Il racconto dei detenuti politici di Robben Island, il terribile carcere del regime razzista sudafricano, con il loro amore per il pallone, arriva finalmente in Italia, a pochi mesi dai primi Campionati mondali di calcio nel continente africano. Titolo originale More than just a game, edizioni Collins. Sudafrica, 1960. Il regime instaurato dal Partito nazionalista sudafricano ha appena aperto il fuoco su una folla di manifestanti neri dichiarando guerra a qualsiasi opposizione politica. E' in questi anni di lotta e repressione che prende le mosse Molto più di un gioco,la vera storia di chi, per aver combattuto contro l'apartheid, si è trovato scaraventato su un'isoletta piatta e brulla in mezzo alla baia di Cape Town: l'isola-carcere di Robben Island. Circondati dall'oceano e isolati dal mondo, spogliati di ogni diritto, i detenuti di Robben Island hanno imparato non solo a convivere col carcere duro e col lavoro forzato, ma anche a riappropriarsi della propria dignità e a proseguire la battaglia contro il sistema: Grazie a un pallone e all’amore per il calcio. Un libro per credere ancora nella magia e nel valore dello sport. Prefazione di Gianni Rivera.VISIONI SUONI LETTURE
Libro: Molto più di un gioco. Il calcio contro l'apartheid (2010)
Il racconto dei detenuti politici di Robben Island, il terribile carcere del regime razzista sudafricano, con il loro amore per il pallone, arriva finalmente in Italia, a pochi mesi dai primi Campionati mondali di calcio nel continente africano. Titolo originale More than just a game, edizioni Collins. Sudafrica, 1960. Il regime instaurato dal Partito nazionalista sudafricano ha appena aperto il fuoco su una folla di manifestanti neri dichiarando guerra a qualsiasi opposizione politica. E' in questi anni di lotta e repressione che prende le mosse Molto più di un gioco,la vera storia di chi, per aver combattuto contro l'apartheid, si è trovato scaraventato su un'isoletta piatta e brulla in mezzo alla baia di Cape Town: l'isola-carcere di Robben Island. Circondati dall'oceano e isolati dal mondo, spogliati di ogni diritto, i detenuti di Robben Island hanno imparato non solo a convivere col carcere duro e col lavoro forzato, ma anche a riappropriarsi della propria dignità e a proseguire la battaglia contro il sistema: Grazie a un pallone e all’amore per il calcio. Un libro per credere ancora nella magia e nel valore dello sport. Prefazione di Gianni Rivera.Videoclip: Perturbazione - Mao Zeitung
Capita di raccontare un video in modo formale, di concentrare l’attenzione sui motivi che ne hanno spinto l’ispirazione, di studiare la sintassi del montaggio, di cogliere i referenti. Capita di analizzare con distacco. Del resto è quello che richiede la critica, se ti va bene. O la scrittura, semplicemente, se ti va di lusso.
E capita di innamorarti, di avere fiducia, di sapere cosa puoi aspettarti senza aspettartelo. Questo non vuol dire non essere obiettivi, poi. La fiducia la riponi nello spazio che scegli o che ti sceglie, e c’è sempre un motivo per alimentarla. E’ questione di testa e cuore. Una questione complessa, perché forte e ostinata come il flusso di un fiume che non si asciuga, semmai straripa.
Capita che scrivere di un video non sia semplice. Eppure il video è semplice. Capita che sia solo importante consigliare di guardarlo. Anche a chi non ne sa nulla. Anche se tu ne sai di più. Di un garage ermetico, della storia di quei cinesi che diventano i Perturbazione, del tavolino di un bar dove hai mangiato, del gattino e della scatola dietro una poltroncina, delle nuvole grigie e basse di maggio, della sincerità. Storie dentro storie che puoi capire solo se la smetti di infilarti il vestito snob dell’indie iperstrutturato!
Film: La banda del brasiliano (2010)
Un gruppo di criminali armati di pistola con il viso coperto da un passamontagna. Potrebbe essere l’immagine-simbolo di un qualsiasi poliziesco anni Settanta, invece è la locandina di «La banda del Brasiliano», primo lungometraggio del collettivo pratese John Snellinberg, in vendita in dvd dall’8 giugno per la CG Home Video. Un omaggio a pellicole come «La banda del gobbo» e «La banda del trucido», che molti ricorderanno per il personaggio di Er Monnezza. Ma al tempo stesso un’opera su uno dei temi d’attualità più discussi degli ultimi tempi: il precariato. Protagonisti, quattro amici sulla trentina, tutti senza posto fisso né certezze professionali e con in testa una missione: rapire i cinquantenni, individuati come i principali responsabili della diffusione del precariato nella società.Libro: Eroi di Carta (2010)
Bisogna leggere due volte tutti gli scrittori, buoni e cattivi. Si riconosceranno i primi, si smaschereranno i secondi». Si comincia così, con una velenosa citazione di Karl Kraus, e si capisce subito dove si va a parare. Il Berlusconi che teme gli effetti negativi di Gomorra e l’Emilio Fede che pensa di Saviano quel che Bersani dice della Gelmini al confronto sono dilettanti allo sbaraglio.La stroncatura più impietosa che mai sia stata scritta del libro che ha fatto gridare al miracolo editoriale porta la firma di Alessandro Dal Lago, studioso dei processi culturali, sociologo che più di sinistra non si può. Suo un pamphlet dal titolo inequivocabile: Eroi di carta. E come se non bastasse, la casa editrice è quella del «manifesto». Dunque, questa volta c’è poco da sospettare. L’attacco diretto all’icona della letteratura impegnata non genera né dall’emotività politica, né dal narcisismo professionale. Questa volta la censura è ideologica, totale, argutamente motivata. E viene da sinistra; da quella sinistra colta e elitaria che ha preferito Bertold Brecht a Eugène Sue, Adorno a Andy Warhol; da quella sinistra che un tempo odiava tutto ciò che era nazional-popolare e ora mal digerisce tutto ciò che è nazional-mediatico.
Approfondimento: La Paura di Pippo Delbono
Nel 2009 il “Pocket Film Festival” di Parigi (*), commissiona all’attore e regista Pippo Delbono la realizzazione di un lungometraggio da girare esclusivamente con un videofonino….“..Voglio comunicare, riuscire a trovare la poesia in cose estremamente semplici. L’eccesso di mediazione mi dà fastidio; è la poesia secondo me che salva..”[1]
Parole di Pippo Delbono. Parole dette più di dieci anni fa in occasione di un’intervista sul suo ultimo spettacolo, Guerra [2] (1998), da cui, qualche anno più tardi (2003), trarrà il suo primo e omonimo lungometraggio[3]. Quasi una dichiarazione d’intenti per uno stile cinematografico che tragga linfa vitale da quello teatrale, che scavi a fondo nelle immagini del reale, senza indugio e mediazioni, capace di portare a galla la poesia (spesso sgradevole e brutale ) sotterrata da anni d’approssimazione mediatica.
Non c’è da stupirsi, quindi, se l’ultimo film di Pippo Delbono, La Paura (2009)[4], rappresenti una sorta di punto di arrivo; una sintesi perfetta di un percorso artistico che è sempre alla ricerca di emozioni profonde ed essenziali. Delbono, come Pasolini, trova nel cinema quella dimensione onirica capace di superare i limiti di tempo-luogo-spazio imposti dal teatro.
Film e spettacolo s’intersecano in una danza di stimolazione reciproca, alimentandosi a vicenda di spunti e riflessioni comuni. Il Delbono che vaga per la città armato di un videofonino, ricorda il Delbono ammiccante e cinico che fotografa il pubblico in sala nel suo ultimo spettacolo, La Menzogna (2008)[5]; Il teatro entra dentro il cinema, con l’inserimento o la rielaborazione di quadri scenici nella narrazione filmica, ed il cinema entra dentro il teatro, con proiezioni apposite ed una tipologia di montaggio di situazioni che ricorda quello fatto con la pellicola.
Il filo rosso che lega la filmografia e la teatrografia dell’autore è quindi evidente.
Tornando al film in questione, Maurizio Buquicchio, nel saggio “La Paura di Pippo Delbono. Soliloquio in videochiamata”[6], mette in relazione “l’occhio fuori dagli schemi” dell’autore del film, con quello privo di nessun tipo di logica compositiva o prospettica, che guidava il Super 8 di Stan Brakhage, uno dei più grandi cineasti underground.
L’immagine fredda, scarna e impersonale del cellulare di Delbono assorbe come una spugna le escrezioni di un mondo putrescente, gli orrori e i paradossi di una società diseguale e dominata dalla paura[7].
I settanta minuti del film riescono a sintetizzare due modelli sperimentali: quello espressionista e caldo del corpo e dei sensi, e quello costruttivista e freddo dello spazio circostante.
Come un moderno flâneur, il regista (e operatore) vaga per la città alla ricerca di contenuti da fissare sul supporto, celandosi ,questa volta, dietro lo strumento di ripresa e affidando alla sua voce e ad alcune parti del corpo (il suo“mostruoso” ventre che si gonfia e si contrae), la presenza fisica dell’autore all’interno del film. Lo sguardo disilluso e poetico del Grido (precedente film del 2006)[8], che accompagnava Bobò (l’attore microcefalo entrato nella vita di Delbono da ormai 15 anni) nel suo “ritorno alle origini” è evoluto e cresciuto verso un analisi cinica e diretta delle brutture reali: paradossi mediatici, abbandono, disperazione, razzismo, urlo, silenzio e gente di plastica.
L’immagine prodotta dal videofonino è scarna e livida, quasi cadaverica ma invadente.Significativa, in tal senso, è la sequenza del funerale di Abdul, ragazzo di colore giustiziato a Milano per aver rubato una manciata di biscotti, in cui Delbono riprende la funzione funebre, evidenziando, con commenti graffianti, l’assenza delle istituzioni e definendo, a gran voce, il nostro paese “Fascista” e “Razzista”. La curiosità della situazione risiede nelle reazioni dei presenti (forze dell’ordine e semplici cittadini) che invitano “l’invadente” operatore a non peggiorare la situazione; l’uso del videofonino, e non di una videocamera televisiva, crea, paradossalmente, un senso di fastidio maggiore, come se l’unica forma di documentazione accettata fosse solo quella istituzionale del piccolo schermo.
Seppure scarno, stilisticamente, privo di filtri, il film si avvale di un montaggio concepito secondo principi affini a quelli del montaggio intellettuale[9].
Se dal punto di vista delle riprese, il film si lega ad una tradizione quasi documentaristica, in fase di post-produzione si crea un prodotto estremamente ibrido.
Utilizzando un linguaggio metaforico e analogico, alle immagini scarne ma definite (il modello di videocellulare proposto a Delbono ha una buona risoluzione) viene spesso associato un contrappunto musicale che crea una sorta di “videoclip emozionale”; la scelta delle inquadrature, inoltre, denota scelte stilistiche ben precise, mai casuali; un occhio che, nonostante si mascheri di apparente casualità, è dotato di un alto senso estetico. L’originalità e la qualità del prodotto finale è indubbia, ma sorge spontanea una riflessione: data la buona qualità del mezzo utilizzato e gli ottimi spunti dell’autore in fase di ripresa, se fossimo all’oscuro dell’operazione (commissionata a Delbono dal “Pocket Films festival”[10]) legata allo sfruttamento delle capacità del videofonino, La Paura rientrerebbe alla perfezione nel modello di quel cinema “sporco” che cerca volutamente l’imperfezione stilistica. La distribuzione su pellicola, infine, amplifica l’incertezza e il dubbio sulla reale esistenza dello specifico tecnico di questo strumento, capace di avvicinarsi e allontanarsi dalla realtà circostante, documentando e decostruendo corpi e situazioni, affermando e negando allo stesso tempo la “paternità” delle immagini stesse.
Concludendo, quello del video-fonino, è un territorio troppo spesso sottovalutato, che sale alla ribalta, nella maggior parte dei casi, solo come strumento che documenta atti di bullismo o porno-amatoriali, ideale appendice malata di un sistema ormai alla deriva.
La realtà è che, forse, è più semplice banalizzare un mezzo, piuttosto che valorizzarlo nella sua “pericolosa” potenza espressiva, è più semplice renderlo inerme e relegarlo, senza appello, a semplice strumento per consumare merce.
Tutto si riprende e tutto si distrugge…ma solo fino alla prossima chiamata.
per senzasoste.it
Jacques Bonhomme
30 maggio 2010
[1] PIPPO DELBONO, La guerra di Pippo Delbono, conversazione con Oliviero Ponte di Pino, il manifesto, luglio 1998
[2] Guerra, regia di Pippo Delbono, Debutto: 10/11/1998 - Milano - CRT TEATRO DELL'ARTE
[3] PIPPO DELBONO, Guerra, Italia, 2003, 61 minuti
[4] PIPPO DELBONO, La Paura, Italia/Francia, 2009, 66 minuti
[5] La menzogna, regia di Pippo Delbono, Debutto: 21/10/2008 - Torino - Fonderie Limone
[6], I film in tasca. Videofonino cinema e televisione, a cura di M.AMBROSINI, G.MAINA, E.MARCHESCHI, Felici editore, Ghezzano (PI), 2009
[7] I film in tasca. Videofonino cinema e televisione, a cura di M.AMBROSINI, G.MAINA, E.MARCHESCHI, Felici editore, Ghezzano (PI), 2009 pag 170
[8] PIPPO DELBONO, Grido, Italia, 2006, 75 minuti
[9] I film in tasca. Videofonino cinema e televisione, a cura di M.AMBROSINI, G.MAINA, E.MARCHESCHI, Felici editore, Ghezzano (PI), 2009 pag 173
(*) Uno dei più importanti festival riservato a corto e lungometraggi realizzati con il videofonino. www.festivalpocketfilms.fr
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