Prima viene la casa. Un reportage dalla “Torre della Cigna” occupata

Negli ultimi mesi, il fotografo livornese Giacomo Sini ha svolto un reportage sull’occupazione della “Torre della Cigna”, un grattacielo alla periferia nord di Livorno. Le foto del reportage sono comparse su “Il venerdì” di Repubblica del 30/03/2018. L’articolo del “Venerdì” è a firma di Federico Lazzotti. Il fotografo Sini intende precisare, con rispetto, che l’articolo scritto dal suddetto giornalista non è stato prodotto in sua compagnia, ma in totale autonomia. “Il venerdì”, in merito all’argomento ed in accordo con il fotografo, ha infatti pubblicato solo le sue foto. Sini ha scritto un proprio articolo sul reportage dentro l’occupazione dell’immobile che pubblichiamo di seguito.

In Italia, come più volte viene ribadito da sindacati e movimenti per il diritto alla casa, esistono “troppe persone senza casa e troppe case senza persone”; nella penisola, secondo dati ISTAT (Istituto Nazionale Di Statistica) risalenti all’ultimo censimento del 2011, le case vuote sono oltre 7 milioni, ovvero il 22,5 % del totale. Il paradosso che si registra è relativo al fatto che, nonostante il numero elevato di locazioni vuote, il 27,3 % della popolazione in Italia vive in alloggi sovraffollati e quasi una persona su dieci è in una situazione di disagio abitativo, costretta a trovare soluzioni di dimora alternative. Per comprendere meglio la gravità del problema nelle diverse zone d’Italia, dobbiamo però andare a guardare il numero che si riferisce agli sfratti che è legato da un filo rosso ai dati precedenti.
Dall’ultima tabella fornita dal Ministero Degli Interni che copre i mesi che vanno dal Gennaio 2016 al Dicembre 2016, emerge che il numero totale dei provvedimenti di sfratto emessi sono stati 61.718. Un numero inferiore al 5,55 % rispetto all’anno precedente; tuttavia dagli stessi dati emerge che le richieste d’esecuzione di sfratto e gli sfratti eseguiti hanno superato rispettivamente del 3,09 % e del 7,99% quelle degli anni precedenti.
Nell’arco di tutto il 2016 siamo arrivati a un dato impressionante, con 158.720 richieste. Per cercare di capire come si è arrivati a una tale situazione, bisogna fare qualche passo indietro ricostruendo gli avvenimenti che oggi fanno discutere di “emergenza casa”.
La recessione economica del 2009 ha portato in campo internazionale a una drastica caduta di reddito e d’occupazione, tuttora in corso, avendo come conseguenza in Italia la difficoltà per migliaia di persone di pagare affitti e mutui bancari in mancanza di un lavoro sicuro per la chiusura e/o il fallimento di aziende ed imprese; il Centro Studi Impresa Lavoro ha stimato come i fallimenti in Italia in quegli anni siano cresciuti a ritmi vertiginosi, passando dai 9.384 del 2009 ai 14.585 del 2015 (+55,42%), con un lieve calo nell’anno passato. Non è un caso che un dato molto indicativo fornito dal Viminale registri come già dal 2006 tra le cause di sfratto è cresciuta in modo esponenziale la morosità spesso incolpevole, a discapito della fine locazione. Come spiegano i movimenti per il diritto all’abitare, gli ultimi dati dimostrano quanto la situazione sia preoccupante, indicando come tra il 2011 ed il 2016,il 90 % dei provvedimenti di sfratto sia stato per morosità.
Tra le aree in Italia con le situazioni più difficili e nelle quali la crisi economica ha colpito più duramente influendo sulla questione abitativa, vi sono alcune zone della Toscana.
In particolare la città di Livorno è ritenuta una delle aree più depresse dell’intero panorama nazionale. Qui la crisi economica ha prodotto ferite indelebili che ancora oggi lacerano il territorio. Il dato più allarmante si manifesta nelle classifiche stilate dal SUNIA, Sindacato Unitario Nazionale Inquilini ed Assegnatari, sul numero degli sfratti in rapporto al numero di abitanti nelle quali la città marittima si è guadagnata più di una volta negli ultimi anni una posizione sul podio, trovandosi nel 2015 ad essere rinominata come “capitale Italiana per numero di sfratti”: uno sfratto ogni 30 famiglie a discapito del rapporto 1/80 della media nazionale. Sempre secondo le statistiche emerge che sino al Dicembre 2017, si è arrivati a contare 40 sfratti esecutivi al mese.
I livornesi non sono rimasti a guardare subendo passivamente le conseguenze distruttive della crisi abitativa. Così, “La Torre della Cigna”, uno dei simboli cittadini della più efferata speculazione edilizia del territorio, un grattacielo senza vita di 19 piani sito nella periferia nord della città è divenuto mediante un’occupazione una delle dimore più imponenti a Livorno di chi la casa non ce l ha.
Occupato nel 2016 da 20 famiglie con il sostegno del sindacato ASIA-USB ( Associazione Inquilini e Abitanti) e di un ex comitato per il diritto all’abitare locale, adesso conta la presenza di più di 50 nuclei familiari italiani e stranieri che alloggiano nei locali della struttura sino al sesto piano. Gli abitanti del grattacielo hanno scelto sin da subito la via della completa autogestione.

Ogni giovedì sera da tre anni a questa parte esiste un’assemblea dove vengono decisi i lavori di manutenzione, i turni per la pulizia degli spazi comuni e dove si discutono le problematiche relative alla struttura. Gianfranco, uno degli occupanti, prende spesso parola durante le discussioni serali ed è uno dei più attivi membri del sindacato ASIA. “Avevo una piccola ditta con una decina di operai”, mi racconta mentre beve un bicchiere d’acqua durante una delle pause di un’assemblea di fine Dicembre ,“con la crisi si è fatta sentire la mancanza di fondi e così la ditta ha dovuto chiudere. Mi sono ritrovato con gli altri soci a dover pagare debiti molto alti, costretto a salvare me e la mia famiglia”, continua. Gianfranco viveva in affitto e come altre persone senza più un reddito sicuro, non è più riuscito a pagare il canone, così ha subito uno sfratto esecutivo. “In quel periodo venni a conoscenza di ASIA arrivai qua e divenni un semplice occupante. Oggi sono attivista del sindacato 24 ore su 24.”, racconta. Poi conclude, “Tutto ciò lo faccio perché ho compreso che la solidarietà è un’arma importante. Facciamo questo per umanità, mossi da uno spirito e da un legame di forza che è difficile da scalfire. Sappiamo chi abbiamo accanto a noi, su chi possiamo contare e ci muoviamo non per interesse personale ma per quello di tutte le persone che vivono la medesima situazione”.
Squilla un telefono, giunge la notizia che nella mattinata del giorno seguente sarebbe stato eseguito uno sfratto con giudice nei confronti di una famiglia nel centro della città. La presenza di più sodali possibili sarebbe stata importante. A dare la notizia è Giovanni, giovane delegato provinciale del sindacato ASIA che il pomeriggio del giorno seguente mi accoglie nella sede locale dell’organizzazione.
“Prima di aderire al sindacato a Livorno esisteva un movimento di lotta per la casa che sosteneva famiglie con problematiche abitative. Le prime esperienze di supporto nascevano nel 2006 in un contesto molto diverso da quello di ora”, spiega. “locazione e solo il 5% era legato alla morosità. Il vero cambio di passo c’è stato nel 2012 quando alle assemblee che organizzavamo dentro ad un centro sociale locale (Ex caserma Occupata) il lunedì sera, cominciavano ad arrivare sempre più famiglie sotto sfratto per morosità incolpevole. Così vennero organizzate le prime occupazioni, in piena fase d’ascesa della crisi economica reale.” Parte del comitato ha in seguito deciso di aderire al sindacato, in modo da tenere le redini di alcune trattative sul piano sindacale e vertenziale, senza abbandonare però il piano della lotta politica. La scelta è stata fatta per arrivare a più persone e dare respiro più ampio alla lotta per la casa. Giovanni racconta inoltre che uno dei più grandi problemi è stato l’abbandono delle politiche pubbliche per gli alloggi con conseguenti privatizzazioni, demolizioni e svendite degli alloggi popolari.
“Non c’è bisogno di cementificare. Si devono riacquisire immobili pubblici ed investire su di essi. Una legge che limiti il libero mercato ed agganci al reddito medio la questione della casa è un altro passo fondamentale per quanto meno alleviare una situazione allarmante”, conclude. Mentre parliamo, dalla porta dell’ufficio fa capolino un uomo sulla quarantina. E’ Maurizio, altro occupante della “Torre della Cigna”, dal nome del quartiere dove è ubicata.
Ci fermiamo a parlare sulle scale della sede; con trasporto mi racconta come fosse arrivato a conoscenza del sindacato tramite un comitato di disoccupati cittadino. “Sono entrato nel grattacielo come occupante attorno a Marzo del 2016”, mi racconta mentre spira qualche tiro di sigaretta. “Lavoravo in una cooperativa ed ho avuto un incidente che mi ha tenuto bloccato per sei mesi, arrivando a dover prendere una pensione d’invalidità per la gravità del fatto.” Da quel momento sono cominciati i suoi problemi, con giornate passate in un dormitorio e litigi con la famiglia. Con l’arrivo al grattacielo si sono aperti orizzonti diversi, ha trovato stimoli nuovi ed ammette di essere divenuto più forte. Sarà lui che si offrirà di accompagnarmi tra le storie di vita e lotta quotidiana degli “occupanti della Cigna”. Un bambino di poco più di tre anni corre sorridendo tra i lunghissimi corridoi della torre, dietro di lui una giovane ragazza senegalese, Sira, lo rincorre pregandolo di fermarsi.

Sira ha trentadue anni dei quali gli ultimi cinque vissuti in Italia. “La prima volta in Italia? Da turista. Poi mi sono innamorata di un italiano e sono voluta rimanere qua.” Lavorava a Firenze per una ditta import/export ed ogni giorno faceva avanti ed indietro per lavoro. Era stufa di una vita del genere così decise di trasferirsi nella città sulla costa, poi il declino. La ditta fallì e Sira si ritrovò improvvisamente senza un lavoro. Nel frattempo era rimasta incinta e non potendo più permettersi di pagare un affitto è stata sfrattata nonostante lo stato di gravidanza.
“In quel periodo sono venuta a conoscenza di Asia. Sono andata in sede di persona e subito sono stata aiutata con la proposta temporanea di andare a vivere al grattacielo. Da qua ho iniziato nuovamente a vivere, posso dire”. Sira adesso abita nella struttura da più di sette mesi, dopo varie battaglie e con un figlio a carico, l’ha fatta. Per l’inizio del 2018 il Comune di Livorno le ha promesso un alloggio popolare.
Chi conosce bene il territorio africano è Fabio, un ragioniere livornese sulla sessantina che abita nella struttura, non lontano dalla stanza di Sira. Mi accoglie nella sua stanza mentre sta cenando con Stefano, un uomo di 50 anni che vive nell’alloggio vicino e con il quale condivide spesso le spese per i pasti ed un po’ di compagnia. Una vita fatta di viaggi di lavoro in Africa quella di Fabio. Tra Camerun e Senegal , prima come consulente per casse di spedizione per una ditta e poi come direttore amministrativo di un’azienda italiana per più di 16 anni. Dopo una consegna importante andata male, rientrò in Italia “da disgraziato”, come dice lui. La madre stava per andarsene così si fermò nella penisola. “Rimasi solo nella sua casa in affitto dopo che morì. Avevo una pensione minima ma l’affitto era più alto di essa. Ho smetto di pagare, dovevo mangiare“. Così arrivò lo sfratto per morosità; in questa fase ebbe la fortuna d’incontrare ASIA. Da quel momento nacque la possibilità di avere l’alloggio alla Cigna ed iniziare le attività con il sindacato. “Ho cominciato un paio d’ore in Asia allo “sportello casa” ed oggi sto facendo un orario quasi da dipendente, volontariamente”, racconta. Nella struttura funge quasi da mediatore culturale con gran parte degli inquilini africani, conoscendo perfettamente il francese. “Già dal primo giorno che sono qua mi misi a disposizione per quel che so fare. In realtà non so fare niente, ma almeno per la lingua ci sono”, conclude sorridendo e sorseggiando un bicchiere di vino.
E’ una fresca serata domenicale ed i corridoi sono saturi di profumi provenienti dalle cucine dell’intera struttura. In quest’atmosfera di tranquillità dalla porta di una delle abitazioni dei piani superiori balza fuori un gruppo di cani che cominciano a correre tra i corridoi, ad inseguirli nella disperazione c’è Barbara, donna sui cinquanta anni che abita nella struttura con la figlia Giulia, il suo compagno Andrea ed il loro figlio di pochi mesi. “Per il Comune puoi anche , ci sono case sfitte e libere, ma non vengono date. Soprattutto quelle del Comune, abbandonate e lasciate a prendere la muffa”, si esprime con rabbia nella sua piccola abitazione, mentre fuma una sigaretta bevendosi del caffè.
Uscendo dalla struttura, Maurizio s’imbatte in un giovane ragazzo intento a sistemare lo sportello di una centralina elettrica. Si chiama Adil, viene dal Marocco ed abita al sesto piano della struttura. Insieme a Gianfranco sono stati delegati dall’assemblea serale per svolgere alcuni piccoli lavori di manutenzione ai piani alti della struttura e dei cortili adiacenti, a causa del forte vento invernale. La sua storia è simile a quella di tante persone che vivono alla “torre”, fatta di sacrifici e di una famiglia lasciata al suo paese di origine, in cerca di una vita migliore altrove. Come la storia di Camelia e quella di suo marito, sempre disponibile a lavorare e dare una mano nelle strutture occupate. Rumeni, da 15 anni in Italia e tra i primi ad entrare nella struttura. Due giovani arrivano con la spesa in mano davanti all’ingresso della struttura, sono Luca e la sua compagna.
Dopo pochi minuti di conversazione, il ragazzo mi guarda e con la voce strozzata dall’orgoglio ammette, “lei lavora quando capita, mettiamo da parte i soldi per dare un futuro alla nostra famiglia, nonostante questa situazione. Prima viene la casa, un tetto e poi tutto il resto”, parole forti quanto vere, sintomo di un bisogno reale di una vita dignitosa, vissuta al caldo di quattro mura domestiche.


Giacomo Sini

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