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Che fanno “i nostri”? Lavorano… Una recensione del libro dei Clash City Workers

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È da molto tempo che non si vedeva un libro di analisi economica e delle classi in Italia scritto da un gruppo di giovani militanti. Dove sono i nostri, fatica dei Clash City Workers dato alle stampe da La casa Usher, meriterebbe già solo per questo d’essere presentato. Ma c’è decisamente di più. Intanto per come nasce. All’indomani delle due giornate di ottobre – 18 e 19 – che hanno visto entrare in scena un soggetto sociale e politico di inattesa composizione (sindacati di base, movimenti territoriali, occupanti di case, ecc); e dall’esigenza di “inquadrare” la novità, di individuarne le ragioni e le radici, per delineare i percorsi del suo possibile – terribilmente necessario – allargamento. In definitiva, nasce dall’esigenza di capire – appunto – “dove sono i nostri”, gli altri come noi, districandosi nella rete infinita di somiglianze e differenze che alla fine ci fanno essere – e sentire – tutti completamente soli.
 
Si parte però anche dalla presa di coscienza, quasi improvvisa, di un gruppo di attivisti politici addensatosi a partire dalle lotte universitarie di Napoli e “cresciuto”- anche anagraficamente – fino a scoprirsi parte di un mondo del lavoro con cui “il movimento” non aveva rapporti, né conoscenza, né proposte credibili di interazione conflittuale. Situazione apparentemente paradossale, perché tutti i giovani universitari – da che mondo è mondo – frequentano il circuito dei “lavoretti” precari. Il dato nuovo, esploso con evidenza soltanto all’alba del nuovo millennio, è che questa condizione lavorativa precaria è diventata la normalità di lunga durata, una irridente “stabilità precaria” che accomuna già ora generazioni diverse.
 
Per i compagni del Ccw è stato dunque stupefacente e inaccettabile che tutta la problematica legata al lavoro e ai suoi conflitti fosse vissuta come estranea o “aliena” nella “discussione di movimento”. Non che mancassero i riferimenti a come “il capitalismo” conquista e gestisce sia le nostre forze che le nostre vite; ma tra quelle discussioni e la vita reale di chi lavora non poteva essere riscontrata alcuna corrispondenza utile. Un deficit di concretezza e conoscenza. Insomma: per tanti compagni di questa generazione, spesso sul lavoro si è una cosa (un precario, subordinato, malpagato, individualizzato, senza organizzazione né rappresentanza collettiva), nel movimento un’altra (“attivista politico”, agente collettivo, antagonista, dentro una logica o – meglio – una pulsione di rovesciamento dell’esistente). Esistenza e coscienza separate. C’è qualcosa che non quadra, lo si sente a pelle…
 
Non sarebbe però bastata questa nuova consapevolezza per raggiungere i risultati analitici, teorici, programmatici esposti in 200 pagine mai “noiose”. Gli studi universitari erano evidentemente stati condotti con una certa cura, se il redattore collettivo ha potuto individuare fin da subito la centralità della contraddizione tra capitale e lavoro nel vivo della materia economica e sociale in cui siamo tutti immersi. L’affermazione sembra rimandare semplicemente a una tradizione filosofica precisa, ma è in realtà la chiave di volta per rovesciare la massa dei luoghi comuni – fasulli, incoerenti, questi sì “ideologici” – che ottundono da oltre un ventennio sia la “sinistra radicale senza radici sociali” sia l’”antagonismo comportamentale”, costringendole all’assenza di un qualsiasi progetto politico. A meno di non voler considerare tale la coazione a ripetere i “cartelli elettorali” o le “scadenze a raffica”.
 
Il rovesciamento è euristico, in primo luogo: “per capire com’è fatto il proletariato in Italia, dobbiamo spiegare com’è fatta la struttura produttiva italiana”. Niente “desideri”, nessuna autodefinizione soggettiva del “soggetto del cambiamento”, nessuna utopia fluttuante nel chiacchiericcio su “un altro mondo possibile”. È l’”essere sociale” che determina la coscienza, non viceversa. Questo è il mondo che c’è, questa la realtà che va cambiata. E la si può cambiare solo se la si è capita nei fondamentali.
 
C’è dunque la manifestazione di un sano metodo epistemologico per distinguere le “idee giuste” da quelle “sbagliate”: la corrispondenza delle idee all’”oggetto”, alla realtà concreta. Sembra una banalità, ma assumere questo atteggiamento scientificamente inappuntabile significa tagliare i ponti – senza rimorsi e con immense prospettive davanti – con una cultura politica (diciamo così…) per cui il “che fare” nasce come media delle opinioni espresse.
 
È dalla caduta del Muro, in pratica, che si “fa politica a sinistra” procedendo come un branco di cani che si annusano, si aggregano e – molto più spesso – si dividono cercando il baricentro al proprio interno, invece che nel rapporto materialistico con il reale; senza minimamente curarsi di verificare se la “posizione risultante dalla media delle opinioni” sia o no all’altezza del conflitto politico reale.
 
In molti casi viene chiamato anche “metodo della condivisione”, per il quale l’atto del “condividere” prevale appunto su ogni considerazione di “efficacia”; la quale ha l’indubbio pregio di mirare alla “risoluzione dei problemi”, scegliendo “la soluzione giusta”, ma anche il duro inconveniente di scontentare molti. Volendo scherzarci sopra, torna alla mente “La caffettiera” di Corrado Sannucci, scomparso pochi anni fa. Una canzone fulminante, in cui una coppia “politicamente corretta” dei primi anni ’70 risolve l’eterno dilemma tra efficacia e condivisione nel modo che segue:
 
Siamo andati in corteo / verso la caffettiera / al sole inneggiando / della rossa primavera / in cucina dallo scaffale / la macchinetta ho preso / mentre lei lacerava / la busta del caffè sfuso / scucchiava il macinato / mentre io l’acqua metto / quel tanto che non venga / né lungo né ristretto / quindi avvito i due pezzi / e vado al cucinino / quand’ecco lei mi porge / affabile, un cerino / insieme sulla fiammella / del gas, ancora fioca / noi, mano nella mano / mettiamo su la moka / e quando l’acqua ribolle / e fuori il caffè zampilla / nei cuori innamorati / s’accende una scintilla / il nostro rapporto è bello / teoricamente è giusto / e se il caffé è una schifezza / teoricamente è giusto”.
 
(http://www.youtube.com/watch?v=-yUs68DD-Wk)
 
Torniamo alle cose serie. I compagni di Ccw prendono i dati da dove sono, peraltro accessibili a tutti. Istat, indagini empiriche di grandi banche, istituzioni nazionali e organismi internazionali. E studiano, interrogano, elaborano. Con cautela, certo. Ma alcuni dati sono incontrovertibili. Per esempio: non c’è alcuna “deindustrializzazione” deducibile dalla diminuzione della quota di Pil accreditata all’”industria in senso stretto”, mentre cresce la quota ascritta ai “servizi”. Perché? Per un motivo banalmente concreto, mal tradotto in termini statistici: gran parte dell’aumento dei “servizi” è rappresentato dai “servizi all’industria”. Le aziende manifatturiere, specie le più grandi, delocalizzano, esternalizzano, “affidano” a terzi interi pezzi di ciclo produttivo. In molti casi senza spostare un bullone da dove è sempre stato. Ma una nuova società incaricata della “movimentazione” interna a uno stabilimento industriale – un’operazione indispensabile, parte integrante del ciclo – quasi sempre assorbe il personale che prima era calcolato in conto all’azienda, ma nel passaggio di consegne “svanisce” come “industria in senso stretto” per ricomparire magicamente sotto la voce “servizi all’industria”. Nella realtà di tutti i giorni non è cambiato nulla, nelle statistiche nazionali moltissimo.
 
Eppure stiamo parlando di un “luogo comune” condiviso da un Giavazzi come da un Toni Negri, da Rifondazione come dai “rivoluzionari cognitivi”. Un’ideologia vera, una “falsa coscienza” su cui non ci si interroga neppure più.
 
Ci sono certamente anche le chiusure vere e proprie, di stabilimenti grandi e piccoli, le fughe di intere linee di montaggio verso paesi dal costo del lavoro più basso, ecc. Ma è vero anche che sono in atto da qualche anno a questa parte, nei paesi “a capitalismo maturo”, processi di “rilocalizzazione industriale”; una reimportazione della produzione che era stata mandata via. L’esempio più noto è la vicenda Chrysler-Fiat, in cui l’America di Obama “incentiva” un’investimento “estero” per mantenere negli Usa una produzione definitivamente chiusa per fallimento.
 
C’è un prezzo da pagare, ovviamente. Ed è rappresentato dal dimezzamento netto dei livelli salariali. Vale per Chrysler nel Michigan, vale per Electrolux a Susegana e Porcia; varrà probabilmente per il “jobs act” renziano, cui Ricolfi su La Stampa ha offerto un “progetto chiavi in mano” per portare i salari italiani a 800 euro. A tempo pieno, otto ore al giorno, senza troppi “diritti”.
 
Non starò qui a darvi conto di tutti gli elementi d’analisi assolutamente decisivi “scoperti” dai compagni del Ccw. Potete leggere da soli il libro, vi sarà d’aiuto.
 
A me sembra però decisiva l’intenzione politica espressa senza riserve fin dall’introduzione:
 
“una volta capita la centralità della contraddizione capitale/lavoro e l’importanza di ragionare in termini di classe, […] bisogna capire come articolarla, differenziando il nostro intervento in base alle specificità di ogni settore, dando il giusto peso a ogni frazione del proletariato,[...] concentrandosi su alcuni punti politici accomunanti i diversi segmenti della forza-lavoro e stringendo così in un’unico fronte ciò che la borghesia ha scomposto”.
 
Viviamo in un’epoca di crisi globale, con venti di guerra altrettanto globali, con soggetti statuali o quasi-statuali (l’Unione Europea, per quel che tocca a noi) di dimensioni continentali. Lo spettacolo penoso che offre la “sinistra antagonista” – le soggettività che operano nella realtà pensando a un superamento del modo di produzione capitalistico, comunque inteso – è un reperto non glorioso di un’epoca ignobile. Da cancellare ieri, non “al più presto”.
 
Ma non c’è alcun appello possibile all’”unità” a prescindere. Nessuna mozione degli affetti che rinvii a un “dopo” imprecisabile il che fare ora. L’unità si costruisce nel conflitto, cercando insieme le “soluzioni efficaci”, progettando con gli occhi infissi sul “nemico”, non sui nostri “mi piacerebbe”. Soluzioni che non richiedono – ahinoi – una sempre auspicabile “condivisione”, ma soprattutto un’attenzione maniacale all’”analisi concreta della situazione concreta”, un “senso della realtà” che non si inventa. Senza alcun “individualismo” di figura professionale, collettivo politico, gruppo o gruppetto, parzialità settoriale. Se “l’idea vincente” viene dall’elaborazione collettiva, da un piccolo gruppo, da un singolo colpito dalla Nottola di Minerva… non è importante. Non si scrive “Hey Joe” o “La Nona” mettendo d’accordo un milione di “opinioni”.
 
Per questo, “Dove sono i nostri?”, è una domanda che cambia drasticamente la prospettiva politica. Potremmo scoprire che quello che ancora ieri – magari persino in sede di prima presentazione del libro – sembrava a noi vicinissimo “nell’antagonismo al sistema”, sia in realtà un pezzo di passato dannato dalla coazione a ripetere (vecchi discorsi, antiche ossessioni, stanche liturgie); mentre ciò che appariva addirittura “inavvicinabile” – come i lavoratori di ogni ordine e genere – si palesa come la materia sociale con cui il futuro viene costruito. Consapevolmente.
 
p.s. Dimenticavo. Sul piano teorico (o filosofico) tutto ciò implica l’abbandono del “pensiero a rete” e la riconquista – faticosa, certo – del “pensiero ad albero”. Meditate, gente, non può che far bene…
 
Francesco Piccioni
 
tratto dal blog TempoReale
 
 
marzo 2014
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La grande bellezza. I telefoni bianchi di Matteo Renzi?

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Alla domanda se un film come La grande bellezza rappresenti un futuro genere "telefoni bianchi" per il cinema renziano, non si può che rispondere di no.

Il primo è un motivo stilistico: il film di Sorrentino altro non è che un riuscito, sul piano dello spot, tentativo di vendere l'esportazione della formalizzazione della decadenza di tanti ambienti della capitale. Il renzismo può guardare a una propaganda euforica ed elementare passando, per processi di astrazione, dalla battaglia del grano a quella del Pil.

Certo, alla scuola di Siracusa si è cominciato bene, con quel coro per il presidente, composto e intonato da tutta la scuola e dedicato a Matteo Renzi.
II secondo è un motivo legato alla libertà di critica. "La casa del peccato", uno dei film del genere dei telefoni bianchi (quello che al regime dava immagine di modernità) , fu liberamente recensito e biasimato dalla critica fascista (vedi Cipriano Giachetti, Film, 1939) persino con attenzione ai "migliori modelli cosmpoliti" (in piene leggi razziali).

Nell'Italia democratica e renziana, rafforzata dalla pratica delle primarie, quando si presenta un film va in onda il boato, l'elogio, il coro, la sterminata partecipazione all'applauso. Con i media più vicini al presidente, Tg3 e Unità, scatenati nel coro, altro che libertà di critica di Cipriano Giachetti. Del resto se la dittatura è la misura dell'oppressione, e i libri dei dissidenti esposti in libreria il segno di una certa libertà, abbiamo avuto una Grecia dei colonnelli dove nelle librerie si trovava Marx e abbiamo un'Italia renziana e democratica dove i libri critici in esposizione non arrivano a causa della distribuzione, pardon, del mercato.

Ecco quindi una stroncatura de La grande bellezza. Il giudizio ai lettori. Sicuramente non la troverete su l'Unità, giornale fondato da Antonio Gramsci e affondato a suo tempo da Concita De Gregorio, talmente schierata da impallidire di fronte al pluralismo presente in Critica Fascista di Bottai. Per non parlare di Repubblica che, per assurdo, se arrivasse un nuovo Mussolini, questi non avrebbe nemmeno bisogno di cambiare direttore, tanto il riallineamento al potere arriverebbe in automatico. Redazione - 6 marzo 2014

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La Grande Bellezza: un piccolo Gatsby

di Nicola Lagioia

minimaetmoralia.it

toniservillo-la-grande-bellezzaSe avete voglia di spendere 10 euro e 50 per assistere a un videogioco di due ore e mezza che avete visto cento volte gratis quando, vagando in rete, avete cliccato per sbaglio sul banner di Prada o di Sotheby’s Realty (immobili di pregio), potete seguire il mio esempio e andarvi a vedere la versione in 3D del Grande Gatsby firmata da Baz Luhrmann.
 
Se invece una simile esperienza di ascesi per principianti (a un quarto d’ora dall’inizio del film starete già pensando a tutto ciò che non accade sullo schermo) volete viverla per soli sei euro il mercoledì sera, potete fare sempre come me e dedicare la vostra delusione settimanale alla Grande Bellezza di Paolo Sorrentino.

Avevo enormi aspettative su questo film sin da quando doveva farlo Matteo Garrone, e aveva ingaggiato Walter Siti (incontrato dal sottoscritto un mercoledì sera di qualche tempo fa al rione Monti, scuro in volto a causa del progetto sfumato) per scrivere un film su Fabrizio Corona che era poi un parlare per slogan a proposito del film sull’Italia cafonal di questi anni che nessuno aveva ancora realizzato. Quando il progetto naufragò, Garrone ne imputò in via ufficiale il fallimento all’impossibilità di trasporre cinematograficamente una realtà la cui autorappresentazione (da Dagospia a Porta a Porta ai festini della Regione Lazio) era ed è talmente potente e pervasiva da non poter essere guardata (e dunque modificata) da un occhio che non fosse già il proprio. Nell’epoca in cui l’ufficialità del Parlamento o delle prime serate tv sembrano usciti da un servizio di Terry Richardson o da un disegno di Mannelli senza che né Richardson né Mannelli abbiano mosso un dito, cos’altro vuoi inventarti? Questa, in sintesi, la tesi di Garrone mentre andava preparandosi per Reality.

Verrebbe voglia di dare ragione al regista di Gomorra vedendo il film di Sorrentino (un trailer lungo quasi due ore e mezza, noia e piattezza elevati a big professionismo, annegato per tre quarti nell’autocompiacimento e in tutto ciò che può essere preso in prestito da un bello spot Jägermeister girato tra villa Medici e il Lungotevere degli Anguillara, il resto è vero talento) se non fosse che l’arte – romanzesca, cinematografica, pittorica, teatrale – è sempre più in gamba della realtà che le sta intorno. Quando è ispirata e ne ha la forza, è capace di digerire tutta ma proprio tutta la stupidità del proprio tempo restituendola ai nostri occhi firmata Ernst Lubitsch (To Be or Not to Be) per non tacere di Luis Buñuel.

Se La Grande Bellezza è il brutto film di un regista di talento, dipende allora da un altro problema.

La storia è ridotta all’osso: Jep Gambardella, giornalista in dissipatio con un passato da scrittore (pericoloso speculare del Marcello Rubini felliniano che rimanda sempre a domani il primo romanzo e scrive intanto pezzi scandalistici) nuota con disincanto nella mondanità romana ridotta a radical trash. Fine. Non è tuttavia la quasi assenza di una trama a dilatare in modo micidiale queste due ore nella movimentazione dei 485 minuti di Empire (il film in cui Andy Warhol si limitava a inquadrare l’Empire State Building dalle otto di sera alle tre meno un quarto del mattino ottenendo con semplicità l’effetto identico-a-sé-stesso la cui conquista a Toni Servillo costa al contrario un massacrante facchinaggio per tutte le feste mondane della capitale), dal momento che Roma di Fellini una trama ce l’aveva per esempio ancora meno, così come oggi a una storia vera e propria storia possono tranquillamente rinunciare il Pietro Marcello della Bocca del lupo o il Michelangelo Frammartino delle Quattro volte, sempre che non vogliate andare all’estero e rituffarvi nel Paranoid Park di Gus van Sant o nel magnifico Sole fuori e dentro l’Ermitage di Aleksandr Sokurov.

L’errore – come accade a volte ai talentuosi – è simile a chi voglia scrivere un romanzo su madame Bovary (Flaubert e il suo desiderio di scrivere un libro sul nulla è continuamente citato da Servillo-Gambardella) e finisce per scrivere il romanzo di madame Bovary. Non cioè come l’avrebbe scritto Gustave ma Emma (il primo può dire della seconda c’est moi ma il contrario risulterebbe rovinoso).

La grande bellezza è allora lo strano caso di una sindrome di Stoccolma rovesciata. Il rapitore si lascia ipnotizzare dal rapito. Non è in definitiva il film di Paolo Sorrentino che prende il punto di vista di Marta Marzotto e Belen Rodriguez e Stefano Ricucci e Roberto D’Agostino e Roy De Vita e Barbara Palombelli e Fabrizio Corona e il cardinal Ruini, ma l’opera di Marta Marzotto e Roberto D’Agostino che invece di fare Mutande pazze si ritrovano magicamente con la bella fotografia  e la capacità tecnica di realizzare un piano sequenza proprio come lo farebbe Sorrentino, messo al servizio tuttavia sempre di Mutande pazze con pretese di autorialità.

Ecco allora a inizio film la stessa ma proprio la stessa epigrafe di Céline che da ragazzi ricopiavamo sul diario del liceo (“Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica…”) Ecco Toni Servillo che interpreta Toni Servillo che interpreta Jep Gambardella. Ecco il povero Roberto Herlitzka costretto a rifare un brutto se stesso nei panni di un cardinale con la fissa della gastronomia (è pur sempre il grande attore di teatro prestato al cinema per come lo immaginerebbe la moglie di un qualunque sindaco di Roma in area PD non dopo averlo visto effettivamente recitare a teatro ma dopo averne letto un’intervista su «Io Donna» e sulla base di questa aver modificato la percezione teatrale effettivamente consumata all’Argentina).

Ecco un’estetica della città patinatissima, in fin dei conti vuota in sé ma non nella restituzione di un’idea di vuoto (cioè il contrario richiesto a un film del genere), un’estetica che avrebbe forse in Leni Riefenstahl il suo modello alto ma poi finisce per ridursi a videoclip o forse meglio a un saggio davvero molto buono di videoarte sponsorizzata da una casa di moda (la cui responsabilità nell’attrarre prima e poi sottrarre senso agli occhi dei registi non è stata in questi anni abbastanza indagata).

Ecco l’elaboratissima superficialità di certa Chiesa restituita con elementare superficialità. Ecco, soprattutto, l’assenza totale di Roma, il cui vuoto pneumatico è purtroppo anche questo preso a prestito da una qualunque Dagospia (che batte il film poiché finisce per imporsi come l’originale da cui far scendere l’operazione di secondo grado), dimenticando che il cinismo e il nichilismo secolari della città sono più vasti e potenti e interessanti di quanto possa contenerne un sito internet o le pagine di «Chi». Bisogna farsi attraversare da Roma, e amarla per poi farsi tradire e fottere (o il difficilissimo e sublime opposto: farsi amare e tradirla sul più bello) per poter raccontare qualcosa di questo enorme e bellissimo e orrendo crollante mondo urbano.

Unica a salvarsi: Sabrina Ferilli. Nell’interpretazione del suo personaggio (una spogliarellista in avanti con gli anni) c’è qualcosa di autenticamente doloroso, forse anche di disperato, qualcosa che a un certo punto sembra non riguardare più solo il suo personaggio, tanto che verrebbe voglia di mollare Servillo e i suoi doppi e seguire solo lei.

A questo punto i veri cinici – in rete, sui giornali, nei circoli cinefili – iniziano a dire che Paolo Sorrentino è finito. Stupidaggine anche questa. Non è affatto la mia opinione. Io spero che un regista dotato e ambizioso come lui abbia invece appena iniziato (dal fallimento forse anche fisiologico dell’ultima parte di quella precedente) la sua seconda vita. C’è chi riesce a smarcarsi appena in tempo, ma anche i migliori cadono in questo genere di buche (ricordate Fuoco cammina con me di Lynch?)

L’immaginario nato fresco con L’uomo in più, rafforzato con Le conseguenze dell’amore, volante sulle stampelle della biopic del Divo, è crollato totalmente trasformandosi in maniera pura ne La grande bellezza. Un film molto brutto di un bravo regista il cui futuro (al contrario di Gambardella) non è alle spalle ma davanti, se davvero avrà il coraggio di inseguirlo.

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Ultimo aggiornamento Giovedì 06 Marzo 2014 14:30

Dove sono i nostri. Lavoro, classe e movimenti nell'Italia della crisi

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Ecco il nostro primo libro.
Parla di com'è fatta la classe nell'Italia di oggi.
Parla di lavoratori, disoccupati, precari, studenti, e di tutte quelle figure che fanno il proletariato contemporaneo.
Ma, soprattutto, è un libro che serve per l'azione.
E' uno strumento per conoscere e intervenire sulla realtà.
E magari cambiarla!

A breve in disponibile in tutte le librerie d'Italia e per l'acquisto nelle librerie on-line.

Intanto se vuoi acquistarlo, avere maggiori info, organizzare una presentazione, clicca qui.

la quarta di copertina

Uno spettro si aggira per l’Europa diceva qualcuno parlando dei proletari e delle loro istanze. Questa presenza spettrale – nel senso di pervasiva e inquietante – ha assunto oggi, nel discorso comune, dei media, della politica, una curvatura differente: la classe che vive di lavoro e le sue lotte sono diventate “spettrali” in quanto evanescenti, fantasmatiche, quasi invisibili. Non per questo sono però inesistenti, anzi: mai come negli “anni della Crisi”, il conflitto tra capitale e lavoro si è fatto così aspro e serrato.
Con lo sguardo rivolto a questo campo di battaglia, questo libro vuole raccontare, con rigore e accuratezza scientifica, com’è fatto il proletariato nell’Italia di oggi. A partire da un’analisi della struttura produttiva del nostro Paese, capiremo non solo come si produce la ricchezza, ma chi la produce, quali sono state le trasformazioni più significative del mondo del lavoro negli ultimi decenni e quali le linee di tendenza per il prossimo futuro.
Chi sono i nostri? E dove sono? Lavoratori dipendenti, parasubordinati, produttivi e improduttivi, “finte” partite iva, Neet, immigrati: manifestazioni differenti dello stesso fenomeno, etichette e catalogazioni – molte delle quali imprecise e da sfatare – che spesso servono a frammentare ciò che in realtà è unito da interessi comuni e simili ritmi di vita.
In questa fase delicata, di passaggio, per l’Italia – e per il mondo – è necessario pensare a modelli organizzativi adeguati alla struttura del capitale. Dall’altra parte della barricata lo stanno già facendo. Ora tocca a noi.

TRATTO DA http://clashcityworkers.org

- clicca qui per leggere anteprima di indice e introduzione

Calendario presentazioni

Sabato 8 Marzo - ore 17
[Roma] Lucernario Occupato (via delle Scienze 1) Domenica 16 Marzo - ore 19
[Cava de'Tirreni - Sa] Spazio sociale Ipazia (Via Balzico n.78) Martedì 18 Marzo - ore 17
[Napoli] Aula Magna Matteo Ripa, Palazzo Giusso, Università l'Orientale Sabato 29 Marzo - ore 17
[Milano] CSA Vittoria (Via Muratori 43) Mercoledì 16 Aprile - ore 21
[Firenze] Santa Verdiana, Facoltà di Architettura

nell'ambito del cilclo di seminari "La classe non è acqua"

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Mario Giaconi: Il Subbuteo che volò col libeccio

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CopertinaSubbuteoUn nuovo romanzo made in Leghorn, esordio letterario di Mario Giaconi, l'eterno ragazzo di Piazza Magenta.

Ognuno di noi ha un suo personale cassetto all'interno del quale riporre effetti personali, ricordi, sogni. Molto spesso libri. Sì, libri, probabilmente romanzi, perché in fondo ognuno di noi ha qualcosa da raccontare. Libri, nonostante il web, nonostante i blog, nonostante le pagine personali dei social network. Perché il libro (come contenitore organizzato, a prescindere che prenda poi forma in un supporto fisico, la carta, o resti in forma digitale) resta sempre e comunque differente. A Livorno negli ultimi anni sono in tanti ad essersi confrontati come autori con la forma libro, saggi ma anche racconti e romanzi che hanno indirettamente o meno narrato pezzi di passato, di presente e di futuro di questa città: Daniele Cerrai, Aldo Galeazzi, Emiliano Dominici, David Marsili, Simone Lenzi. A loro si aggiunge anche Mario Giaconi, livornese classe 1970, cresciuto in Piazza Magenta (ovvero Piazza della Vittoria), di professione maestro elementare a Portoferraio (Isola d'Elba), volontario della Misericordia, da sempre tifoso della maglia amaranto ma anche e soprattutto in questo caso grande appassionato di Subbuteo, il gioco da tavolo con miniature (nato in Gran Bretagna nel dopoguerra) che riproduce e simula il calcio.

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Ultimo aggiornamento Domenica 02 Marzo 2014 15:00 Leggi tutto...

Fame d'aria, al Refugio un festival sull'emergenza espressiva

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fame-d-aria-fronte1-687x1024L'ultimo fine settimana di questo mese il Teatrofficina Refugio apre le sue porte alle espressioni artistiche accomunate dal concetto di emergenza: espressioni per lo più estemporanee, caratterizzate comunque dall'urgenza di raccontare le ingiustizie, le disparità e le incongruenze sociali e politiche del nostro quotidiano. Il festival di tre giorni, Fame d'aria prende il suo nome dal concetto di affanno e mancanza di respiro, la patologia di chi non riesce a far entrare ossigeno nei polmoni con il conseguente senso di oppressione e mancamento, e strizza l'occhio all'espressione artistica impegnata e immediata intesa come vera e propria boccata d'aria sullo sfondo di desueti e consunti discorsi dominanti. Da anni il Teatrofficina Refugio, generalmente in occasione di Effetto Venezia, quando è naturalmente più intensa l'affluenza sui canali, porta avanti un lavoro di scrittura e messa in scena espressa, costruendo vere e proprie azioni teatrali volte in ultima analisi alla sensibilizzazione degli spettatori circa questioni brucianti come l'emergenza abitativa e la speculazione edilizia, i disastri ambientali, la speculazione finanziaria. Per spiegare meglio il concetto di quello che prende il nome di Teatro d'Emergenza il collettivo ha redatto un Manifesto che verrà declamato ogni sera prima dello spettacolo delle 22. Anche le attività formative, laboratori e conferenze, e quelle performative, rispondono quindi, questo mese a varie "emergenze": per l'Emergenza contemporanea, lo spazio del foyer sarà occupato dai lavori di Manuela Sagona, artista figurativa dell'Atelier Blu Cammello che da anni partecipa a esposizioni collettive in tutta Europa. Nel pomeriggio di giovedì alle 16.30 la cantante sperimentale Marina Mouloupolus (che ha all'attivo collaborazioni con progetti quali Almamegretta, Autobam e Tilak) terrà un laboratorio gratuito sull'emergenza vocale; dopo l'aperitivo e la presentazione ufficiale alle 22 del Manifesto del Teatro d'Emergenza, sarà il momento dell'Emergenza narrativa e Francesca Pompeo porterà in scena "Non sono stato io", una pièce scritta da Tommaso Triolo e Matteo Visconti, per la regia di Letizia Pardi, un lavoro di denuncia contro certi stereotipi pedagogici che resistono tenacemente nelle nostre scuole. Venerdì 28, a partire dalle 18, Alessandra Falca terrà il laboratorio sulla Canzone d'emergenza, e spiegherà ai partecipanti come si scrive e interpreta una canzone "qunado ce n'é bisogno". Per l'Emergenza poetica, alle 22, il palco del TOR ospiterà il poeta Andrea Inglese, professore di lingua e letteratura italiana all'università della Sorbonne, che accompagnato da Sara dei Vetri al pianoforte, offrirà un reading del suo libro "Commiato da Andromeda", pubblicato dalla casa editrice Valigie Rosse. Sabato 1 marzo, alle 18, Lamberto Giannini, impegnato da sempre nel mondo dell'insegnamento e dei laboratori teatrali per soggetti disabili, racconterà al pubblico dell'emergenza teatrale e della marginalità sociale. Alle 19 è previsto invece un confronto con il collettivo del Teatro Rossi Aperto di Pisa, per parlare dell' emergenza degli spazi culturali. La sera, alle 22 per Emergenza della memoria andrà in scena uno studio di "Insabbiati", il nuovo spettacolo dell'attrice pisana Valentina Bischi e a seguire, alle 22.30, sotto la voce Emergenza Terra, "Il fantoccio meccanico" la proposta liberamente ispirata a Furore di John Steinbeck, di Emiliano Terreni, Davide Cecconi e Giovanni Pandolfini, del gruppo Teatro Libertario Contadino, una performance per attori orto e viticoltori e il duo country-blues Foneno.
Tutte le sere l'aftershow, alle 23 circa, sarà dedicato al Piano d'emergenza, il piano del Teatrofficina Refugio suonato dal vivo, giovedì sera da Damiano Afrifa, e venerdì e sabato, da Claudio Laucci, accompagnato da Mattia Donati (chitarra e voce) e da Giulio Boschi (contrabbasso).

Per Senza Soste, Vita Fini Rognoni

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