L’attesa dell’evento, nella quale si annida l’impazienza, è da tempo un requisito antropologico della governamentalità e della messa a valore dei comportamenti. Già, perché il biopotere che governa i comportamenti legati all’attesa non è solo controllo o astratta messa a produzione ma è messa a valore performativa sia sul piano politico che immediatamente economico.
Una prova? L’attesa per le elezioni del 24-25 febbraio ha generato, tramite la produzione miriadi di sondaggi, una strategia di governo dell’impazienza che non è solo controllo dei comportamenti ma anche produzione di fatti di rilievo politico. E cosa dire della messa a valore economica dell’impazienza dai fenomeni microfisici, il betting on line, a quelli macro, legati alla finanza che basa le proprie previsioni su modelli comportamentali di valutazione del rischio? Insomma, il governo dell’impazienza è un fatto biopolitico che riguarda il piano del governo ma anche la possibilità di staccare cedole da azioni e obbligazioni. Ma su un piano più filosofico-politico cosa è l’impazienza?
Il tema è affrontato nel testo di esordio di Salvatore Prinzi, Sul buon uso dell’impazienza (Liguori editore, 2012, 163 pp). Testo di stimolo composto da tre capitoli piuttosto agili ma ricchi di note (I, Cedere un poco, pp 17-49; II, Lo spettacolo del globo, pp. 51-129; Dare giudizi in tempo di crisi, pp 129-163). Si tratta di un libro la cui struttura interna vede il terzo capitolo soprattutto come strumento per formare interrogativi rispetto alle conseguenze generate dai primi due: il primo va inteso come ripresa, sotto nuove vesti, del tema filosofico-politico delle virtù attraverso la rilettura dell'impazienza; il secondo come ricognizione di una dimensione del mediale vista, paradossalmente, per come è da sempre. Un piano del politico, oggi egemone, non una qualche strumentalità, anche altamente complessa, di trasmissione di contenuti.
Ma perchè parliamo di impazienza come virtù nel classificare così questo testo, vivace e naturalmente restio alle classificazioni, su un piano più nettamente filosofico politico?
Dobbiamo fare un salto, storiograficamente parlando, di una trentina d'anni. Da quando cioè Alasdair MacIntyre, con il suo After Virtue (1981), si impone come strumento critico all'astrazione individualistica dell'etica di Rawls (in verità un dispositivo teorico più complesso rispetto a quando argomentato in After Virtue ma le critiche di MacIntyre coglievano seriamente alcuni elementi del nucleo teorico rawlsiano) rilanciando tema ed importanza della dimensione etica delle virtù nel discorso filosofico-politico di Aristotele. E qui, se è fuori contesto discutere della portata del lavoro di MacIntyre rispetto alla critica dell'illuminismo, va ricordato come la critica a Rawls, al pericoloso ed ineguale discorso sull'equità, porta ad una riscoperta della virtù in filosofia politica. Un comportamento, un dispositivo antropologico, quello della virtù , intesa come abilità da temperare e sviluppare in vista del bene, che in MacIntyre riprende centralità, rispetto all'individualismo astratto rawlsiano, nei termini comunitaristici elaborati nell'ultimo trentennio.
L'impazienza di Prinzi è quindi una virtù, ad avviso di chi scrive, proprio in questo senso: un comportamento, un dispositivo antropologico, una facoltà da temperare e sviluppare non in vista di un bene aristotelico, o legato ad una dimensione comunitaristica, e nemmeno solo come critica all'individualismo astratto, ma nella prospettiva di rottura con l'orizzonte capitalistico. Per pensare in questi termini dove, lo vediamo dalle citazioni, la filosofia politica tocca l'antropologia, l'estetica, la tattica politica tout court Prinzi radicalizza la pensabilità di due movimenti del mondo contemporaneo: il '68 e il movimento noglobal. Il bilancio di Prinzi di questi due movimenti non è però militante, nonostante la letteratura citata, ma antropologico politico: per lui la virtù dell'impazienza nel '68 si è stemperata, paradossalmente, nell'incapacità di costruire mediazione politica mentre, al contrario, nel movimento noglobal il pragmatismo ha accompagnato la dissoluzione di quest'esperienza. E' qui conseguente il recupero del concetto di impazienza in Lenin, via Pisariev, per accompagnarla a pieno titolo nella dimensione della virtù del dibattito filosofico-politico. Come comportamento, dispositivo antropologico, facoltà da temperare, alternando la capacità di mediare e quella di essere intransigenti, non entro un concetto aristotelico di bene non in una sfera comunitaria, sempre vicina al romanticismo sociologico, ma in una dimensione politica di rottura organizzata. E qui, gratta gratta, sotto Lenin trovi sempre Machiavelli altrimenti la virtù da antropologia politica non si fa mai politica. Non manca poi, in questa filosofia politica dell'impazienza, un confronto critico con le concezioni “desideranti” del movimento, emerse negli anni '70 e rielaborate tra la fine degli anni '90 e l'inizio degli anni zero. Critiche filologicamente corrette, mai urlate, in grado di contribuire ad aprire il dibattito aperto sugli esiti di quel filone di pensiero.
Il secondo capitolo de “sul buon uso dell'impazienza”, è dedicato alla questione mediale. O meglio, al fatto che per la virtù dell'impazienza la dimensione mediale non è tanto una questione tecnica di trasferimento dell'informazione, o l'ennesima critica ai processi di alienazione, ma un piano ineludibile del politico. Detto questo Prinzi entra direttamente nella rilettura di Debord: ne esce una dimensione mediale sia pervasiva che legata alla nuova fenomenologia del politico. Qualcosa di diverso dalla consueta concezione entropica dei media che, specie dai Commentari alla società dello spettacolo, si impone in modo spesso compulsivo. L'immediale, così lo chiama Prinzi, intreccio di medialità ed immediatezza di produzione di significato non è quindi l'ultimo stadio dell'alienazione del politico. Ma quello in cui si esercita la virtù dell'impazienza e il suo dispositivo di antropologia politica. Qui c'è probabilmente ancora da fare i conti con un concetto di alienazione che si rivela spesso un masso ostruttivo per comprendere come funzionano i processi di socializzazione tramite lo spettacolo e la comunicazione mediale. Infatti troviamo, nel testo di Prinzi, molto più Debord che media antropology. Ma, dal punto di vista teoretico, la strada del rapporto tra filosofia politica e media, intesi come piano ineludibile del politico, è stata tracciata. Il terzo capitolo, sul buon uso della facoltà di fare e porsi domande, in questo senso ha quindi davanti a sé una prospettiva che non è quella di una virtù legata ad un tradizionalismo politico, quello aristotelico, che cerca perennemente di richiudere la classica forbice tra stato e società, in contesto ormai radicalmente mutato, né ad un comunitarismo che non riesce a dare risposte, neanche su sé stesso, in una società complessa. Siamo piuttosto di fronte a domande di una virtù di rottura del politico che ha chiaro il proprio dispositivo antropologico di impazienza e l'ineludibile incontro sul piano mediale, quello senza il quale la politica non è neanche pensabile.
Infine è da ricordare che il testo ha come sottotitolo “crisi, movimenti, organizzazione”. In questo senso un libro successivo, con al centro i dispositivi sistemici, le tecnologie politiche, la performatività delle tecnoscienze intrecciata alla finanza, in sostanza i ventricoli che compongono il cuore del potere, può rappresentare una utilissima prosecuzione per la messa a prova delle virtù dell'impazienza. Perchè senza pericolo non c'è virtù e più il pericolo è grande maggiore è la possibilità che la virtù diventi leggenda.
Per Senza Soste, nique la police
15 aprile 2013