Sandri, un ultrà, a quella di Raciti, un poliziotto, che il Viminale ha ufficialmente fatto passare per vittima dei tifosi.
Purtroppo l'esaltazione della “tolleranza zero” aumenta sempre più la distanza tra forze dell’ordine ed ultras e conferma come il calcio sia sempre più il laboratorio di repressione privilegiato delle politiche securitarie di casa nostra.
E’ vero che lo stadio è spesso stato luogo, specie fino a qualche anno fa, dove era possibile fare il proprio comodo. Ma questo non solo tra gli ultras, ma anche e soprattutto tra le forze dell’ordine: basti pensare all’uso dei lacrimogeni “cs”, altamente cancerogeni, il cui uso sarebbe vietato, o all’assenza di numero di matricola sui caschi d’ordinanza, elemento che di fatto rende impuniti gli agenti.
Questa mancanza di controllo democratico (che potrebbe assicurare la prevenzione di comportamenti illeciti da parte degli agenti) non fa altro che accrescere l’odio per le polizie. Aggiungiamoci pure che dopo le violenze del Forum di Napoli e soprattutto dopo il G8 di Genova, molti tra gli autori di queste violenze non solo non sono stati sospesi dal servizio, ma addirittura promossi (a cominciare dallo stesso Manganelli, uno dei responsabili della mattanza alla scuola Diaz). Chi va allo stadio sa che la polizia italiana non sempre si è comportata con il massimo di professionalità sugli spalti. Ci sono trasferte in cui è risaputo, già in partenza, che si dovrà fare i conti con le provocazioni della forze dell’ordine. Roma e Napoli su tutte. E ci vollero i tifosi del Manchester, venuti in trasferta a Roma e malmenati dalla polizia italiana (ma solo grazie alle molte prove video e fotografiche) per far scoppiare il caso (anche diplomatico).
C’è poi un altro fatto che merita di essere citato. Com’è avvenuto con la tragedia dei quattro bimbi rom morti sotto il cavalcavia di Pian di Rota, che ha dato origine in città ad una presunta emergenza rom, così la morte di Sandri ha spostato l’attenzione dall’omicidio, avvenuto per mano di un poliziotto folle, alle violenze (gravi) degli ultras. Si rovesciano le responsabilità, gli accusati si trasformano in vittime e le vittime diventano accusati (gli ultras, quelli buoni e quelli cattivi, indistintamente, e i tifosi tutti), per le quali si è arrivati a vietare le trasferte (tranne quattro tifoserie). Ragionando così, facendo di tutta l’erba un fascio, tra l’altro, potremmo tranquillamente dire che tutti i poliziotti sono degli invasati o potenziali assassini, così come ormai si dice dei rom che sono tutti ladri, sporchi e cattivi.
La procura di Roma ha poi esasperato la logica ideologica della
criminalizzazione, arrestando due tifosi con l’imputazione aggravante di
terrorismo. Sorridiamo amaramente, visto che le polizie sanno bene chi, dove,
come e quando organizza le provocazioni neofasciste che hanno preso in mano
quasi tutte le grandi curve italiane. Ma forse queste – come ha scritto Minà su
Il Manifesto - fanno comodo per esasperare ancora di più un neo-stato di
polizia che potrà così colpire in maniera indisturbata chiunque attenti al
disordine permanente che è utile ai neoconservatori.
Una cosa è certa: biglietti nominali, daspo, divieto di esibire striscioni
razzisti e violenti, chiusura delle curve, divieto di trasferta, fermo del
campionato di calcio, cancelleranno definitivamente quel poco è rimasto di quel
mondo anomalo che è quello degli ultras, fatto di sana passione ma anche di
violenza spesso fine a se stessa, di voci e colori ma anche di connivenza con presidenti
ricattati e gruppi neofascisti e, sempre più spesso ormai, il pallino degli
affari attraverso la vendita del merchandising del gruppo o della curva di
riferimento.
Certo è che anche gli ultras hanno la loro bella fetta di responsabilità. Pochissime sono ormai le grandi curve che non sono controllate da elementi neofascisti, gli stessi che a Roma, Milano, Verona organizzano le squadracce, armi alla mano, in cerca di “negri”, “rabbini”, “zecche”, “zingari”. Peccato soprattutto per livornesi e pisani, genoani e sampdoriani, atalantini, torinisti, ternani e per quei pochi altri che continuano a cercare di portare avanti un tifo “pulito” e che dovranno necessariamente fare i conti, come tutti gli altri, con la legge del mercato (sicurezza e legalità sono solo un pretesto) e con un calcio che sarà televisivo e ordinato. Se gli ultras questa cosa qua l’abbiano capita prima di tutti non si sa, sicuramente sono stati i primi a denunciarla, coniando un’espressione ad hoc: calcio moderno. Paghi il biglietto, entri, ti siedi, guardi, applaudi, fischi, stop. E se invece scegli di sottoscrivere l’abbonamento alla pay-tv anche per le partite casalinghe, tanto meglio.
Tanto tuonò che poi piovve!

di Franco Marino
E’ stata una domenica in cui è esplosa la calma apparente creata dal Decreto Amato sui campi di calcio. Una calma finta che covava sotto le ceneri e portava dentro di sè tutti gli eventi successi in questa giornata. Il decreto infatti non ha fatto altro che neutralizzare il fenomeno della violenza negli stadi con misure repressive che lasciano fuori dagli stadi striscioni, tamburi, colori, simboli e che immettono tornelli, cancellate, steward, pistole, metaldetector e diffide preventive.
Ne abbiamo avuto riprova oggi a Siena in un contesto da scampagnata e panini col salame quando all’entrata le persone venivano letteralmente spogliate e ripassate da un metaldetector, venivano sequestrate sciarpe a donne di 60 anni perché contenevano la faccia del “Che”, addirittura ad un ragazzo è stata sequestrata la sciarpa del club “Igor Protti” perché non era quella ufficiale della società e non sapevano chi fosse quel nome e quella faccia stampata (forse avevano paura che fosse il “Che” col 10 sul groppone).
Pensavano di aver debellato un movimento vasto e radicato come quello ultras ma da oggi siamo di nuovo di punto e a capo perché il disagio sociale, la violenza della società, il vuoto business del calcio e la violenza repressiva poliziesca sono sempre lì, immutate e invariate così come i gruppi ultras e gli stadi che rimangono per molti giovani l’unico luogo di aggregazione e espressione (anche di frustrazioni, rabbia, violenza gratuita o addirittura apologia di fascismo). Il problema non è il giudizio morale ma comprendere che ciò esiste e con un decreto liberticida che fa diventare gli stadi come grigie caserme non si debella.
Partiamo da una riflessione che viene da così lontano perché siamo convinti che ciò che è accaduto all’autogrill di Arezzo sia figlio anche di questa analisi. In Italia si sta scherzando con il fuoco, tutto è emergenza, decreti, sicurezza e legalità tanto da creare un clima in cui le forze dell’ordine sono diventate il cardine di tutte le politiche e l’elemento di risoluzione dei problemi. Nelle finanziarie la sicurezza trova soldi solo nella sua risoluzione repressiva mai in quella sociale, sempre più poliziotti sempre meno operatori sociali. Questo nuovo protagonismo sociale delle forze dell’ordine, fra una fiction e un’altra, non va di pari passo con un suo serio monitoraggio sull’operato di molti agenti esaltati che si sentono i nuovi terminator che dovranno ripulire il mondo. Quello di oggi è l’ennesimo episodio figlio di questi comportamenti, dalla morte di Aldrovandi pestato a morte dagli agenti a Ferrara, a quella di Bianzino pestato a morte pochi giorni fa nel carcere di Perugia fino alla sparatoria di oggi. Episodi che le istituzioni hanno puntualmente depistato, minimizzato o negato assecondati da un sistema dell’informazione sempre più supino nei confronti delle forze dell’ordine.
E proprio il comportamento dei mezzi di informazione è il più vergognoso della giornata. Il TG1 ha aperto con testuali parole “sono stati sparati due colpi in aria, uno ha raggiunto al collo Gabriele Sandri”. Vergogna, non ci sono altre parole. Vergognatevi per l'omicidio di Meredith a Perugia che poteva capitare a Chicago come a Bolzano e invece avete trasformato la città di Perugia e i suoi studenti in una massa di pervertiti e ubriachi, per aver trasformato l’omicidio Reggiani a Roma in una resa dei conti con l’intera comunità rumena, per aver sempre trattato ultras, centri sociali o rave party come un tutt’uno indistinto di devianza e perdizione giovanile. Oggi parlate di tragico errore, spostate l’attenzione sugli scontri del post-omicidio, fate dire al questore di Arezzo con sprezzo della verità quelle parole senza fare domande. Infine avete mandato tutto il giorno in tv immagini e commenti sulle tragedie nel calcio dovute alla violenza dei tifosi: a nostro avviso oggi potevate mandare un documentario dal titolo "Uccisi dallo Stato". Un paio di link nel frattempo ve li mandiamo noi. Morire di stadio e Uccisi dallo stato
Vergognatevi e abbiate il coraggio di dire che questo è un omicidio volontario perpetrato da uno dei tanti Rambo di cui oggi la vostra società ha bisogno e che molto probabilmente verrà trasferito dalla mobile di Arezzo ad un ufficio di Poggibonsi, come è già accaduto a Livorno con l'agente Pontanari che uccise Maurizio Tortorici.
11 novembre 2007
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