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"Isabella e l'ombra": un racconto inedito di Antonio Tabucchi

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isabella tabucchiRaccontare la realtà e l'esperienza solo con forme e colori, rifuggendo le costrizioni della parola scritta, libera di dare innumerevoli sfumature a un volto o infiniti contrasti a un cielo. Questo fa Isabella, sorprendendo la maestra, la prima a capire le sue potenzialità artistiche. Isabella è la bambina protagonista del bel racconto intitolato "Isabella e l'ombra", lo scritto inedito di Antonio Tabucchi, pubblicato nel primo anniversario della morte dello scrittore da una piccola casa editrice livornese, Vittoria Iguazù Editora. Ma la bambina non vive solo nei colori e nel racconto: è Isabella Staino, che Tabucchi conosce da sempre, e che è oggi divenuta effettivamente pittrice. Dieci anni fa Isabella accetta di buon grado il gioco dei rimandi così presente nell'opera dello scrittore toscano e si lascia dettare per telefono, mentre Antonio è a Parigi, questo "piccolo gioiello", come lo definisce lei stessa nella quarta di copertina. La pittrice si siede al cavalletto e trasforma le scene del racconto in tavole, trasformata dalla stampa nelle luminose illustrazioni che impreziosiscono la pubblicazione. La forza della bambina di allora che pensava e rappresentava la vita in colori, richiama a Tabucchi il lavoro di Maria Elena Vieria da Silva, pittrice portoghese del movimento surrealista, che nei suoi versi dette un'origine e una funzione alle tonalità cromatiche a lei più care. Ed ecco allora, nella finzione del racconto, l'apparizione dell'ombra, l'oscurità assente dalla visione infantile di Isabella. "In mezzo a un giallo limone, vicino a un azzurro ceruleo" in una tela della piccola pittrice, si genera pari all'effetto del silenzio in musica, quell'incontro necessario della luce con l'oscurità. La giovane Isabella accoglie la Terra d'Ombra insieme alla promessa che grazie alla sua presenza scura, i colori diveranno più umili e quindi più veri. Come un delicato invito dello scrittore maturo, sussurato alla piccola pittrice nella finzione del racconto e accolto a pieno dall'artista adulta, l'uso della tonalità della "nera malinconia" farà risaltare per sempre i colori delle tavole di Isabella che oggi brillano con il respiro della vita e illuminano lo sguardo di chi ha la fortuna di ammirarle. Il libro, delizioso, è disponibile nelle librerie Feltrinelli e in tutti i punti vendita indicati nella pagina web della casa editrice vittoriaiguazueditora.com

 Per Senza Soste, Vita Fini Rognoni

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Ultimo aggiornamento Domenica 12 Gennaio 2014 15:31

Una monnezza chiamata fiction: "Gli anni spezzati"

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il-commissario-640x420La memoria, la storia e le sue rappresentazioni sono un campo di battaglia. Ripubblichiamo qui il bel contributo di Christian Raimo (da MinimaetMoralia) sulla porcheria mandata in onda ieri sera dalla Rai (e che infesterà il palinsesto televisivo per altre tre settimane).

Ieri sera su Rai Uno è andato in onda uno scempio, di cui la Rai dovrebbe chiedere scusa, e i politici o chiunque approvi sul servizio pubblico operazioni di questo tipo dovrebbe chiedere il conto. Insegno storia da cinque anni nei licei, e tutto il lavoro che io, come centinaia di migliaia di insegnanti di liceo e università, faccio per cercare di raccontare, far conoscere, semplificare, provare a condividere e indagare insieme, gli anni Settanta viene smerdato da una roba coma la trilogia-fiction intitolata “Anni spezzati”. Uno dei prodotti peggiori realizzati in Italia negli ultimi anni: un film non solo pessimo da un punto visto artistico e anche tecnico, ma risibile da quello documentario e storico. Un prodotto nocivo, venefico, viscidamente diseducativo.

Chi l’ha scritto, Graziano Diana (anche regista) con due autori alle prime armi – Stefano Marcocci e Domenico Tomassetti – ha evidentemente ritenuto opportuno prescindere da qualunque serietà di documentazione storica, appoggiandosi a riduzioni da sussidiario copiato male – non dico Wikipedia (che in molti casi è fatta molto meglio). Nei titoli non dichiara nemmeno un nome di un consulente storico e nelle interviste Diana dice che ha ascoltato le voci dei parenti delle vittime della violenza politica anni ’70: non so chi abbia ascoltato né come l’abbia fatto, ma quello che ne ha tratto sono degli sloganucci stereotipati che farebbero passare un bignami per un saggio storico complesso. Nelle interviste Diana dice di aver voluto raccontare quella storia dalla parte di chi, le istituzioni incarnate nelle forze dell’ordine, cercava il dialogo tra rossi e neri: non so che libri abbia letto sulle forze dell’ordine e le istituzioni italiane di quegli anni, non so su quali testi si sia formato la sua idea sugli apparati dello Stato, i politici, i partiti, i vari movimenti, ma se l’avesse scritta Cossiga nel sonno o Claudio Cecchetto, per dire, questa fiction, ci avrebbe messo più complessità.

L’idea di Alessandro Jacchia di raccontare attraverso lo sguardo di un poliziotto romano (la sua voce off!) le vicende complicate che girano intorno a Piazza Fontana, l’autunno del ’69, e la vicenda di Calabresi e Pinelli non è nemmeno revisionista: non è un’idea. È la suggestione di poter prendere la poesia di Pasolini su Valle Giulia, ricavarne un’interpretazione puerile, e pensare di applicarla, a mo’ di pomata, agli eventi di quegli anni: come se fosse una scelta narrativa, fino a realizzare una specie di spottone con toni da soap-opera, colletti larghi, sguardi fissi in camera.

La voce off nasale come una ciancicata tipo un personaggio di Verdone che ti commenta in modo situazionista le immagini di repertorio di una puntata de La storia siamo noi; i riassunti della macrostoria in cui non una sola parola si sottrae dai luoghi comuni (di pensiero e di linguaggio), dai peggiori luoghi comuni; i personaggi ridotti a figurine da vignette della Settimana Enigmistica; le discussioni politiche che sembrano parodie di uno sketch di Guzzanti o dei Gatti di Vicolo dei Miracoli; gli spiegoni (approssimativi, scritti malissimo, errati) ogni 30 secondi; le ragioni delle proteste azzerate a una forma di iperattività giovanile – gli anarchici sembrano gente affetta da sindrome da deficit di attenzione da curare col Ritalin; attori anche bravi come Solfrizzi, Bruschetta, Trabacchi, Calabresi costretti a pronunciare battute che sembrano dei verbali di polizia (Paolo Calabresi e Ninni Bruschetta in certi momenti – poveri! – sembrano dover espiare la loro protervia iconoclasta di Boris), ma anche attori molto meno bravi come il protagonista Emanuele Bosi – con una faccia da pubblicità di un dopobarba che deve dare corpo a un poliziotto di Primavalle nel 1969!; personaggi-cameo come Feltrinelli (vi prego guardate la scena con Feltrinelli e Calabresi…) che hanno la stessa intensità di Gigi Proietti-vigile quando fa lo spot di Vat 69 in Febbre da cavallo; confusione, una continua confusione, una virtuosistica confusione nella struttura narrativa; un montaggio da Chiquito e Paquito; un’eterna luce laterale per cui tutti gli attori vivono con metà faccia tagliata da un’ombra plumbea (volutamente omomorfica e omocromatica a quegli anni, spezzati e di piombo?); una ostentata misconoscenza di qualunque modello filmico che si è confrontato con la Storia della contestazione, del terrorismo, etc… – che siano quelli studiati da Cristian Uva o da Demetrio Paolin o da Vanessa Roghi & Luca Peretti, che siano film seminali come Anni di piombo di Margaret Von Trotta o prodotti derivativi come Romanzo di una strage (che avevo stroncato senza appello, ma che nel confronto riluce dello splendore di un Griffith); e la musica onnipresente più di quella che uno si ciuccia da Zara durante i saldi – una musica sempre enfatica, che vorrebbe inquietare, intervallata da pezzi dell’epoca scelti con il criterio di un jukebok andato in corto; e le basette collose, i capelli di Calabresi disegnati che manco Big Jim, il trucco, le parrucche, le scenografie… (Ditemi! Vi prego ditemi perché nei film italiani degli anni ’70 sembra che il mondo sia una specie di fondale in cui sono stati appiccicati un po’ di poster di Lotta Continua al muro e buttati qua e là nelle stanze dei libretti rossi! Perché in film iperglamour ipercitazionisti degli anni ’70 americani – andate a vedere quel capolavoro di American Hustle – nonostante l’omaggio enfatico all’epoca la scenografia risulta sempre credibile? Forse perché gli scenografi statunitensi non pensano che se uno mette in scena gli anni Settanta deve mostrare che Tutto è anni Settanta, ma ci saranno anche mobili anni Sessanta, anni Cinquanta, anni Venti?!); e – più di tutto – è clamorosa la mancanza di visione politica nel fare un film del genere: paragonatelo con qualunque sceneggiato Rai degli anni ’70, lì ci troverete un’intelligenza, un coraggio, un desiderio civile, una volontà di indagare, di spiegare, una capacità di essere problematici, di avere una prospettiva sociologica – a tutto questo viene ipocritamente e colpevolmente sostituita una sorta di réclame analfabetizzata per la polizia che è tanto brutta da essere mortificante per chiunque abbia fatto politica attiva in quegli anni, ma persino umiliante per la polizia stessa e per chi viene raccontato in modo elogiativo (mi piacerebbe sapere il parere di Mario Calabresi che, pur raccontando come una specie di diario personale, da figlio, la vicenda del padre commissario, in Spingendo la notte più in là , riusciva a essere meno agiografico)…

Potrei anche continuare, ve lo assicuro. E questo scempio storico, artistico, cinematografico, narrativo, ce n’est qu’un debut, come mi verrebbe da dire: ci sono altre quattro puntate, due sul sequestro Sossi, due su Giorgio Venuti e la marcia dei quarantamila. Si può peggiorare, si può raccontare che le Brigate Rosse sparassero per provare le pistole, che Moro e Nathan Never sono la stessa persona e che il sogno dei dirigenti DC era quello di diventare anchor-man della tv per governare l’Italia con i messaggi subliminali del Pranzo è servito, e che la marcia dei quarantamila era la prima vera manifestazione di fitness di massa che ha attraversato l’Italia. Sono pronto a tutto. A scuola, ai miei ragazzi, farò studiare la rivoluzione francese a partire da mie interviste-lampo fatte nel reparto surgelati del Todis su Robespierre e Danton e gli dirò che la Resistenza era un’associazione che faceva trekking sulle montagne per tenersi in forma dopo la guerra.

tratto da http://www.infoaut.org

9 gennaio 2014

Sullo stesso argomento:

Anni 70, il piombo è quello dei vincitori

RAIvisionismo futurista

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Anni 70, il piombo è quello dei vincitori

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Stasera su Rai 1 la prima puntata di "Gli anni spezzati", gli anni 70 riletti per nascondere e negare le istanze di liberazione degli oppressi

Foto di Tano D'Amico
Foto di Tano D'Amico

Questa sera la Rai trasmetterà la prima delle tre fiction sugli anni '70 "Gli Anni Spezzati". E' un'idea tremenda che gli anni '70 possano essere raccontati con gli occhi di un commissario di polizia balzato agli onori delle cronache per uno degli episodi più oscuri - il "volo" di Pinelli dal quarto piano della questura di Milano - oppure con quelli di un giudice dichiaratamente di estrema destra o, ancora, con gli occhi di un manager di una multinazionale che ha depredato il territorio, condizionato pesantemente il modello di sviluppo, sconvolto le relazioni sindacali (allora come oggi ai tempi di Marchionne), pedinato, spiato, mobbizato i lavoratori e i delegati più combattivi.

Quella sulla memoria di quel passato è una sfida cruciale per il futuro di tutte le generazioni segnate da questa crisi. Perché proprio negli anni in cui il capitalismo si rivela il problema e non la soluzione, è centrale la lotta per colonizzare un immaginario collettivo che, altrimenti, potrebbe tornare a coltivare idee di altri mondi possibili. Allora cosa c'è di più penetrante se non utilizzare i volti di attori bravissimi e amati dal grande pubblico per deformare il passato? «Gli anni Settanta sono stati gli anni del "noi", del progetto collettivo, ma anche gli anni in cui abbiamo lottato per la liberazione dell'io», ha spiegato poco prima di morire lo scrittore Stefano Tassinari, autore - tra l'altro di D'altri tempi, antologia di racconti incardinati su figure tipiche di quegli anni, e di "L'amore degli insorti", romanzo che indaga proprio la scelta drammatica che migliaia di persone e settori di movimento si trovarono a discutere all'indomani della strage di Piazza Fontana nel disvelamento della natura violentissima dello Stato di fronte alle istanze di liberazione delle classi subalterne. Recensendolo, Pino Cacucci ebbe a scrivere su Liberazione: «Tra gli anni settanta e i primi anni ottanta oltre seimila persone finirono in carcere per attività "sovversive" legate a quella tragica stagione di lotte suicide che da una parte si chiamavano semplicemente "armate" e dall'altra, la parte dei fin troppo scontati vincitori, venivano bollate come "terrorismo".

Con un dilagante stupro del linguaggio, chi aveva commesso stragi o comunque coperto gli stragisti chiamava terroristi quanti spesso avevano imboccato la strada senza ritorno delle armi proprio per reazione alle bombe nelle piazze, sui treni, nelle stazioni, tra genti inermi usate come carne da macello per imporre a una generazione refrattaria ciò che oggi è norma ineluttabile: neoliberismo selvaggio e pensiero unico, tenaglia dalla quale si può sfuggire soltanto silenti o reietti.

Eppure, la Storia non si è affatto fermata e da altre zone del mondo genti meno assuefatte della nostra hanno ripreso a dimostrare che il re è nudo e il Dio Mercato non solo ha fallito, ma è il più spietato e sanguinario dei demoni».«Fino al decennio iniziato nel '68 in questo Paese non esistevano diritti né civili né sindacali, ma in compenso il nostro codice prevedeva ancora il delitto d'onore e il reato di adulterio femminile, così come si votava a ventun anni e si andava in galera a diciotto, si veniva arrestati per obiezione di coscienza al servizio militare o per detenzione di un grammo d'hashish, c'erano le gabbie salariali tra nord e sud e tra uomini e donne, nei manicomi si "curava" la gente a colpi di elettrochoc, licenziare un lavoratore era un gioco da ragazzi», ecco, la scrittura di Stefano Tassinari può esserci utile a ricostruire le tracce cancellate da chi ha scritto la storia in nome dei vincitori.

«Tre storie dell'Italia che definiscono come la storia "degli anni di piombo" - dice Italo Di Sabato, dell'Osservatorio Repressione - racconteranno con la storiografia dei "vincitori" il commissario Calabresi, il giudice Mario Sossi e l'ingegnere della Fiat Giorgio ai tempi delle storiche contestazioni culminate con la marcia dei 40 mila nell'ottobre del 1980. Non voglio dar giudizi a priori, ma penso che non si faccia opera buona "rileggere" gli anni '70 solo con la "verità" di chi ha vinto una "guerra civile" eludendo le cause di questa, non parlando o evitando volutamente di parlarne di Piazza Fontana, degli anarchici che volavano dal 4 piano della questura di Milano, delle bombe nelle piazze, nei treni e nelle stazioni, dell'arroganza padronale, della cecità e chiusura del Pci a qualsiasi istanza di cambiamento sociale evocata dal movimento, dalla legislazione speciale e della repressione di massa, delle torture delle squadrette speciali del Prof De Tormentis. Ma di che meravigliarsi i racconti cinematografici in questo paese ormai si fanno (sempre con la verità dei vincitori) solo su papi, vescovi, preti, giudici, poliziotti e carabinieri mai sulle 147 vittime o i 690 feriti per le bombe stragiste oppure sui 414 dimostranti uccisi dalle forze dell'ordine dal dopoguerra al 1980. Non mi meraviglierebbe se tra qualche anno ad esempio la storia di Genova 2001 venisse riletta tramite una fiction dai racconti di Placanica o dei massacratori della Diaz e Bolzaneto».

Checchino Antonini

tratto da http://popoff.globalist.it

7 gennaio 2014

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Philomena: Frears, la tenacia materna e le narrative duplici

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philomena3Philomena stringe tra le mani il ritratto in bianco e nero di un bambino. Per cinquant'anni ha taciuto persino alla figlia l'esistenza del piccolo Anthony, figlio di una passione giovanile, travolgente e fugace. Nell'Irlanda degli anni '50, per quel peccato carnale dalle conseguenze irreversibili che la accomuna a molte altre ragazze vittime inconsapevoli dei primi piaceri sessuali, Philomena viene internata in un convento del Sacro Cuore e costretta a lavorare nella lavanderia; le è concesso di passare con il figlioletto solo un'ora al giorno. Nel presente londinese, Philomena è ancora in cerca di Anthony, ma i flashback della vita conventuale, fino al terribile giorno della sua adozione, affiorano come immagini sgranate; sono i ricordi che la ossessionano e al tempo stesso, probabilmente i più cari. L'incontro con Martin Sixsmith, ex ufficio stampa di Downing St. appena dimessosi dall'incarico, che dapprima snobba il suo caso, si rivela provvidenziale nel momento in cui la sua nuova caporedattrice investe nella storia "dove le cattive sono le suore" che strappano i figli alle peccatrici per venderli all'estero. Da segreto inconfessabile e quest intima della nuova identità del figlio, la ricerca di Philomena assume una dimensione pubblica di reportage che porterà la strampalata coppia fino a Washington dove Anthony giunse nei primi anni '50 adottato da nuovi facoltosi genitori. Il viaggio dell'anziana signora (interpretata dall'insostitubile Judy Dench), svampita ma determinata e fedele al suo obiettivo e del giornalista cinico e disilluso, è il campo dove Frears fa mostra della sua ineguagliabile abilità nella rappresentazione delle emozioni e delle relazioni umane. Quella tra i due è una complicità tutt'altro che scontata: Martin è deciso nel condannare la dogmatica morale cattolica e l'atteggiamento delle sorelle del convento che negano ai due visitanti qualsiasi tipo di informazione riguardante il figlio perduto adducendo giustificazioni improbabili, come quella di un grande incendio che avrebbe distrutto tutti i documenti; Philomena invece continua a credere nella loro buona fede come atto di carità cristiana. Il regista mette volutamente in luce le increspature del loro rapporto, esasperando ironicamente gli aspetti più inconciliabili delle loro personalità, con una dolcezza del tutto umana e senza alcun pietismo. C'è equilibrio e intelligenza in tutte le dicotomie sulle quali si articola la narrazione: quella tra i punti di vista dei due protagonisti, quelle d'ambientazione, tra l'Irlanda dei primissimi anni '50 e la Washington contemporanea e, infine, quella tra il rapporto di Philomena con il suo dolore intimo riacceso in ultima istanza dall'impossibilità di riconciliazione con il figlio e l'urgenza giornalistica del reporter di svelare al mondo l'onta delle adozioni illegali come pratica ricorrente nei conventi irlandesi. Una duplicità presente anche nello stile, nel contrasto tra la nitidezza delle immagini del presente e la bassa qualità tipica del video amatoriale, che osserviamo con gli occhi di Philomena stessa, un documento sconosciuto a lei e a noi, testimonianza visiva della vita di Anthony.

Per Senza Soste, Vita Fini Rognoni

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Il 2013 è stato un anno bellissimo

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britney-spears-work-bitch-music-videoAscolto musica per leggere le classifiche di fine anno. Soprattutto per lamentarmene e, come accessorio, decidere cosa dovrei ascoltare per essere alla moda (o non esserlo, ho un passato da metallaro). Per fortuna nel 2013 le classifiche le possono fare tutti e, nel web, vige l’assoluta democrazia: nessuno conta niente e la classifica di fine anno (anche quella di pitchfork) resta un’operazione che riempie esclusivamente l’ego di chi la scrive. E' comunque un ottimo argomento di conversazione.



PARTE I

le cose che ho realmente ascoltato con foga sono, in generale, deprecabili. sono però talmente perfette nel connubio di musica, immagine e racconto che non posso fare a meno di farle mie anche se, solitamente, non si rivolgono a me.

Britney Spears – Work Bitch

un manifesto politico e programmatico di un’anziana signora che cerca in tutti i modi di ristabilire le distanze. purtroppo per le ci sono in giro delle britney più giovani e più scalmanate. non riuscirà a riprendere il trono ma riempirà di spocchia tutte le sale spinning possibili. [NOTA: il tempo è passato ma tra le giovani poche sono in grado di fare cose del genere]

Lady Gaga – Artpop

e madonna continua a rincorrere. una pietra miliare, il suo disco migliore.

Selena Gomez – Stars Dance

una macchina da guerra. dalla disney a spring breakers (con un ruolo disney friendly) passando per un disco che è un bignami di come deve suonare una teen star: ammiccante (le ragazzine devono immedesimarsi, i ragazzini innamorarsi, i vecchi bavosi), trasgressivo e paraculo (stacchi simil dubstep, pezzi urban, outtake di rihanna). perfetto. è il mio disco favorito del 2013 e quello che mi ha accompagnato in ogni viaggio in auto.

Ariana Grande – Yours Truly

20 anni.  una voce che le permette di fare ciò che vuole e il cervello piantato negli anni 90. ed è più giusto che una ragazzina americana cerchi le sue radici nel R’n'B che riempiva MTV piuttosto che un giovanotto italiano le cerchi nei nirvana. ariana grande è, in sintesi, una gloriosa operazione di recupero della memoria storica: riscoprire quello che ci siamo persi mentre ascoltavamo i melvins.

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Lea Michele – Cannonball

il disco più atteso del 2014. il singolo è già un classico: occhi chiusi, intensità e mani enfatiche. grande momento di redenzione.

Iggy Azalea – Work

il grande manifesto post femminista del 2013, mille volte più potente di femen, mille volte meno consapevole di julie ruin. ma, in un mondo di automi, basta solo la sua presenza scenica per mandare a casa tutti.

Demi Lovato – Demi

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la syd vicious del teen pop USA. autolesionismo, rehab, cocaina come non ci fosse un domani. morgan vorrebbe essere lei ma, è noto, la classe non si compra al supermercato.

Ellie Goulding – Halcyon Days

ha tutto. è inglese e, di conseguenza, ha una classe superiore rispetto alle amichette americane. ha il singolo over the top che viene buono sia per il discobar della provincia, per i club fighetti e per le discoteche alternative (esistono sempre? qualcuno ci va?). piace agli hipster e piace (per osmosi) alle mamme e alle figlie. è aggressiva quanto basta. di quelle citata è l’unica che potrebbe stare in una classifica vera visto che il disco è, realmente, un gioiellino pop elettronico (con l’accento su pop).

Annalisa – A modo mio amo

dopo l’exploit di sanremo (sono ancora turbato) annalisa ha tirato fuori un pezzo che entra di diritto in ogni canzoniere da spiaggia che si rispetti: i futuri classici si costruiscono ora. un elegia all’amore universale ed alla bellezza delle cose semplici, per gente semplice.

Emma – Schiena

un panzer che non fa prigionieri. coerente come solo gli AC/DC, un treno lanciato verso il trono di miglior cantante e performer italiana degli ultimi 20 anni.

Miley Cyrus – Bangerz

viene ricordata per le cose sbagliate. l’evoluzione da hanna montana ad oggi è perfettamente coerente: è l’uccisione del padre e la riconquistata libertà, è l’emancipazione e la consapevolezza che, nel 2013, basta poco. poi ci si può concentrare sulle nudità (sticazzi, nel mondo dell’internet i capezzoli sono una rarità) e sullo spinello: io sottolineerei invece la nana e wrecking ball, un orrendo pezzo AOR degno dei peggiori gruppi da radio FM americana che, tra un twerking e unatoccatina diventa sublime.

Lily Allen – Hard Out Here

lo aspetto da 4 anni e non ho le parole. il vero amore è per sempre.

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PARTE II

dischi belli, semplicemente. di quelli che verranno raccontati in futuro.

Arcade Fire – Reflektor

dalla vetta si possono permettere di strafare con un album sbagliatissimo, pretenzioso e, a tratti, fastidioso. un disco presuntuoso che stratifica elettronica, chitarre e suoni dal mondo in maniera spesso disorganizzata e quasi cacofonica. un disco importante e, a suo modo, meraviglioso.

Kanye West – Yeezus

si sa vendere e, per questo, è in cima ad ogni classifica. in un mondo normale sarebbe considerato un artista d’avanguardia, anche solo per la moglie, per i campioni e per l’uso consapevole del video.

Laura Marling  - Once I Was An Eagle

anni fa suzanne vega andava in classifica. ormai le folksinger sono materiale da buongustai (è pieno, ma è anche pieno di bar ma non sono mica tutti puliti), soprattutto quando non calcano la mano nell’immaginario hippy-nero-depresso-bucolico. il folk è materia semplice e difficilissima: sei sola e se non hai qualcosa da dire o non sai come dirlo sei inutile. laura marling è una delle poche sa raccontare.

Savages – Silence Yourself

è difficile distinguere tra posa e autenticità. ma, una volta uniti i puntini che partono da qui ed arrivano a ian curtis, resta solo il miglior disco post-punk (non so se si può dire post-punk oggi) degli ultimi anni [NOTA tra un paio di mesi cambierò idea, temo. il disco è bellissimo comunque]

Baustelle – Fantasma

dai baustelle voglio il racconto amaro del passato che non tornerà, l’amarezza del crescere, le pose sull’essere fighi a milano ma con la testa (o almeno parte di essa) nella provincia. fantasma è il racconto catartico (spero per loro) e, in fondo, ottimista, della morte e, ovvia conseguenza, della vita. spero che sia una parentesi (che, comunque, contiene due delle vette massime del bianconi: nessuno e il futuro).

Massimo Volume – Aspettando i Barbari

un disco che fa paura, in bilico tra la tensione del presente e l’evento che rovinerà tutto, i barbari.

Jex Thoth – Blood Moon Rise

lo stato dell’arte del metal che va di moda ora, fortunatamente. se fossi religioso sarei molto turbato.

Marnero – Il Sopravvissuto

un racconto disperato e nichilista di un viaggio verso il niente. nessuna speranza. il viaggio, epico, senza meta e fino alla sconfitta. praticamente il ritratto della nostra generazione che si perde (meglio, si fa disperdere) invece di spaccare tutto.
il mio disco del 2013.

Chvrches – The bones of what you believe

il disco pop (è pop, solo che nelle riviste di tendenza lo ribattezzano per darsi un tono: ascoltare pop è disdicevole) che non vi vergognerete di avere a casa. ottimo spunto di conversazione.

Mazzy star – Season of your day

tutti siamo ancora innamorati, non corrisposti, di hope sandoval. un tuffo nel passato, senza muoversi di un centimetro.

 

tratto da http://autotrasfusioni.wordpress.com/

 

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Ultimo aggiornamento Martedì 24 Dicembre 2013 16:21

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