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Nina dei lupi: la lotta di un uomo e di una valle liberi

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Nina-dei-lupiIo sono un principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare.

Samuel Bellamy, pirata alle Antille nel XVIII secolo

Il romanzo Nina dei lupi di Alessandro Bertante, uscito per Marsilio nel 2011 (e in concorso all’ultimo Premio Strega, che avrebbe strameritato di vincere), affronta tematiche estremamente attuali rivestite di un’aura mitica e fantastica. La storia ci proietta subito in una dimensione dai contorni mitici, mentre la scrittura di Bertante fin dall’inizio ci prende per mano e ci guida con il piglio e lo spessore di un racconto orale, quasi fosse la storia narrata da qualche vecchio saggio della montagna, ponendosi nel solco, in questo senso, di uno stile dai risvolti ‘mitici’ e popolari pervaso dall’incanto per la narrazione orale che vede, ad esempio, in Maurizio Maggiani uno dei rappresentanti contemporanei più significativi.

In un’ambientazione non precisata, le “Montagne occidentali”, ma con un’allusione alle Alpi piemontesi, si trova il paesino di Piedimulo; la narrazione prende avvio dopo un evento catastrofico, chiamato la “Sciagura”, della quale non viene detto molto ma, come sapremo in seguito grazie ad un flashback, probabilmente si è trattato di una guerra civile legata alla crisi economica. Il paesino è rimasto isolato dalle distruzioni e dagli scontri che sono avvenuti nelle città grazie alla chiusura dell’unica via di accesso alla vallata. In paese, fra i non molti abitanti che sopravvivono grazie a scorte di cibo e ad un sapiente utilizzo delle provviste naturali, c’è Nina, una bambina di tredici anni che abita con i suoi nonni. In una casa isolata nel bosco, insieme a dei lupi addomesticati, vive un uomo solitario e silenzioso, Alessio, anche lui con un’altra vita alle spalle in quello che era il mondo prima della “Grande Sciagura”. Un brutto giorno, però, un gruppo di sbandati guidati dal truce Fosco, riesce a penetrare nella valle da un pertugio apertosi nel sentiero. È l’inizio della sciagura di Piedimulo ma anche della sua resistenza: la banda dei personaggi, caratterizzati da una rozza ferocia, uccide gli abitanti e violenta le donne, insediandosi in paese e sperperando in modo dissennato ogni tipo di provvista, mentre la piccola Nina riesce a fuggire e a trovare rifugio e protezione nella casa di Alessio. Questa, a grandi linee, la storia, della quale non vogliamo svelare di più.

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ACAB, una recensione. D’altronde…

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acab-locandina-ufficialeSono andato a vedere ACAB di Stefano Sollima. Chi mi conosce dirà: e cosa ci combina? E io risponderò: ero andato a vedere il film sulla Thatcher (da cui non mi aspetto un granché, ma per studi passati sono molto interessato a quel periodo storico), ma a causa dell’ennesimo errore del giornaletto locale (Il Tirrenuccio), sono arrivato con venti minuti di ritardo, proprio quando stava per cominciare Acab. E così, con gran disappunto di Alessandra, siamo entrati a vederlo. Non sapevo niente di questo film, a parte quello che si evince dal trailer. Ho cercato di vederlo senza pregiudizi.

Finito il film, sono tornato a casa. Mi sono letto qualche recensione a caso in rete. Al di là del valore artistico del film (non eccelso, secondo me, un po’ troppo fiction per il grande schermo, anche se meno edulcorato, ma questo passa in secondo piano), nessuno la pensava come me. Cito alcune frasi di Chiara Ricci su Cinemio: “Ed è forse questo il punto di forza del film di Sollima: il fatto che non ci sia uno schieramento dalla parte dei “buoni” o dei “cattivi” ma che venga fornito il quadro totale della situazione e dell’azione“. E, ancora lei: “Il film non professa alcuna ideologia politica, non la sfiora nemmeno mostrando solo – e nella giusta misura – quale sia l’orientamento di questi gruppi, di questi schieramenti [...]Di certo c’è il fatto che questo film è degno di moltissima attenzione perché valido e assolutamente equo, giusto, preciso“.
Vado avanti e trovo Manuel Giannantonio su Duerighe.com: ”Questi poliziotti diventano l’emblema di un malessere che impone allo spettatore di riflettere sulla realtà che ci circonda e di questo stato che mette in piazza uomini disapprovati, sfiduciati e soprattutto malpagati che rischiano molto per l’applicabilità dei principi della democrazia“.
E poi Giulio Cicala su Pellicole rovinate: “Sollima racconta senza facili moralismi un mestiere difficile, rivolge le proprie accuse verso i poteri di palazzo, troppo spesso staccati dalla realtà e in grado di usare i celerini come “pedoni” di una scacchiera malata e violenta (la società): i primi ad essere utilizzati e gli ultimi ad essere ricordati“.
Da queste frasi direi che tutto sommato i celerini se la cavano egregiamente nell’opinione dello spettatore (pur se a casa hanno i busti di mussolini e sono violenti nel lavoro e fuori), ne escono in qualche modo puliti, giustificati.   Voglio dire, il film non è un film a tema, ed è vero che concentra l’attenzione sulle vite private e sul lavoro sporco dei protagonisti, ma da qui a dire che non prende nessuna posizione ce ne vuole. Credo che l’opinione comune di uno che esce dal vedere questo film sia: poveracci, guarda che vita, è vero, sono violenti, ma d’altronde…
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Ultimo aggiornamento Mercoledì 01 Febbraio 2012 15:22 Leggi tutto...

The Walrus - Hanno ucciso un robot. Come giocare con sentimento

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the_walrus_robotNella musica indipendente italiana un fatto fondamentale che non va mai dato per scontato e che, per assurdo, dovrebbe essere fondamentale, è la capacità di scrivere canzoni. Un disco pop deve essere fatto di canzoni prima di tutto, poi si può anche cercare di scavalcare da qualche parte la forma.
Il secondo disco dei The Walrus è un disco di canzoni. Di belle canzoni, oltretutto. Perché Giorgio Mannucci (voci, chitarre), Francesco Pellegrini (chitarre), Marta Bardi (voci, tastiere), Dario Solazzi (basso)e Alessio Carnemolla (batteria, tastiere) hanno ben chiaro quello che deve essere una canzone: devono raccontare una storia e la storia deve nascere dall'urgenza di dire qualcosa (D’improvviso una chitarra / Si è posata su di me / Come a dirmi che / Non c’è tempo ragazzo non c’è tempo).
Spesso si confonde questa urgenza con la necessità di essere tristi, seri e introspettivi. I Walrus riescono invece a restare leggeri e, a loro modo, naif, raccontando storie semplici, fotografie pastello della realtà, che cercano di spiegare il loro mondo. Un mondo, forse piccolo, dove è necessario cercare di essere così diverso dal culto nazionale /così diverso dal centro commerciale, dove è necessario comunicare per esistere.
Il racconto poi, nelle canzoni, ha bisogno della musica. In Italia la musica indipendente si porta dietro, inconsciamente, non solo la tradizione cantautorale (chiaramente è più consono rifarsi a Tenco che a Alice), ma anche quella canzonettara che, purtroppo o per fortuna, è la vera musica popolare italiana. Quando anche questa influenza diventa esplicita il risultato diventa sicuramente migliore o, almeno, completo. In "Hanno Ucciso Un Robot", primo CD dei livornesi per l'ottima Garrincha Dischi (doveroso segnalare Lo Stato Sociale), si va oltre gli immediati richiami ai Baustelle o agli Scisma. Nel disco ci sono, condensati, anni di musica italiana, col incedere leggero e, quando serve, libero e liberatorio. C’è una cura particolare negli arrangiamenti e una rilevanza degli stessi, un uso efficacissimo della voce maschile e femminile. Risultato per il quale una nota di merito va a Marta Bardi: ammiccante ma non maliziosa, da rivedere in un auspicabilissimo progetto che la veda protagonista.
Alla fine dell'ascolto quello che resta è quello che si cerca troppo poco spesso nella musica: lo stare bene. E' il primo grande disco di un 2012 livornese che, si spera, farà fare il  necessario prima che dovuto salto di qualità alla musica cittadina tutta. I presupposti ci sono e questo disco è un segnale. Se poi il salto non ci sarà e Livorno resterà periferia (mentale) ci resterà almeno questo disco. Non è poco.

Per ascoltare il disco, clicca qui

Per Senza Soste, Luis Vega

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Ultimo aggiornamento Martedì 31 Gennaio 2012 16:24

Offlaga Disco Pax #155, Gioco di Società

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offlaga_disco_pax2jpgCome sarà nei particolari non è ancora dato saperlo. Si conoscono già il titolo, la data di uscita e la location delle prime esibizioni dal vivo. Ma visti i precedenti, si può anche pensare che Gioco di società (distribuzione Venus), nuovo album degli Offlaga Disco Pax, non sarà mai un’emozione da poco. Registrato da Andrea Rovacchi al Bunker di Rubiera, in provincia di Reggio Emilia, e pubblicato sia in cd sia in vinile 33 giri,  è il terzo album in studio del trio emiliano formato da Max Collini (voce e testi), Enrico Fontanelli (basso, moog) e Daniele Carretti (chitarre, basso). Uscirà il prossimo 6 marzo 2012 e, come usa constatare di questi tempi, circolerà nei negozi di musica sopravvissuti.
Gioco di società arriva dopo il celebrato esordio con Socialismo tascabile (2005), manifesto di uno stile che è andato oltre le prove tecniche di trasmissione e Bachelite (2008), maturazione di un percorso che salta agilmente l’ostacolo della riconferma, quanto Vladimir Yashchenko nella memorabile Ventrale.
“Gioco di società - annuncia Enrico Fontanelli - è un disco che riprende l'unità di misura degli album su vinile, formato centrale dell'uscita. E' stato scritto ed assemblato durante l'arco del 2011, primo anno di reale riposo da tour del gruppo, registrato su nastro e mixato in venti giorni sul finire del medesimo anno”.  Impressioni da dentro e aspettative. “E' un disco quadrato, o dovremmo dire esagonale, visti i riferimenti alle mura della nostra città (Reggio Emilia, ndr), protagonista nei testi, congelata sulla copertina in quello che apparirà alla vista e nella pratica come un tabellone di gioco. Le regole le stabilisce l'ascoltatore in caso di necessità. Per noi la sola rimane la schiettezza di presentarci come siamo. Che piaccia o meno, a noi compresi”.
Già divulgate le prime date dei concerti che faranno conoscere il nuovo disco al pubblico, curate come di consueto da Cyc Promotions. Esordio il 6 aprile al Bronson di Ravenna, poi il 7 al The Cage Theatre di Livorno e il 29 al Vinile 45 di Brescia. Tra anagrammi e melodrammi, la lotta contro la democrazia nei sentimenti continua.

Alessandro Doranti

tratto da you-ng.it

28 gennaio 2012

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Italiani brava gente: l’Olocausto e la negazione della responsabilità italiana al cinema e in TV

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ConflictofMemoryPer la giornata della memoria abbiamo deciso di parlare del libro di un giovane studioso italiano. Si tratta di Emiliano Perra, ricercatore presso l’University of Winchester, che nel suo libro ”Conflicts of Memory: the Reception of Holocaust Films and Tv Programmes in Italy, 1945 to Presentha raccolto i risultati di una ricerca molto approfondita e metodologicamente efficace sui modi in cui l’Olocausto è stato rappresentato nei dibattiti pubblici in Italia e, di conseguenza, sui modi in cui l’assunzione (o la negazione) di responsabilità storica degli italiani riguardo al genocidio è stata gestita dal 1945 ad oggi.

All’interno di questa problematica, Perra ha individuato uno specifico campo discorsivo: la ricezione di film e programmi TV – prodotti in Italia o all’estero – da parte dell’opinione pubblica italiana, utilizzando come principali oggetti d’analisi articoli di giornali e in particolare le recensioni. In questo senso il libro è, nelle parole stesse dell’autore, uno “studio delle tendenze significative nel dibattito italiano sulla Shoah così come emergono dalla ricezione di film e programmi televisivi” (p. 2).

Da un punto di vista metodologico, Perra ha raccolto due corpora per l’analisi. Il primo comprende 69 film e 46 programmi televisivi che sono legati in qualche modo alla rappresentazione dell’Olocausto: alcuni di questi vengono analizzati in profondità dall’autore. Il secondo corpus – il più importante dato che il libro si concentra proprio sulla ricezione – costituisce il “contesto discorsivo” dei film e delle trasmissioni selezionate. In altre parole, i testi che hanno commentato e interpretato i prodotti audiovisivi nel momento in cui sono stati distribuiti per un pubblico italiano.

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