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Perchè Sanremo è Sanremo e basta

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sanremoSanremo, ogni anno, porta con se numerosi sigificati. L'aspetto marginale è la musica, in genere. Questo è un tentativo, parziale, di mettere quell'aspetto al centro o, almeno, dargli un certo rilievo. Non è semplice perchè i musicisti che partecipano a Sanremo sono solitamente esseri che esistono solo in quell'ambito, con qualche (s)gradita intrusione.
E' chiaro che l'aspetto principale è quello extra musicale: dalle polemiche di Anna Oxa sulla sua esclusione in quanto libera da condizionamenti (il festival 2013 è la messa in campo di tutto l'apparato FabioFazio, cauto ma che strizza l'occhio al radicalismo chic da salotto piccolo borghese), al balletto griffato SNOQ della Litizzetto (Insieme alle lavoratrici COOP?), dalla grottesca campagna sulle coppie di fatto (serviva una macchietta che sfiora il patetico? ce l'abbiamo. Quando, dall'altra parte del mondo in prodotti mainstream per adolescenti certi temi vengono trattati sicuramente con un buon gusto maggiore, vedasi le teen-comedy Glee o BTVS), allo stanco monologo di Crozza.
Comunque l'aspetto musicale esiste, nonostante gli sceneggiatori della trasmissione, e se ne può parlare. Solo delle canzoni finaliste, visto che è evidente che tutti gli artisti in gara hanno puntato forte su un solo pezzo, accompagnandolo da uno scarto riarrangiato per noia ed orchestra.

Sigla.
Annalisa - Scintille.
La mia preferita. Una canzonetta anni 50/60, graziosa, senza senso che non disturba nessuno. Perfetta per il festival. Chiaramente, venendo da un talent show, ha voce e sa stare sul palco meglio di molti. In più ci mette l'immagine perfetta da ragazzina della porta accanto, piace alle zie, ammicca al padre del vicino di casa. Una Taylor Swift di provincia, senza però i pezzi over the top della divetta americana.
Chiara - Il futuro che sarà
Altra canzone da festival, con un tocco di spleen di Bianconi che, ovviamente, il meglio se lo serba per il proprio gruppo. Chiara ha una bella voce, castrata dall'innocua marcetta. Magari rende meglio nel melodramma (crescendo d'archi, postura enfatica delle mani, scrosciano gli applausi), ma per chi viene dai talent show (ennesima, questa è di x-factor, della concorrenza) non è opportuno: deve essere per giovani vecchi.
Maria Nazionale - È colpa mia
Oltre ogni immaginazione. Catapultata direttamente dalle cresima a Sanremo, un vento di tristezza copre tutto: enfasi eccessiva, abbigliamento sopra le righe, tutte le pose melodrammatiche del repertorio. Non ci sono mezze misure, fa il paio con la performance di Pupo di qualche anno fa, solo che qui, non si capisce come mai, gli orchestrali non spaccano niente.
Daniele Silvestri - A bocca chiusa
Gli porto rispetto. Una canzone coi pugnetti chiusi nelle tasche, scritta per il premio della critica e per risvegliare qualche ricordo nei vecchi che, una volta, sono stati ad un corteo. Ma non c'è rabbia, non c'è passione. Fa quello che ci si aspetta da lui, contro ma non troppo.
Raphael Gualazzi - Sai (ci basta un sogno)
Ah, signora mia, il jazz. Senza dover passare per Bithces Brew (o qualcos'altro che vi pare, si può mettere un nome a caso per fare un po' di scena). Peggio di Cammariere, per capirsi. Il pianista dell'elettorato PD: darsi un tono senza fatica.
Almamegretta - Mamma non lo sa
Ascoltare Raiz è sempre un piacere. Ma il pezzo puzza di vecchio da un km, uno scarto dei tempi dei social forum. Ma sono sensazioni che a sanremo non valgono: gli Almamegretta, in quel contesto, sono particolari ed originalissimi. Assolutamente fuori luogo.
Malika Ayane - E se poi
Un mistero. Non si capisce niente di quello che dice, non si canta a bocca piena. Alla sua performance indegna si aggiunge il niente composto da Sangiorgi che, giustamente, il niente peggiore lo asserva per il suo gruppo.
Marco Mengoni - L'essenziale
Ennesimo talent show. Una voce incredibile, di quelle che dopo pochi minuti fanno venire voglia di morire. La noia è una brutta bestia, non bastano due vocalizzi, per risollevare un tediossissimo melò, di quelli che il pubblico applaude a metà canzone. Vincerà al 100%.
Elio e Le Storie Tese - Canzone Mononota
Sono tornati per farsi restituire il primo premio scippato nel 1996. Lo seguo da quasi 20 anni e la sua parabola discendente è inesorabile. E' riuscito anche a scavare sotto il fondo, grazie ai battibecchi con la Ventura (il pubblico indie snob non perdona e non dimentica, caro mio). Si è ritagliato il ruolo di semi intoccabile in quanto grandissimo musicista accompagnato da fenomeni dello strumento. Il mondo ne è pieno di fenomeni, gli Elii ci mettevano verve e grottesca follia. Ora solo mestiere. Il pezzo è un divertente, non divertentissimo, meta brano che prende in giro tutti gli altri presenti. Ma lascia l'amaro in bocca.
Simona Molinari con Peter Cincotti - La felicità
Altra canzonetta dal gusto retrò. Tristissima.
Marta sui Tubi - Vorrei
20 anni di carriera e, sul finale, sono riusciti a farsi scoprire da Fabio Fazio. Un grande risultato che ammazza la credibilità costruita in 20 di palchi. Non mi sono mai piaciuti e non mi piacciono nella versione cover band dei Negramaro. Non è l'atteggiamento del fan che vuole che la sua band favorita resti di nicchia, segreto per pochi da condividere dando di gomito. E' chiedersi: a chi giovano MsT (o Marlene Kuntz, o Afterhours) a Sanremo? Hanno così bisogno di qualche spicciolo in più?
Modà - Se si potesse non morire
Il tipico fenomeno che esiste solo a Sanremo. Agghiaccianti.
Simone Cristicchi - La prima volta (che sono morto)
La sua filastrocca è più intelligente del previsto. Il problema di Cristicchi è che non riesce,  da anni, a trovare la sua posizione.Qui ammicca al nonno partigiano, altrove ricorda con commozione “la ferita aperta” delle foibe. Servirebbe un po' di coerenza o, almeno, conoscere la storia (il riferimento è al brano dedicato alle Foibe che alla fine ha deciso di non portare in gara ma di includere nel prossimo cd). Facendo la tara di tutto è comunque una delle migliori canzoni del festival.
Max Gazzè - Sotto Casa
Bella, una delle poche canzoni che può esistere fuori dai confini sanremesi. Soprattutto per la musica, in pieno revival delle sonorità di qualche anno fa. Mi dispiace non saper argomentare bene i pezzi belli, ma la musica, quando è buona, non credo abbia bisogno di spiegazioni. E' quando diventa brutta, mediocre o, peggio, pericolosa, che c'è da spiegare perchè non bisogna nemmeno avvicinarcisi.

Tra i giovani due segnalazioni. Ilaria Porceddu, bel look, aggressiva: la nuova Emma.
I Blastema: fermateli prima che sia troppo tardi. Come un brutto gruppo rock nato vecchio in ritardo di 20 anni stanno cercando di ammazzare, a livello mainstream, quel poco di contenuto radicale restava nel rock, anche in quello da classifica. Vinceranno sicuramente.

Per Senza Soste, Luis Vega 

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Ultimo aggiornamento Venerdì 15 Febbraio 2013 20:56

Nessuna cover. Thony non passa inosservata al The Cage

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Thony-Dark-sess-e1346331156634_3Senza alcun dubbio la cosa migliore fatta da Virzì negli ultimi anni è il lancio quasi definitivo di Thony (Federica Caiozzo, nata a Palermo), cantautrice. Che "Tutti i santi giorni" non sia passato inosservato si vede dal pubblico che si presenta sabato 9 febbraio al The Cage: più numeroso del previsto per un'artista con fuori tre dischi, in inglese, praticamente passati inosservati. La curiosità è stata ripagata, probabilmente più delle attese. Prima della cura negli arrangiamenti, curatissimi ma non invadenti, tali da far pensare che le canzoni funzionino anche nella loro forma naturale, chitarra e voce, impatta sul pubblico la presenza di Federica, che riempie il palco con la dovuta potenza.
Poi ci sono le canzoni. Per molto pubblico, magari anche per parte dei presenti, è una sorpresa: una cantautrice italiana giovane che non canta in italiano e che non somiglia a Carmen Consoli. Finalmente, anche se lo straniamento è solo dovuto a miopia e provincialismo. Qui i riferimenti vanno cercati in Cat Power (ovvio), nella Suzanne Vega del periodo di mezzo (sottovalutato ma da ri-studiare) ed anche, parzialmente e forse involontariamente, nel rock inglese di fine anni 80 (dagli Slowdive in giù). 
In un ora abbondante di concerto Thony tiene alta l'attenzione del pubblico, con grazia, nonostante il 90% di chi c'è non capisca quello che dice. In italia, se non sei una piccola vecchia leggenda, è un risultato incredibile. 
Nessuna cover (nonostante qualcuno del pubblico le abbia chiesto, con senso dell'ironia rivedibile, di suonare "fra Martino") a ribadire quanto creda nelle sua canzoni che, veramente, meritano di essere riascoltate. Un bel concerto che, tra qualche anno, potrebbe diventare ottimo. Basta che chi segue la musica ci creda.

Per Senza Soste, Luis Vega

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Ultimo aggiornamento Venerdì 15 Febbraio 2013 10:32

Beck: Song Reader

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BEck-SR-230x230E se un giorno abbandonassimo cuffie, casse, strumentazioni elettroniche, cd, vinili e mp3 e decidessimo di conoscere la musica solo imparando a leggere le note su uno spartito, o semplicemente ascoltando la personale interpretazione di un musicista, come accadeva secoli fa? La musica sarebbe sempre la stessa, ma la sua fruizione muterebbe radicalmente. Ne sa qualcosa Beck, che con la sua ultima fatica, Song Reader, si presenta al pubblico sotto una nuova veste. Niente streaming obbligatori né download gratuiti per tutti, app per iPad, penne usb o brani da mixare e remixare a proprio piacimento. Per Song Reader, il musicista sceglie la più classica fra le vie di divulgazione musicale: lo spartito, elemento essenziale per conoscere la grammatica della musica.

Che Beck fosse uno dei “compositori” più geniali del nostro tempo lo sapevamo già, ma nessuno in questo pazzo mondo di giga e megabyte, dove la musica sembra aver perduto il suo corrispettivo fisico, trasmigrando da un corpo a un altro per trascendere in forma digitale, ebbene, nessuno avrebbe previsto una simile trovata. E’ un po’ come tornare a muoversi sulla sella di un cavallo anziché usare la macchina. Per alcuni la sua trovata è stata un colpo di genio, per altri solo una mera manovra commerciale. Chissà, forse entrambi.

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Il suono dei miei primi passi. Marlene Kuntz al The Cage

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CIMG2634_copiaIl suono del primo passo ravviva la parte cattiva, il maestoso fracasso dei suoni più inquieti. “Ape regina” è miele che cola sulla testa del pubblico del “The Cage” intorno alle 23 di sabato, e un teatrino stivato sussulta. I botteghini fuori annunciano il tutto esaurito per il concerto dei Marlene Kuntz e Cristiano Godano omaggia gli astanti già dall’ouverture. Come anticipato alla presentazione delle date, la scaletta è un mantra indirizzato più dal passato che dal presente, a misura di nostalgici e curiosi. Il viaggio iniziatico prosegue con “Quasi 2001, lascia un ricordo toccante con “Cara è la fine” e detta il ritmo sulle note di “Ineluttabile”. Il pubblico accompagna “Impressioni di settembre”, cover della Premiata Forneria Marconi. Le candide inquietudini della band si sommano delicatamente in “Bellezza”. La voce di Godano buca l’atmosfera plumbea portata dagli arrangiamenti minimali e trascina una delle tracce manifesto della band. Una buona ora di concerto e siamo già ai saluti, quelli a cui ormai non crede nessuno. Il gruppo torna in scena e c’è spazio per la sanremese “Canzone per un figlio” mentre dall’album “Ho ucciso paranoia” viene proposta anche “Un sollievo”. Prima di perdere le forze, il gran finale offre, corteggiata a lungo, l’imprescindibile “Sonica”, scontro letale di riff irregolari e caricati d’ira. E magnificamente quel gesto ha preso il campo, e tu mi hai rapito, vellutata nostalgia, serica malinconia.

Per Senza Soste, helicon_01

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Django: Quentin è morto. W Quentin.

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django

Django: Quentin è morto. W Quentin. Un commento al film.

Vuoto nel vuoto. Commentare l’ultimo film di Tarantino è un’operazione che si avvicina ad una masturbazione in piena piazza durante l’ora di punta. Sconcerta, imbarazza e provoca un sottile e malato godimento. Autore cult. Idolo di molte generazioni di cinefili in erba. Icona della battaglia per la riabilitazione del cinema di serie b. Nel bene e nel male Tarantino, con i fulminanti capolavori degli esordi, ha scritto un bel pezzo di storia del cinema, re-inventando generi, stili, approcci e visioni. Ha dominato gli anni novanta con un talento indiscusso, mostrando una capacità di scrittura e regia che negli anni ha fatto scuola. Personaggio eccentrico Tarantino. I suoi film sono attesi come un evento mondiale. Come un messia che ogni 4-5 anni scende sulla terra per illuminare il tetro mondo del cinema.

Django ha riempito le sale e provocato, come di consueto, una netta spaccatura fra detrattori e sostenitori. Con l’intenzione di celebrare il mondo degli spaghetti western, Quentin rielabora molto liberamente l’omonimo film di Sergio Corbucci datato 1966. La parabola del reduce di guerra in cerca di vendetta per l'assassinio della moglie avvenuto in sua assenza, diventa in Tarantino un circolo vizioso in cui cercano di convivere tematiche sociali (la schiavitù), filmiche (i riferimenti al genere western) e antropologiche (i rapporti non-umani tra umani). Un’operazione che nelle mani di Tarantino diventa una miscela esplosiva. Il film in effetti esplode letteralmente. Scoppia. Deflagra. Trabocca. Sbodda. Svacca. Smarmella. In altre parole: eccede.

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