Torino: media e fascisti contro l’Ex Moi

Un articolo inviatoci da Enrico Mugnai che racconta le vicende delle ex palazzine olimpiche occupate dai rifugiati e oggetto di episodi di aggressione di stampo fascista e di manipolazione mediatica

La palazzina Ex Moi di Torino

Le palazzine Ex Moi di Torino

Prima arrivarono le telecamere e gli insulti dei politici, poi le bombe, ma io non dissi nulla perché erano neri e mi facevano paura. Sembra l’inizio del famoso testo di Martin Niemöller ripreso da Bertold Brecht, invece è la riproposizione in salsa torinese dell’intolleranza, il razzismo e la violenza fascista che prende di mira le minoranze, gli ultimissimi, a maggior ragione se di colore.

Una lunga serie di aggressioni agli abitanti delle palazzine ex Moi di via Giordano Bruno a Torino, occupate dal 2013 da circa 1200 rifugiati, sono culminate con l’esplosione, mercoledì 23 novembre, di due bombe ricavate da barattoli di vernice.

Ma l’escalation di violenza e provocazioni parte quattro giorni prima e non si arresterà facilmente.

Le aggressioni

Domenica 20, di prima mattina, un ventenne maliano M. e la sua ragazza E., che da 4 anni girano per il quartiere a ritirare il ferro vecchio e gli indumenti da rivendere nei mercati di quartiere, passando davanti al bar Sweet di via Filadelfia, frequentato da una parte della tifoseria torinista, ricevono l’invito dal proprietario a fermarsi per ritirare due sedie rotte. Non fanno in tempo a caricarle sul carretto che quattro clienti del bar, dopo averli offesi con insulti razzisti, gli si avventano contro, sbattono una sedia in testa al ragazzo provocandogli una ferita medicata con 5 punti e colpiscono sul naso la ragazza. Mentre M. tenta di proteggere la sua compagna vola una sedia che lui riesce ad evitare, ma che colpisce la vetrata del locale che va in frantumi.

Arriva la polizia e la colluttazione si interrompe, anche se gli avventori continuano a offendere i due malcapitati.

Mercoledì 23 tocca a B., che gestisce il piccolo negozio situato tra le palazzine ex Moi. Mentre si reca al supermarket viene accerchiato e preso a calci, sempre nelle vicinanze del bar Sweet. Riesce a chiamare la polizia che ferma il pestaggio. Anche questa volta gli aggressori incuranti della presenza delle forze dell’ordine minacciano ripetutamente il ragazzo, promettendogli che la sera gli avrebbero messo una bomba sotto casa.

Le bombe.

Detto fatto «Intorno alle 23- raccontano i testimoni- abbiamo sentito urla e vetri rotti, ci siamo affacciati e abbiamo visto una ventina di persone incappucciate armate di spranghe che lanciavano bottiglie e rompevano le finestre delle palazzine ex Moi. Poi due botti potentissimi che hanno fatto tremare i vetri».

Una bomba esplode davanti al negozio di B. che è appena rincasato, l’altra viene lanciata nell’androne di uno degli edifici. Molti ragazzi scappano perché l’esplosione è avvenuta a pochissimi metri da loro, altri, dopo l’iniziale shock, si fanno avanti fronteggiando gli incappucciati che in mezzo alla strada cercano di provocare una reazione con insulti, lancio di bottiglie e fumogeni.

«La camionetta dei militari che staziona davanti all’ex Moi- affermano i testimoni- appena sono esplosi gli ordigni se n’è andata e la polizia è arrivata solo dopo 40 minuti».

Le forze dell’ordine giunte in assetto antisommossa insieme alla polizia municipale bloccano la strada e controllano i passanti, ma ormai gli aggressori sono spariti. Chi invece è presente è un gruppo di appartenenti a Casa Pound. Ancora una volta, nonostante la presenza di un gran numero di agenti, piovono minacce e insulti razzisti. Alle 3.30, dopo che la scientifica ha fatto i rilievi del caso e la Digos ha raccolto le testimonianze, gli abitanti dell’ex Moi tornano alle proprie camere, ma nessuno, affermano, è riuscito a chiudere occhio.

Grazie all’intervento di alcuni ragazzi italiani che abitano nelle vicinanze e al sangue freddo dei ragazzi del Moi si è evitato lo scontro, ma la ferita negli animi delle vittime dell’attacco bombarolo e di tutta la comunità che abita quegli edifici è profonda. Chi ha compiuto l’attacco, forse proprio alcuni ultras del Torino, ha lasciato la firma. Sui barattoli di vernice usati come ordigni c’è scritto a grandi lettere “Granata”, il colore usato probabilmente per gli striscioni.

Sembra tutto finito ma la mattina seguente, giovedì 24, quando B. tenta di recarsi al supermarket, ancora una volta viene fermato, insultato e minacciato. Torna indietro arrabbiato e impaurito. A quel punto i ragazzi del Moi scendono di nuovo in strada, battono sui cassonetti rovesciandone alcuni, urlano invocando giustizia e protezione dalle forze dell’ordine sempre celeri nel chiedergli i documenti in ogni occasione e assenti nei momenti di bisogno. «La macchina della polizia che sta qui davanti alle 20 se ne va, proprio quando siamo più a rischio. Abbiamo paura e sappiamo che nessuno ci difende, come si può vivere così?- dice S., un trentenne nigeriano, che continua -Abbiamo tutti una protezione internazionale, siamo profughi di guerra o rifugiati politici, non criminali. Andiamo a lavorare nei vostri campi per pochi euro e ci arrangiamo con lavoretti come raccogliere il ferro o gli indumenti. Io parlo 5 lingue e so fare tante cose, eppure non riesco a trovare altra occupazione se non queste. Anche noi abbiamo il diritto di vivere, ma sembra che qui chiunque possa venire e farci del male».

Le telecamere e i politici.

Solo una settimana prima delle botte e delle bombe c’erano state le telecamere. Era giovedì 17, quando un tranquillo pomeriggio si era trasformato in una trappola politico-mediatica. L’ennesima. Una operazione capeggiata da Lega nord e Casa Pound coadiuvati da Rete 4. Verso le 11 una troupe della trasmissione Dalla vostra parte si infila tra le palazzine ed effettua delle riprese, contro la volontà dei residenti e senza rispondere alle richieste di chiarimenti su chi fossero e per chi lavorassero. Poi, intorno alle 9 di sera, torna, questa volta accompagnata dal capogruppo in consiglio comunale della Lega, Fabrizio Ricca, e da una decina di persone di un comitato di quartiere legato a Casa Pound. Le telecamere si introducono di nuovo nel cortile e riprendono tutto, sempre in cerca della notizia bomba. La delegazione politica invece, dopo un sopralluogo, viene esortata dagli abitanti del Moi ad andarsene e rispettare la loro privacy. Vola qualche parola grossa e qualche spinta, ma niente di più. Appena raggiunte le auto della Digos che presidiano la zona i cittadini del comitato iniziano a rivolgere offese razziste a provocazioni che però vengono ignorate. Gli abitanti del Moi sono abituati. Da anni subiscono attacchi violenti da stampa e politica senza che nessuno si curi di trovare una soluzione ad un problema, il loro vivere in edifici occupati e fatiscenti, che è tale in primo luogo per loro. Stanchi di essere descritti come il cancro della città, cercano di far capire a giornalisti e politici che non gradiscono la gogna mediatica e tanto meno gli insulti. Tutto finito? Macché. Il giornale Cronaca qui sabato 19 pubblica un articolo che descrive una sorta di agguato in stile fascista con mazze e cinghie ai danni della delegazione mediatico-politica, dispensando foto con epiteti un po’ a casaccio, come quella col cerchietto rosso e la scritta “il boss” .

Il 28 novembre, ancora una volta, le telecamere di Quinta colonna si sono presentate nelle vicinanze dell’ex Moi per la diretta della seconda serata. Al loro seguito una trentina di persone appartenenti al Comitato di quartiere. Molti con gli stemmi di Casa Pound. Il giornalista di Rete 4, dopo aver ascoltato le voci del comitato in piazza Galimberti, avvicinandosi alle palazzine ex Moi si imbatte in un ragazzo africano che sta mandando un messaggio col cellulare. Il ragazzo, accerchiato dalle persone e accecato dalle luci delle telecamere, inizia a rispondere alle domande col suo stentato italiano, «Che lavoro fai?», «Perché sei venuto in Italia», il giornalista usa i toni aggressivi tipici del programma, le persone intorno lo seguono stringendo sempre più la rete intorno a lui. Una scena che, vista da vicino, sembra una tonnara. «Lo vedete ha l’I-phone», esclama un incappucciato con la testuggine di Casa Pound stampata sullo scaldacollo, «E poi sono tutti ragazzoni, altro che profughi» commenta una signora, come se le due condizioni si escludessero a vicenda. I toni si alzano. «Il documento ce l’hai?», l’intervistato mostra la carta d’identità ma non serve a molto. Riuscendo ad esprimersi con estrema difficoltà si vede sempre più impotente davanti al circo mediatico e all’odio razzista che lo circonda. Un ragazzo del comitato ex Moi, conscio che la mattanza è iniziata e non si concluderà tanto felicemente, strappa l’intervistato all’intervistatore, portandoselo verso le palazzine. Alcuni appartenenti a Casa Pound cercano di impedirglielo senza riuscirci anche perché finalmente la Digos interviene per calmare gli animi.

Mentre accade tutto questo, al negozio di B., situato tra le palazzine ex Moi, si segue la trasmissione. Davanti al televisore una decina di africani si chiedono se Mario Giordano sia maschio o femmina e s’indignano per l’aggressione mediatica compiuta a pochi metri da loro. Quando l’intervistato viene portato via dopo l’ennesima domanda insinuante e il vocio sdegnato del Comitato-Casa Pound, staccano gli occhi dall’immagine trasmessa e si dirigono verso la realtà che la produce.

Nei loro occhi rabbia e frustrazione, «È possibile che i giornalisti prendano uno che non parla neanche italiano e lo vogliano intervistare su argomenti così difficili?» si chiedono mentre qualcuno sbatte forte su un cassonetto producendo un cupo suono di gong per far capire a giornalisti e neofascisti che il tempo della diretta, almeno per la parte africana, si è concluso. Alcuni si preparano ad affrontare la massa nera che si muove verso le palazzine al seguito del giornalista. I ragazzi del Comitato ex Moi, consapevoli del fatto che uno scontro complicherebbe solo le cose, riescono in poco tempo a riportare la calma, ma dopo le bombe di pochi giorni prima è difficile pensare che non ci sia voglia di manifestare la propria esasperazione. «Ogni giorno vengono 4 troupe, 10 giornalisti, sembra che il problema dell’Italia sia l’ex Moi» dicono con rammarico. È evidente che chi soffia sul fuoco sappia benissimo che quelle palazzine sono una polveriera, dopo anni di disagio, le persone e le numerose famiglie che le abitano cercano solo tranquillità, ma tirati in mezzo ad ogni dibattito politico strumentale e ad ogni articolo e trasmissione televisiva sentono crescere dentro la rabbia. È altrettanto chiaro che governo e istituzioni debbano provvedere sia a rendere sicura la permanenza negli edifici, sia a trovare i fondi e le strutture per operare uno spostamento concertato con gli abitanti, costretti da anni a vivere una marginalità fisica e sociale.

A questa catena di eventi si aggiungerà un altro anello. Sabato 3 dicembre c’è stato un presidio in piazza Galimberti con la presenza del segretario nazionale di Forza Nuova Roberto Fiore. Nel comitato ex Moi si ritiene che alzare il livello dello scontro sia una strategia che serve solo a chi non deve lavorare per il futuro degli abitanti delle palazzine, e cadere nelle provocazioni è sicuramente il miglior modo per rendere ancora più difficile una veloce soluzione.

Chi abita in quegli edifici, che ricordano le opere scadenti realizzate per le Olimpiadi invernali del 2006, rappresenta il risultato della sconclusionata e assistenziale accoglienza italiana. Una spesa che in molti casi si conclude con l’abbandono ad un destino di emarginazione e sfruttamento. L’ex Moi è stato occupato nel 2013 in piena Emergenza Nord Africa. Le persone che vi abitano, dopo aver visto riconosciuto il proprio diritto a rimanere in Italia, sono state lasciate per strada e, senza alternative, si sono prese quel posto che a pochi anni dai Giochi olimpici cadeva già a pezzi. Alla base di uno degli edifici, proprio dove sono esplose le bombe, un’enorme crepa, che si allarga giorno dopo giorno, testimonia la scarsissima qualità dei materiali usati. Il sovraffollamento delle stanze parla di un disagio comune ai migranti di tutta Italia.

Gli atti di violenza indiscriminata delle ultime settimane sono la risposta all’apertura da parte del Comune di un canale di comunicazione coi residenti delle palazzine. Dopo anni di immobilismo, si sta concertando con loro una soluzione e questo scontenta chi crede e spera che con uno sgombero muscolare e immediato le 1200 persone residenti al Moi semplicemente scompaiano.

Inviato a Senza Soste da Enrico Mugnai

6 dicembre 2016

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