Una disperata vitalità. Riflessioni sulle ultime note di Vasco Brondi

Il cantautore chiude con il progetto musicale Le luci della centrale elettrica. Uno sguardo d'insieme per i figli che non avremo

Utilizzando un termine filosofico si potrebbe dire che le canzoni de Le luci della centrale elettrica siano state l’elemento ontologico fondamentale, la condizione che rendeva possibile un passo successivo che, utilizzando anche in questo caso un altro termine proprio della filosofia, potremmo azzardarci a chiamare epistemologia.

Dal primo ascolto a quindici anni mi sono sempre trovata alla fine di un percorso: una canzone già scritta, arrangiata, registrata, prodotta e diffusa. La canzone esisteva indipendentemente da me, come le immagini che si trovavano al suo interno. Nessun coinvolgimento durante il processo creativo.

Eppure, questa singolare collocazione di ascoltatrice in quanto anello finale della catena mi dava molti più privilegi di quanti non ne vedessi: il privilegio delle letture (o interpretazioni). Letture sempre diverse, che negli anni si sono composte, scomposte, modificate. Più simili allo stile formulare degli aedi che non agli articoli dei critici musicali. Certo, potrebbe sembrare una magra consolazione quella di essere una delle tante interpreti di un immaginario, ma proprio in quest’ultima parola si nasconde, per me, il segreto del successo di questo progetto musicale. Se la canzone esisteva indipendentemente da me, l’ascolto no.

Elias Canetti, mio amato scrittore bulgaro, trova le parole più chiare per mettere luce su questo rapporto tra immagini e esperienza di queste : “Una via verso la realtà passa attraverso le immagini […] Non credo che ne esista una migliore. Ci teniamo stretti a ciò che non muta e così riusciamo a fare affiorare ciò che muta perennemente. Le immagini sono reti, quel che vi appare è la pesca che rimane. […] Quando ci sentiamo sopraffatti dal fuggire dell’esperienza, ci rivolgiamo a un’immagine. Allora l’esperienza si ferma, e la guardiamo in faccia. Allora ci acquietiamo nella conoscenza della realtà, che è nostra, anche se qui era stata prefigurata per noi. Apparentemente essa potrebbe esistere anche senza di noi. Ma questa apparenza è ingannevole, l’immagine ha bisogno della nostra esperienza, per destarsi. […] Forte si sente colui che trova le immagini di cui la sua esperienza ha bisogno”.

Vasco Brondi cantava (anzi urlava) solo immagini, servendosi di tópoi ricorrenti che permettevano a tutte noi sole e soli che pensavamo di bastare a noi stessi di vivere un tempo collettivo di elaborazione del dolore.

La provincia, le fabbriche, le radici, l’emancipazione, gli spostamenti, le metropoli, la precarietà, ma anche le lotte, i lacrimogeni, i manganelli, le frontiere.

Come nei peggiori stereotipi al primo ascolto mi è sembrato che Le luci della centrale elettrica cantasse di me, parlasse della mia vita. In effetti è così; della mia e di altre migliaia di persone con le quali tutt’ora ho una presuntuosa difficoltà a pensare che possano capirmi. Ma in tutti i concerti che sono andata a sentire (e credetemi sono un numero abbastanza imbarazzante per sette anni di ascolto) non potevo fare a meno di rimanere colpita dall’eterogeneità del pubblico per quanto riguarda l’età. Allora, dopo averlo notato ripetutamente, ho iniziato a chiedermi quanto la chiave di lettura generazionale (probabilmente la più accreditata quando si tratta del successo de LLDCE) potesse vacillare davanti ai miei genitori che comprano i suoi cd nel giorno stesso dell’uscita. Come può un sessantenne leggere le sue esperienze attraverso l’immaginario che fa da filo conduttore di tutti gli album di Vasco Brondi? Una risposta ancora non riesco a darmela, ma forse ho individuato un elemento fondamentale per ricercarla: il luogo. In questi anni Brondi ha più volte rimarcato una particolare attenzione nella scelta dei luoghi in cui avrebbe tenuto i suoi live arrivando anche a prendere scelte controproducenti (come direbbe lui stesso): suonare a dei precisi orari in mezzo alla natura, anche se questo comportava essere difficilmente raggiungibile o suonare in posti molto piccoli appena dopo il tour di Costellazioni (probabilmente l’apice del suo successo, specialmente tra le giovanissime e i giovanissimi) per non seguire quell’(in)evitabile sviluppo che porta il pubblico a vedere l’artista amat_ a grandezza chicco di riso. Riporto di seguito qualche riga che scrissi dopo quel concerto al CAP10100 di Torino:

“ Rivederti dove le rondini si fermano il meno possibile e tutto mi sembra indimenticabile non è stata un’esperienza nuova come avevo immaginato: il posto piccolo, i posti a sedere, le canzoni sussurrate tutti insieme e poi urlate con te che suoni senza amplificatore, un po’ come succedeva nelle serate in piazza Cavour a Livorno con i miei amici che suonavano veramente tutti. Un’intimità ritrovata in un luogo nuovo, in una vita nuova nella quale mi sono fiondata a capofitto perché volevo andarmene anche io e non mi basta ancora, vorrei non fermarmi mai, andarmene sempre sapendo che la provincia sarà il luogo dove rimarrò comunque. Me ne sono andata e sogno di andarmene per tutta la vita perché, come diceva Franz Kafka a Milena, ‘A una creatura umana distante si può pensare e si può afferrare una creatura umana vicina, tutto il resto sorpassa le forze umane’. Non vorrei mai essere afferrata ”.

È sbalorditivo, per me, rileggere queste righe ingenue e non riconoscermi in niente se non nel fatto di dover fare i conti con una città d’origine noiosissima e provinciale, drammi da paesoni, sensazione di precarietà.

Chi nasce in piccole città prive di università sente una voce che chiama al trasferimento: quella delle metropoli. Quello che la voce non dice è che ci sentiremo chiamati anche dalle esperienze all’estero, dai lavori non pagati che fanno curriculum, dalle esperienze che rendono il nostro profilo più accattivante. Saremo sempre fuori dalla comfort zone e ci fa bene perché così ci rendiamo conto che il mondo non è tutto rose e fiori, che in mare ci sono gli squali e che dobbiamo darci una svegliata. Insomma, sembra che la sensazione di inadeguatezza sia un dato di fatto, che annaspare sia l’unico modo di esistere e che quasi ti venga augurato di stare male, perché in tal caso significa che stai frequentando una prestigiosa  università (sembra quasi che la qualità delle università sia misurata su quanto pressing subiscono le e gli studenti) o che ti stai spianando la strada verso un qualche tipo di lavoro.

Ti fai le ossa, ti abitui all’idea che la tua vita sarà quella di una pallina da flipper rimbalzata da un posto all’altro e che dovrai fartelo andare bene.

Ecco, mi sembra che Le luci della centrale elettrica mantenga sempre questo scenario come sfondo: qual è il mio posto? Come se le domande riguardo al nostro essere dovessero essere poste solo su un piano geografico a causa dell’impossibilità di scindere il nostro corpo dalla porzione di terra che abita.

Nella cosiddetta contro cultura indie la dimensione trascendentale è quasi sempre completamente tralasciata o, quantomeno, separata da quella immanente. Brondi, invece, racconta dell’amore ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici, delle produzioni seriali di cieli stellati, ma anche di Corpi celesti, Chakra e Costellazioni, che a ben vedere sono la rappresentazione di intrecci complessi tra immanenza e trascendenza. Insomma, sulla scia di Giorgio Agamben, Vasco Brondi sceglie di non reiterare scissioni cartesiane tra res cogitans e res extensa, tra razionalità e passioni o ancora tra teoria e pratica. Non a caso canta Mondana e mistica: mistica e non sacra (separata), “e” congiunzione, non “o”. In Tesi sul concetto di storia, Walter Benjamin mette in relazione questo nodo con l’azione politica rivoluzionaria e, in particolare, con le categorie marxiane di struttura e sovrastruttura: “La lotta di classe, che è sempre davanti agli occhi di uno storico che si è formato su Marx, è una lotta per le cose rozze e materiali, senza le quali non si danno cose fini e spirituali. Queste ultime, però, sono presenti nella lotta di classe altrimenti dall’idea di una preda che tocca al vincitore. In questa lotta esse sono vive come fiducia, coraggio, gaiezza, astuzia, perseveranza, e operano a ritroso nella lontananza del tempo. Esse metteranno sempre di nuovo in discussione ogni vittoria che mai sia toccata a chi è al potere”. Brondi questo sembra averlo molto presente, tanto presente da sigillare con cura il nesso tra vulnerabilità e potenza: “È un super potere essere vulnerabili”.

A questo proposito la decisione di interrompere il progetto musicale assume dei significati non irrilevanti: smettere di essere Le luci della centrale elettrica significa chiudere con questo immaginario sviluppato sul crinale dei paesini e delle metropoli, delle fabbriche e del lavoro cognitivo, della sedentarietà e del nomadismo, tra il sogno casa-famiglia-posto fisso e viaggi-atomizzazione-precarietà.

In un ascolto cronologico degli album pubblicati si manifesta chiaramente un percorso che vede la disperazione come “ motore propulsivo per cambiare le cose” (Vasco Brondi, Marco Agustoni, Vasco Brondi e la felicità ai tempi del precariato). Da qui il titolo del secondo album (Per ora noi la chiameremo felicità), tratto dal brano La solitudine di Léo Ferré: “La disperazione è una forma superiore di critica, per ora noi la chiameremo felicità”.

Il percorso (non necessariamente lineare) è una camminata che ha memoria di ogni passo fatto e che prova non solo a cogliere la disperazione come potenzialità, ma anche di trovare il processo che la renda atto.

Si lascia andare, oltre a ciò che non ci serve più, ciò che ha sedimentato e ciò che si è introiettato: LLDCE è entrato definitivamente nell’immaginario collettivo e decidere di tagliare questo nome dal futuro significa assumere la ricezione delle immagini per (di nuovo) lasciare andare quella pratica quasi maieutica di cui molto si è servito.

Questo l’unico presupposto possibile per agire.

Per Senza Soste, Lisistrata

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