Io sono un principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare.
Il romanzo Nina dei lupi di Alessandro Bertante, uscito per Marsilio nel 2011 (e in concorso all’ultimo Premio Strega, che avrebbe strameritato di vincere), affronta tematiche estremamente attuali rivestite di un’aura mitica e fantastica. La storia ci proietta subito in una dimensione dai contorni mitici, mentre la scrittura di Bertante fin dall’inizio ci prende per mano e ci guida con il piglio e lo spessore di un racconto orale, quasi fosse la storia narrata da qualche vecchio saggio della montagna, ponendosi nel solco, in questo senso, di uno stile dai risvolti ‘mitici’ e popolari pervaso dall’incanto per la narrazione orale che vede, ad esempio, in Maurizio Maggiani uno dei rappresentanti contemporanei più significativi.
In un’ambientazione non precisata, le “Montagne occidentali”, ma con un’allusione alle Alpi piemontesi, si trova il paesino di Piedimulo; la narrazione prende avvio dopo un evento catastrofico, chiamato la “Sciagura”, della quale non viene detto molto ma, come sapremo in seguito grazie ad un flashback, probabilmente si è trattato di una guerra civile legata alla crisi economica. Il paesino è rimasto isolato dalle distruzioni e dagli scontri che sono avvenuti nelle città grazie alla chiusura dell’unica via di accesso alla vallata. In paese, fra i non molti abitanti che sopravvivono grazie a scorte di cibo e ad un sapiente utilizzo delle provviste naturali, c’è Nina, una bambina di tredici anni che abita con i suoi nonni. In una casa isolata nel bosco, insieme a dei lupi addomesticati, vive un uomo solitario e silenzioso, Alessio, anche lui con un’altra vita alle spalle in quello che era il mondo prima della “Grande Sciagura”. Un brutto giorno, però, un gruppo di sbandati guidati dal truce Fosco, riesce a penetrare nella valle da un pertugio apertosi nel sentiero. È l’inizio della sciagura di Piedimulo ma anche della sua resistenza: la banda dei personaggi, caratterizzati da una rozza ferocia, uccide gli abitanti e violenta le donne, insediandosi in paese e sperperando in modo dissennato ogni tipo di provvista, mentre la piccola Nina riesce a fuggire e a trovare rifugio e protezione nella casa di Alessio. Questa, a grandi linee, la storia, della quale non vogliamo svelare di più.




Sono andato a vedere ACAB di Stefano Sollima. Chi mi conosce dirà: e cosa ci combina? E io risponderò: ero andato a vedere il film sulla Thatcher (da cui non mi aspetto un granché, ma per studi passati sono molto interessato a quel periodo storico), ma a causa dell’ennesimo errore del giornaletto locale (Il Tirrenuccio), sono arrivato con venti minuti di ritardo, proprio quando stava per cominciare Acab. E così, con gran disappunto di Alessandra, siamo entrati a vederlo. Non sapevo niente di questo film, a parte quello che si evince dal trailer. Ho cercato di vederlo senza pregiudizi.
Nella musica indipendente italiana un fatto fondamentale che non va mai dato per scontato e che, per assurdo, dovrebbe essere fondamentale, è la capacità di scrivere canzoni. Un disco pop deve essere fatto di canzoni prima di tutto, poi si può anche cercare di scavalcare da qualche parte la forma.
Come sarà nei particolari non è ancora dato saperlo. Si conoscono già il titolo, la data di uscita e la location delle prime esibizioni dal vivo. Ma visti i precedenti, si può anche pensare che Gioco di società (distribuzione Venus), nuovo album degli Offlaga Disco Pax, non sarà mai un’emozione da poco. Registrato da Andrea Rovacchi al Bunker di Rubiera, in provincia di Reggio Emilia, e pubblicato sia in cd sia in vinile 33 giri, è il terzo album in studio del trio emiliano formato da Max Collini (voce e testi), Enrico Fontanelli (basso, moog) e Daniele Carretti (chitarre, basso). Uscirà il prossimo 6 marzo 2012 e, come usa constatare di questi tempi, circolerà nei negozi di musica sopravvissuti.
Per la giornata della memoria abbiamo deciso di parlare del libro di un giovane studioso italiano. Si tratta di Emiliano Perra, ricercatore presso l’University of Winchester, che nel suo libro ”Conflicts of Memory: the Reception of Holocaust Films and Tv Programmes in Italy, 1945 to Present” ha raccolto i risultati di una ricerca molto approfondita e metodologicamente efficace sui modi in cui l’Olocausto è stato rappresentato nei dibattiti pubblici in Italia e, di conseguenza, sui modi in cui l’assunzione (o la negazione) di responsabilità storica degli italiani riguardo al genocidio è stata gestita dal 1945 ad oggi.










