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Q-Indi festival, è tempo di musica indipendente al Teatrofficina Refugio

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q.indiQ-Indi? Discutiamo sulla musica, esponiamo ritratti, suoniamo autoprodotti. E' la linea su cui marcia il festival dal sentimento indipendente, in corso in questi giorni al Teatro Officina Refugio di Livorno, spazio occupato, autogestito, antifascista lungo i bordi della città vecchia.
Un appuntamento aperto giovedì 18 aprile con l'incontro “Maturi, irrisolti e quasi indipendenti” dove Massimiliano ‘Ufo’ Schiavelli, degli Zen Circus, Niccolò Mazzantini degli Appaloosa ed Emanuale Voliani dei Bad Love Experience (insieme ad Alessandro Fiori) hanno smontato e rimontato concetti, curiosità e necessità legate alla scena indie. Un confronto che ha svelato come in quel termine nebuloso ci sia soprattutto la volontà di autoprodursi e autopromuoversi, magari sfruttando le possibilità del web e macinando chilometri di tour ogni anno, anche fuori dall'Italia, per farsi conoscere e tentare di mantenersi. Restando in termini strettamente musicali, ad emerge è il desiderio di riprendersi la naturalità del suono, "sbattendosene di come un album dovrebbe suonare", e di farlo artigialmente, anche davanti ad un semplice pc e con "microfoni civili". Un mondo di equilibrismi dove dovrebbero convergere "mancanza di ambizione e poesie inedite", ma dove resta inattesa la questione del sostentamento, favilladopo che la fase aurea degli anni '90 "dove un certo rock italiano chiedeva milioni per suonare nei locali" è ormai conclusa. Ora si resiste con la varietà delle idee e una passione martellante. 
Alle ore 20 è scattato il primo appuntamento "fuori palco”. Incastrato tra il bancone e i baristi, Nicola Tanchis in versione acustica ha inaugurato il Festiv_al bar, per una mezz'ora di aperitivo musicato. La sera l'opening act sul palco è toccato alle Strane menti, Benedetta Palesi e Lisa Santinelli, un improvvisato incrocio di voci che si fondono e si modellano attraversando una loop station. A seguire lo scapigliato Alessandro Fiori, ex·frontman, cantante e paroliere dei Mariposa.

Venerdi 19 aprile, nella seconda giornata di festival, il dibattito delle 18.30 si sposta "suk web", e Giulio Pasquali, collaboratore di sentireascoltare, incontra Enrico “Lopo” Battocchi, esperto informatico e blogger per parlare di "Musica viziata, l'implosione indie nella rete democratica".·Al Festiv_al bar, alle ore 20,·Giacomo Vaccai, voce dei Jackie -O’s Farm, suona i pezzi del suo album solista. La sera, sul palco, “colonne sonore per film mai esisti “. Aprono DiMaggioBaseball Team e Marina Mulopulos, un viaggio digitale, tra suoni e installazioni, accompagnato dalle linee vocali di entrambi i musicisti.
A seguire, il concerto di Tress of mint, l'esperienza artistica di Francesco Serra. Un bagliore di luce e una sola chitarra elettrica per ritmi intimisti spezzati da punture di loop. Un suggestivo fraseggio di accordi dissonanti con forti immagini evocative, per quella che sarà ricordata come una delle più belle esibizioni viste al Teatro Officina Refugio.

Nel week-end il Q-Indi Festival prosegue con, tra gli altri, Giorgio Mannucci, Cabeki, Bimbo, Iacampo, il dj set di Honolulu e le mostra dei Q-mullet di Giulia Bernini.

Per Senza Soste, helicon_01

(foto di Giacomo Favilla)

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Ultimo aggiornamento Sabato 20 Aprile 2013 10:01

Una storia operaia: "Amianto", di Alberto Prunetti

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amiantoChi scrive si è trovato in grande difficoltà a buttare giù una recensione di Amianto. Non conosco personalmente Alberto Prunetti ma prima ancora di incontrarlo o magari dialogarci per email, voglio fargli una confessione: Con il suo capolavoro - perché tale è - mi è successa una cosa strana e assolutamente inusuale: sentirmi incapace, o meglio, inadeguato al lavoro richiestomi: commentarlo. Il libro mi è passato per le mani per ben tre mesi e mezzo, un’eternità, senza che fossi capace di aprire una pagina word e riempirla con parole di senso compiuto.

Amianto è a mio modestissimo avviso un libro magico che dà vita ad emozioni alternanti e contrapposte, un libro di ossimori che si uniscono sintatticamente tra loro senza però diventare paradossali e che costituiscono essi stessi l’essenza del libro. In Amianto c’è l’amore per babbo Renato ma anche la rabbia per esserselo visto portare via troppo presto. C’è l’ironia dell’autore, quella dei personaggi e quella che emerge in qua e in là negli episodi che narrano frammenti di vite vissute, ma ci sono anche l’inflessibilità e la fermezza – mai grave, mai pesante – che portano non il figlio di Renato ma il compagno Alberto a formulare precise accuse politiche: di fabbrica si muore, oggi come trent’anni fa, a Taranto come a Piombino, a Busalla come a Marghera. Di amianto, ad esempio, che però non è, come superficialmente siamo portati a pensare, l’omicida. Al massimo è l’arma del delitto. Gli assassini sono altri. Sono i grandi industriali che sono sempre stati a conoscenza dell’assoluta nocività dell’amianto ma non hanno mai fatto niente. Sono i sindacati che sapevano, ma solo in parte denunciavano (“perché non si può sputare sul piatto dove si mangia”, p. 79). E' il capitalismo, che antepone il profitto a tutto e a tutti.

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L'impazienza è una virtù. Recensione al libro di Salvatore Prinzi

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prinzi_impazienzaL’attesa dell’evento, nella quale si annida l’impazienza, è da tempo un requisito antropologico della governamentalità e della messa a valore dei comportamenti. Già, perché il biopotere che governa i comportamenti legati all’attesa non è solo controllo o astratta messa a produzione ma è messa a valore performativa sia sul piano politico che immediatamente economico.

Una prova? L’attesa per le elezioni del 24-25 febbraio ha generato, tramite la produzione miriadi di sondaggi, una strategia di governo dell’impazienza che non è solo controllo dei comportamenti ma anche produzione di fatti di rilievo politico. E cosa dire della messa a valore economica dell’impazienza dai fenomeni microfisici, il betting on line, a quelli macro, legati alla finanza che basa le proprie previsioni su modelli comportamentali di valutazione del rischio? Insomma, il governo dell’impazienza è un fatto biopolitico che riguarda il piano del governo ma anche la possibilità di staccare cedole da azioni e obbligazioni. Ma su un piano più filosofico-politico cosa è l’impazienza?

Il tema è affrontato nel testo di esordio di Salvatore Prinzi, Sul buon uso dell’impazienza (Liguori editore, 2012, 163 pp). Testo di stimolo composto da tre capitoli piuttosto agili ma ricchi di note (I, Cedere un poco, pp 17-49; II, Lo spettacolo del globo, pp. 51-129; Dare giudizi in tempo di crisi, pp 129-163). Si tratta di un libro la cui struttura interna vede il terzo capitolo soprattutto come strumento per formare interrogativi rispetto alle conseguenze generate dai primi due: il primo va inteso come ripresa, sotto nuove vesti, del tema filosofico-politico delle virtù attraverso la rilettura dell'impazienza; il secondo come ricognizione di una dimensione del mediale vista, paradossalmente, per come è da sempre. Un piano del politico, oggi egemone, non una qualche strumentalità, anche altamente complessa, di trasmissione di contenuti.

Ma perchè parliamo di impazienza come virtù nel classificare così questo testo, vivace e naturalmente restio alle classificazioni, su un piano più nettamente filosofico politico?
Dobbiamo fare un salto, storiograficamente parlando, di una trentina d'anni. Da quando cioè Alasdair MacIntyre, con il suo After Virtue (1981), si impone come  strumento critico all'astrazione individualistica dell'etica di Rawls (in verità un dispositivo teorico più complesso rispetto a quando argomentato in After Virtue ma le critiche di MacIntyre coglievano seriamente alcuni elementi del nucleo teorico rawlsiano) rilanciando tema ed importanza della dimensione etica delle virtù nel discorso filosofico-politico di Aristotele. E qui, se è fuori contesto discutere della portata del lavoro di MacIntyre rispetto alla critica dell'illuminismo, va ricordato come la critica a Rawls, al pericoloso ed ineguale discorso sull'equità, porta ad una riscoperta della virtù in filosofia politica. Un comportamento, un dispositivo antropologico,  quello della virtù , intesa come abilità da temperare e sviluppare in vista del bene, che in MacIntyre riprende centralità, rispetto all'individualismo astratto rawlsiano, nei termini comunitaristici elaborati nell'ultimo trentennio.

L'impazienza di Prinzi è quindi una virtù, ad avviso di chi scrive, proprio in questo senso: un comportamento, un dispositivo antropologico, una facoltà da temperare e sviluppare non in vista di un bene aristotelico, o legato ad una dimensione comunitaristica, e nemmeno solo come critica all'individualismo astratto, ma nella prospettiva di rottura con l'orizzonte capitalistico. Per pensare in questi termini dove, lo vediamo dalle citazioni, la filosofia politica tocca l'antropologia, l'estetica, la tattica politica tout court Prinzi radicalizza la pensabilità di due movimenti del mondo contemporaneo: il '68 e il movimento noglobal. Il bilancio di Prinzi di questi due movimenti non è però militante, nonostante la letteratura citata, ma antropologico politico: per lui la virtù dell'impazienza nel '68 si è stemperata, paradossalmente, nell'incapacità di costruire mediazione politica mentre, al contrario, nel movimento noglobal il pragmatismo ha accompagnato la dissoluzione di quest'esperienza. E' qui conseguente il recupero del concetto di impazienza in Lenin, via Pisariev, per accompagnarla a pieno titolo nella dimensione della virtù del dibattito filosofico-politico. Come comportamento, dispositivo antropologico, facoltà da temperare, alternando la capacità di mediare e quella di essere intransigenti, non entro un concetto aristotelico di bene non in una sfera comunitaria, sempre vicina al romanticismo sociologico, ma in una dimensione politica di rottura organizzata. E qui, gratta gratta, sotto Lenin trovi sempre Machiavelli altrimenti la virtù da antropologia politica non si fa mai politica. Non manca poi, in questa filosofia politica dell'impazienza, un confronto critico con le concezioni “desideranti” del movimento, emerse negli anni '70 e rielaborate tra la fine degli anni '90 e l'inizio degli anni zero. Critiche filologicamente corrette, mai urlate, in grado di contribuire ad aprire il dibattito aperto sugli esiti di quel filone di pensiero.

Il secondo capitolo de “sul buon uso dell'impazienza”, è dedicato alla questione mediale. O meglio, al fatto che per la virtù dell'impazienza la dimensione mediale non è tanto una questione tecnica di trasferimento dell'informazione, o l'ennesima critica ai processi di alienazione, ma un piano ineludibile del politico. Detto questo Prinzi entra direttamente nella rilettura di Debord: ne esce una dimensione mediale sia pervasiva che legata alla nuova fenomenologia del politico. Qualcosa di diverso dalla consueta concezione entropica dei media che, specie dai Commentari alla società dello spettacolo, si impone in modo spesso compulsivo. L'immediale, così lo chiama Prinzi, intreccio di medialità ed immediatezza di produzione di significato non è quindi l'ultimo stadio dell'alienazione del politico. Ma quello in cui si esercita la virtù dell'impazienza e il suo dispositivo di antropologia politica. Qui c'è probabilmente ancora da fare i conti con un concetto di alienazione che si rivela spesso un masso ostruttivo per comprendere come funzionano i processi di socializzazione tramite lo spettacolo e la comunicazione mediale. Infatti troviamo, nel testo di Prinzi, molto più Debord che media antropology. Ma, dal punto di vista teoretico, la strada del rapporto tra filosofia politica e media, intesi come piano ineludibile del politico, è stata tracciata. Il terzo capitolo, sul buon uso della facoltà di fare e porsi domande, in questo senso ha quindi davanti a sé una prospettiva che non è quella di una virtù legata ad un tradizionalismo politico, quello aristotelico, che cerca  perennemente di richiudere la classica forbice tra stato e società, in contesto ormai radicalmente mutato, né ad un comunitarismo che non riesce a dare risposte, neanche su sé stesso, in una società complessa. Siamo piuttosto di fronte a domande di una virtù di rottura del politico che ha chiaro il proprio dispositivo antropologico di impazienza e l'ineludibile incontro sul piano mediale, quello senza il quale la politica non è neanche pensabile.

Infine è da ricordare che il testo ha come sottotitolo “crisi, movimenti, organizzazione”. In questo senso un libro successivo, con al centro i dispositivi sistemici, le tecnologie politiche, la performatività delle tecnoscienze intrecciata alla finanza, in sostanza i ventricoli che compongono il cuore del potere, può rappresentare una utilissima prosecuzione per la messa a prova delle virtù dell'impazienza. Perchè senza pericolo non c'è virtù e più il pericolo è grande maggiore è la possibilità che la virtù diventi leggenda.

Per  Senza Soste, nique la police

15 aprile 2013

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Ultimo aggiornamento Martedì 16 Aprile 2013 19:38

Quel salto mortale nel buio. Recensione al libro di Alberto Bagnai

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Nel 1983 il manifesto bucò la notizia della morte di Piero Sraffa, rimediando poi maldestramente con un obituario di Federico Caffè che Sraffa, francamente, non comprendeva molto. Questo non fu un caso. I rapporti del giornale con l’economia critica sono, infatti, sempre stati tiepidi. Gli economisti critici tollerati, più che ricercati. A tutt’oggi le preferenze del giornale vanno più nella direzione della scuola di Caffè o di economisti “light” (“quelli che gli F35..”). Caffè era un valoroso compagno di strada del movimento operaio, ma non precisamente organico alla teoria critica dell’economia politica che pure dovrebbe essere cara alla tradizione intellettuale del giornale. Per Caffè la buona fede degli economisti di qualsiasi persuasione era fuori discussione, mentre per gli economisti “light” c’è sempre un’economia reale sana a cui si contrappone una finanza malvagia. Il lavoro analitico di distinzione fra teoria dominante e teoria critica è guardato con fastidio. Ambedue le visioni sono facilmente criticabili. Tutto questo dovrebbe essere analizzato nell’ambito del tormentato rapporto che la tradizione comunista italiana ha con l’economia politica, tradizione stretta fra il liberismo Amendoliano e la poetica Ingraiana. Sottolineata la distanza di Caffè dalla critica dell’economia politica, non ne va però sottaciuto il suo sforzo di riempire di riformismo pragmatico il vuoto che c’è nel mezzo.

Non sappiamo cosa Caffè avrebbe oggi suggerito al Paese a fronte di un’Europa che lo sta trascinando nel baratro. Sui limiti della costruzione europea, sulle tentazioni egemoni della Germania, e sulla necessità di salvaguardare gli interessi dei lavoratori del nostro Paese si veda, tuttavia, il bel saggio di Mario Tiberi “Federico Caffè e l’Unione europea” (scaricabile dai motori di ricerca).

Nell’autunno 2012 il manifesto ha bucato il libro di Alberto Bagnai, Il tramonto dell’euro (Imprimatur editore 414 pp, 17€).

Bagnai non è propriamente per storia e formazione un economista critico, ma neppure Keynes (si parva licet) lo era strettamente. E Bagnai è un genuino economista Keynesiano (con qualche piccolo inciampo). Il che significa avere nel cuore: (a) che è la domanda aggregata a determinare il livelli di produzione, nel breve come nel lungo periodo, e (b) che il sostegno alla domanda aggregata per un singolo paese si scontra col vincolo estero, ovvero con la necessità di finanziare un volume crescente di importazioni attraverso un corrispondente aumento delle esportazioni. La crescita implica dunque una espansione coordinata fra i diversi paesi che può svolgersi nel quadro di diversi sistemi monetari internazionali, purché ben congeniati, e l’euro non lo è. Bagnai non ha dubbi che la scelta dell’Italia di aderirvi sia stata sciagurata. Questa adesione e non una imprecisata finanza perversa è alla base della crisi europea (la finanza malvagia può spiegare Cipro, ma non il resto). Che la finanza sia da porre sotto controllo questo Bagnai non nega, ma che ciò sia sufficiente per uscire dalla crisi è una facile ricetta che egli lascia agli economisti “light” (“quelli che la Tobin tax…”). L’analisi dei movimenti di capitale dai paesi europei “core” verso quelli periferici, in linea con altre accreditate analisi della crisi (come quella dell’argentino Roberto Frenkel e, si parva licet, la mia) è invero centrale nell’analisi di Bagnai. Tali flussi hanno consentito uno sviluppo effimero in Spagna, Irlanda e Grecia sostenendo il modello mercantilista tedesco basato su compressione del mercato interno ed esportazioni. Lo scoppio delle bolle immobiliari nella periferia ha generato la crisi. L’economia italiana era già sofferente dalla continua erosione di competitività – i nostri sforzi di ridurre l’inflazione ai livelli target europei sono stati vanificati dal gioco sporco della Germania che li ha tenuti ancor più bassi. La gestione maldestra della crisi da parte delle autorità europee e l’austerità supinamente somministrataci dal governo Monti (e che ora Bersani paga cara) ci hanno ora collocato su un sentiero che dir rovinoso è un eufemismo.

Da genuino keynesiano, l’analisi di Bagnai è impietosa contro i luoghi comuni e il moralismo mal riposto che imperversa nella sinistra italiana a proposito, soprattutto, di debito pubblico ed Europa. Ne sappiamo qualcosa anche noi sin da quando all’inizio della crisi nel predisporre un documento per alcune associazioni denunciammo che in Europa c’era uno scontro fra interessi nazionali. Ci sentimmo tacciare di leso-Europeismo da ben noti collaboratori di questo giornale. Questi, pur non abbandonando le elegie del “più Europa”, come le chiama Bagnai, azzardano ora timide denunce del comportamento tedesco. A differenza di costoro, Bagnai non ha molte speranze in una qualche redenzione dell’Europa, ed ha ragione. Qui il punto è delicato. Dirlo apertamente vuol dire troncare quasi ogni interlocuzione politica a sinistra, anche perché una uscita dall’euro è nel novero delle cose che non si dicono ma si fanno. Ma è pur un bene che se ne parli, e in maniera documentata. Bagnai chiarisce che la rottura dell’euro non sarebbe quel “salto nel buio” che il “luogocomunista” di turno attribuiva su queste colonne (12/3/13) agli economisti di sinistra.

Il volume di Bagnai è ben scritto, documentato, di facile leggibilità e spesso godibile. Come nel caso della lunga citazione del discorso di Napolitano alla camera del 1979 contro l’adesione allo sistema monetario europeo, che è nei fatti una perorazione contro l’euro (suggerita probabilmente da Spaventa che, come spesso gli è accaduto, ha poi cambiato bandiera seguito a quanto pare dal Presidente). Encomiabile è l’assenza di anglicismi (Bagnai parla peraltro molte lingue) che invece flagellano, per esempio, il recente “Piano del lavoro” della CGIL  - in cui il tema europea non è affrontato, peraltro, in termini adeguati. Il volume è assai consigliabile per uso didattico all’università, ma anche per lavori di gruppo negli ultimi anni del liceo. Il mio unico appunto riguarda una scivolata anti-keynesiana in cui Bagnai talvolta incorre nel ritenere che i risparmi abbiano una esistenza autonoma rispetto agli investimenti, potendo essere eccessivi rispetto a questi. Per esempio dove sostiene che “E’ l’eccesso di risparmio globale che ha contribuito all’abbassamento del costo del denaro in tutto il mondo”. Questa è precisamente la tesi neoclassica di Bernanke della “congestione da risparmi”, criticata dagli economisti più genuinamente keynesiani i quali le hanno contrapposto la tesi della “congestione di liquidità” creata, peraltro, dal medesimo Presidente della Fed. Bagnai mi ha però detto che si tratta di una concessione al modo di pensare tradizionale a scopo didattico, e che rivedrà il punto in una seconda edizione.

Il volume di Bagnai è una ottima cronistoria degli errori del passato che, dallo SME al “divorzio” fra Banca d’Italia e Tesoro, ci hanno condotto alla Caporetto della moneta unica. I Cadorna sono i presunti eroi della sinistra, Ciampi, Andreatta, Prodi e Padoa-Schioppa. Senza un ripensamento critico di questo passato, riteniamo, essa non potrà maturare ricette efficaci per far uscire il paese da un destino che, al momento, appare, questo sì, buio. Il libro continua dunque a essere quanto mai attuale e una bussola nella presente fase di incertezza politica.

Sergio Cesaratto

tratto da http://www.sinistrainrete.info

6 aprile 2013

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Rock'n'Goal. Calcio e musica. Passioni pop

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RnG-coverSi vabbè, di Julio Iglesias (aaarghh!) portiere della giovanile del Real Madrid si sapeva. Come pure della fede nerazzurra di Luciano Ligabue, che ha omaggiato nel brano Una vita da mediano Gabriele Oriali, mitico calciatore dell’Inter, e di quella rossonera del grande Enzo Jannacci, che nel 1984 scrisse Mi-Mi-La-Lan, l’inno della squadra. Queste erano cose facili. Ma di Giorgio Chinaglia cantante in I’m Football Crazy o di Paul “Gazza” Gascoigne, che arriva nel 1990 al numero due delle classifiche inglesi con Fog on Tyne (revisited) eseguita insieme ai Lindisfarne, proprio no. E neppure di Flea tifoso dello Sheffield United e di Thomas Hassler, campione del mondo con la Germania nel 1990, fondatore dell’etichetta metal MTM Music. Per non parlare delle passioni punk di Stuart Psycho Pearce Pearce, (ex West Ham e Man-City, ora allenatore): “Sex Pistols, Stranglers, Stiff Little Fingers, giusto per fare dei nomi, un tipo che per pomparsi prima di scendere in campo si sparava White Riot dei Clash a tutto volume”, racconta Antonio Tony Face Bacciocchi (ex Not Moving) batterista, scrittore, produttore discografico e autore, con Alberto Galletti, di Rock’n’Goal, calcio e musica, passioni pop, Edizioni Vololibero (presentazione ufficiale il 10 aprile a Milano alla Libreria dello Sport): Un cuore calcistico che batte per il Cagliari, “passione nata da ragazzino, quando la squadra di Gigi Riva vinse nel 1970 il suo primo e unico scudetto e mai abbandonata”, e uno rock sintonizzato sui ritmi del british sound. Si tratta di un libro che racconta le infinite intersezioni tra calcio e musica, un’avventura iniziata presto e in un Paese considerato una delle patrie del calcio, il Brasile, “dove, nel 1919, Pixiguinha, uno dei più importanti autori di musica carioca del millennio scorso, scrisse lo strumentale 1×0 dedicato alla vittoria dei giallo-oro contro l’Uruguay”.

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 10 Aprile 2013 08:44 Leggi tutto...

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