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VISIONI SUONI LETTURE

Fra utopie letali e crisi reali

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utopie-letali-formentiL'uscita dell'ultimo libro di Carlo Formenti (Utopie letali, Milano, Jaka Book, 2013, pp. 255, €18,00), assieme alle successive recensioni, rappresenta una vera occasione per discutere su destino e tenuta della forma-movimento delle società contemporanee. Infatti Micromega ha colto al volo l'occasione per recensirlo, grazie a Davanzati di cui riproduciamo l'articolo in fondo, il tema, respinto con forza da chi è chiamato in causa, è ineludibile quanto inevitabile: l'attacco alla società da parte del neoliberismo, quanto mette in discussione, oltre alle forme amministrative e la politica istituzionale, il piano stesso costitutivo dei movimenti? Eppure i movimenti sono molto cambiati, non solo rispetto agli anni '70 ma anche nei confronti della forma movimento dell'inizio della prima decade 2000. Linguaggi, modalità organizzative, obiettivi, immaginario, percorsi di territorializzazione. Ma il testo di Formenti, se letto in filigrana, guarda più a fondo di una semplice registrazione di cambiamento: pone il problema dell'efficacia politica, rispetto agli obiettivi, di queste forme di mobilitazione. La provocazione di Formenti sul ritorno alla rilettura di un lessico apparentemente forzatamente vintage, "la classe" o "il partito", riporta ad una frattura che dagli anni '70, quella tra movimento e partito,che non è mai stata risolta.

Fino agli '90 si poteva pensare che questa frattura non fosse stata risolta per incapacità dei partiti di capire "il nuovo", come da lessico anni '80 e '90, oggi si guardano i movimenti sia dal lato della loro generosità politica ma anche dei limiti. Anche perché, per inseguire i flussi di consenso e di comportamento presenti nella società, i partiti si sono fatti movimento (non a caso Forza Italia, già nel '94 si definiva movimento), e i cartelli elettorali che si definiscono movimento (vedi M5S) hanno toccato il 25 per cento dei voti.

Insomma, quando più la politica tradizionale ha guardato alla forma movimento trasfigurandola (il caso di Forza Italia è da manuale) oppure tanto più la nuova politica l'ha assorbita (portando il reddito di cittadinanza in parlamento) il movimentismo può essere guardato con occhi diversi, più allenati a comprenderne punti di forza e criticità. Anche perchè non esiste più una forma "pura" di movimento quando, mentre la forma-partito era egemome a destra come a sinistra per un bel pezzo di novecento, il movimento si caratterizza come il metodo privilegiato di sedimentazione politica.

Naturalmente, il fascino del vintage non bisogna subirlo: i movimenti odierni sono comunque la risposta alla crisi della"classe", la cui rappresentazione generale è purtroppo declinata dopo la fine del fordismo, e del "partito". Le cui forme, funzionali alla riproduzione di un potere cieco ed asfissiante, avevano assunto negli anni '70 un aspetto ormai inaccettabile. Non è però possibile riproporre questo lessico sic e simpliciter, va detto, anche se non sembra proprio lo scopo di Formenti. Perché la classe non è più determinabile secondo criteri fordisti, con la prevalenza numerica e l'egemonia culturale degli operai della grande fabbrica, e l'idea di partito è stata talmente superata nelle nuove forme di organizzazione in un livello di complessità tale da poter far dire ad un nuovo Marx quello che il Marx del Capitale disse dei panificatori londinesi. Ovvero che avevano un'astuzia, unita ad una capacità di manipolazione, superiore persino ai sofisti greci. E qui, viene da suggerire, il rapporto tra sofistica e capitalismo, specie tecnologicamente innervato, è ancora tutto da rileggere.

Aprendo di nuovo, con strumenti diversi dai primi anni '90 in cui uscì questo testo, il libro di David McNally "Political Economy and the Rise of Capitalism" che tra le tante conteneva, a sua volta, una rilettura del rapporto tra sofisitica e capitalismo. Detto questo, nella recensione di Forges Davanzati si intravede il desiderio, recensendo Formenti, di togliersi dalla scarpa qualche sassolino riguardante l'egemonia della rete nei processi di produzione di teoria e di retorica polica. C'è poco da polemizzare: la forma a rete ha assunto l'egemonia nella produzione, nella finanza, nella comunicazione e nella microfisica dei comportamenti nell'ultimo ventennio. È naturale la si proclami come la forma autentica della democrazia. Basta non naturalizzarla. Tra la complessa forma a rete necessaria per produrre un blockbuster di Hollywood, uno di Bollywood, acciaio a Linz od organizzare una piccola impresa di pulizie a Rogoredo la differenza è abissale.

Ma la forma a rete si presenta ovunque. E internet, come gli smartphone, serve a registare la sua universale presenza, non ad illudere qualcuno. L'importante è avere la consapevolezza che non ci troviamo nel regno della democrazia. Assieme al fatto che siamo in un ordine di problemi tali (basti pensare alle vertiginose forze sociali necessarie per scollegarsi dalla finanza globale, risanare l'ambiente e le città) che non potranno essere risolti con l'autoproclamazione di autenticità da parte deimovimenti o con forme partito anacronistiche ma nemmeno con la convivenza con la forma più anacronistica di tutte: la democrazia liberale. Forma politico-istituzionale che si struttura dando potere alle élite mentre il resto fluttuatra indifferenza, rivolta e repressione. Siamo dentro un attacco neoliberista alla società che è troppo forte, troppo radicale, troppo incisivo per non far saltare tutte le bussole che hanno portato fin qui i contemporanei. Ma anche dentro un tipo di crisi che, secondo la lettera di Marx, di quelle del tipo che mettono "sempre più minacciosamente in forse l'esistenza di tutta la società borghese". Adorare i feticci della politica non porterà ad usare la crisi per mettere in forse l'esistenza di una società, antropologicamente parlando con un potere più borghese delle precedenti, che ha fatto il suo tempo.

C'è un aspetto, nel testo di Formenti, che non viene ben messo a fuoco perché presupposto in altri suoi lavori. La società a rete, la svolta tecnologica e sociale assieme (dimensioni inseparabili), si è imposta con la forza dell'utopia, quella della società democratica e trasparente, superamento aconflittuale dei drammi epocali del fordismo. Fin dal lontanissimo libro di Bronislaw Baczko sull'utopia è chiaro come questa dimensione sia indispensabile, specie innestata in potenti immagini che fanno connessione sociale, ai cambiamenti reali fin dalla nascita della politica moderna. Le piccole decorose utopie reali di nicchia, al contrario, non smuovono cambiamenti nemmeno a livello microfisico. Movimenti, organizzazione, classe devono quindi sapersi attrezzare per questa dimensione utopica, che tocca il profondo della società, e smuove forze potenti e persino ancestrali, senza fare la fine dell'apprendista stregone. Fine che, paradossalmente, rischiano di fare adesso proprio perché non hanno (ancora) dimestichezza, se non interinale, con il lato reale, oscuro come sognante, delle grandi masse del XXI secolo. Epoca il cui codice segreto del capitalismo è stato scritto in un testo capitale tradotto, a suo tempo, proprio da Formenti: la condizione postmoderna.

Il libro di Lyotard è la più importante inchiesta sul capitalismo che noi viviamo oggi, molto più del testo di Boltanski e Chiappello, che solo una recezione provinciale, e straordinariamente rancorosa e lacunosa, come quella italiana poteva classificare come qualcosa di modaiolo che fa l'elogio dell'effimero. Da oltre trenta anni, grazie a Lyotard, abbiamo gli strumenti concettuali per leggere le modalità di riproduzione del capitalismo per performatività tecnologica ed economico-finanziaria, all'epoca un salto epistemologico anche rispetto al fordismo, e la società dei big data (chi si ricorda del passaggio sulla società dei database come condizione essenziale del capitalismo postmoderno?). Insomma gli strumenti per affrontare la crisi più grande ci sono, viene da dire, basta vederli. Curioso che il traduttore del testo che, erroneamente, è stato presentato e interpretato come IL testo liquidatorio del '900 parli di un recupero del novecento nell'analisi politica.

Il testo di Formenti va quindi presentato per come è: un lavoro di stimolo. Di cui se ne sente il bisogno in un periodo in cui, più si tiene stretto il proprio bagaglio identitario, magari coltivato decorosamente, più si è destinati ad essere ingoiati dall'incedere della ristrutturazione capitalistica della società.

Per Senza Soste, nique la police

Fonte: la recensione di Guglielmo Forges Davanzati al libro di Formenti

http://sinistrainrete.info/neoliberismo/3213-guglielmo-forges

2 dicembre 2013

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Ultimo aggiornamento Martedì 03 Dicembre 2013 22:09

Combat Comics al via: tutti gli eventi in programma al Teatro Officina Refugio

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Combat Comics 2013Tre giorni a partire da oggi. Giovedì 28, venerdì 29 e sabato 30. Più uno special day, domenica 1 dicembre. Tre giorni + 1 di tratti e ritratti per la seconda edizione del Combat Comics, il Microfestival sul fumetto di denuncia ideato e ospitato dal Teatro Officina Refugio. Un festival di incontri e workshop, nel quale il fumetto sarà il punto di partenza per capire e provare a cambiare la realtà. Tanti gli ospiti, tra cui Tuono Pettinato che presenta il suo nuovo graphic novel “Corpicino”, Silvia Rocchi con “L’esistenza delle formiche. Vita di Tiziano Terzani”, Gianluca Costantini, Akab, Davide Toffolo, "l'allegro ragazzo morto".

Di seguito il programma completo

Giov 28 novembre

15.30-18.30 workshop Tuono Pettinato e Silvia Rocchi
18.30- 19.00 Preti. Presentazione della serie web di Astutillo Smeriglia
19.30-20.30 China al clero. Tavolo anticlericale con i Paguri, Davide La Rosa e Daniele Fabbri
20.30 Apericombat. Valentina Restivo presenta le tavole di Salò e le 120 giornate di Sodoma
22.00 A liar's autobiography. La storia animata dei Monty Python
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Ven 29 novembre

15.30-18.30 workshop Akab e Tuonopettinato
18.30-19.30 Bio-Graphic-Novel: Gianluca Costantini conversa con Vittore Baroni
19.45-20.45 Arte di resistenza: Gianluca Costantini presenta Filastin di Eris edizioni
21:00 Apericombat. Presentazione 99 tavole della mostra del Komikazen
22.00 La coscienza politica dei supereroi part II. Federico Frusciante, i Paguri.
23.30 Mr Nebbe+ Mr. Mone DJSet Cartoon
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Sab. 30 novembre

15.30-18.30 workshop Akab
18:30 I Licaoni presentano Tales from Baule.
19.45-20.45 Tuono Pettinato vs Akab. Presentazione incrociata di Corpicino e Monarch, moderata da Daniele Caluri.
21:00 Apericombat.Takko combat animated selection.
22.00 Tristi Tropici. Concerto dei SUS e live painting di Akab.
23.30 Mr Nebbe DJ Set Cartoon
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Dom. 01 dicembre (special day)

15.30-18.30 workshop Silvia Rocchi
18.30-19.30 L'esistenza delle formiche. Vita di Tiziano Terzani. Luca Parenti intervista l'autrice Silvia Rocchi.
19.00-20.30 La rivoluzione a fumetti. Presentazione di "La rivoluzione russa in Ucraina. La storia di Nestor Makno" di Jean Pierre Ducret. Presentano Tiziano Antonelli (Federazione anarchica livornese) e i compagni dell'Archivio Biblioteca del progetto italiano, Sirio Nicolazzi e Riccardo Villari.
20.45. Apericombat e esposizione dei lavori degli workshop
22.00 Davide Toffolo. Un allegro ragazzo morto. Live matite e canzoni.
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Tutte le sere RAdio Gabbiano Free in streaming con interviste ai protagonisti. Cene colorate e musica a cera

Redazione

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Ultimo aggiornamento Giovedì 28 Novembre 2013 18:12

Festival dei popoli, il documentario d'autore in rassegna a Firenze

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EV-11-WIKILEAKS 01Tutti i segreti rivelati dall’organizzazione di Julian Assange nel documentario d'inchiesta We Steal Secrets: the Story of Wikileaks, firmato dal premio Oscar Alex Gibney; Centoquaranta. La strage dimenticata di Manfredi Lucibello, sulla drammatica vicenda del traghetto Moby Prince, un disastro in cui persero la vita 140 persone. E poi l’Ilva di Taranto e la Puglia di oggi visti attraverso gli occhi di Cecilia Mangini, la maggiore documentarista italiana che ritorna al cinema con In viaggio con Cecilia co-diretto insieme a Mariangela Barbanente; le restrittive leggi sulla procreazione in Cina in Mothers di Xu Huijing; la "lezione di regia" di un protagonista del cinema europeo come Marcel Łoziński (cui il festival dedica la retrospettiva) in Anything Can Happen. Questi i documentari che inaugurano la prima giornata del 54/o Festival dei Popoli - Festival Internazionale del Film Documentario, il 30 novembre, al cinema Odeon di Firenze. Il festival proseguirà fino al 7 dicembre anche allo Spazio Alfieri, all’Istituto Francese e all’auditorium di Sant’Apollonia.

Il festival, presieduto da Marco Pratellesi e diretto da Alberto Lastrucci, presenta un programma composto da 100 documentari provenienti da tutto il mondo. La manifestazione si svolge nell’ambito della "50 giorni di cinema internazionale a Firenze" coordinata da FST - Fondazione Sistema Toscana.

L’inaugurazione ufficiale del 54/o Festival dei Popoli si terrà il 30 novembre, alle 21.30, al cinema Odeon, con la prima italiana di We Steal Secrets: the Story of Wikileaks di Alex Gibney, premio oscar per il documentario. Il regista ricostruisce con accuratezza giornalistica la storia del portale Wikileaks che, fondato da Julian Assange. riceve in modo anonimo, grazie a un dropbox protetto da un sistema di cifratura, documenti segreti (militari, industriali, bancari) e li pubblica sul sito. Il film segue la controversa parabola di Assange in parallelo con le vicende di Bradley Manning, militare dalla carriera brillante che ha trafugato migliaia di documenti dai server militari e diplomatici USA ed è stato accusato di reati contro la sicurezza nazionale. La giornalista dell'Espresso Stefania Maurizi (autrice di “Dossier Wikileaks. Segreti Italiani”) interverrà per animare il dibattito che seguirà alla proiezione, un dibattito che si prospetta di grande interesse, con un intervento in sala di Kristinn Hrafnsson, portavoce ufficiale di Wikileaks.


Sintesi del programma

Domenica 1 dicembre: tra gli eventi speciali Hélio Oiticica di Cesar Oiticica Filho (cinema Odeon, ore 21.00) su uno dei più eclettici ed innovativi artisti di arte contemporanea che il Brasile abbia mai prodotto. Allo Spazio Alfieri (ore 21.00) si parlerà delle condizioni dei 150 minatori della Carbosulcis in Dal Profondo di Valentina Pedicini, fresco vincitore del Festival di Roma nella sezione documentari. In seconda serata la proiezione di Let The Fire Burn, di Jason Osder, alla presenza del giornalista Paolo Bertella Farnetti (autore di "Pantere nere. Storia del mito del Black Panther Party”). Il documentario racconta del movimento per la liberazione dei neri d’America, il MOVE, fondato a Philadelphia nel 1972.
Lunedì 2 dicembre, in concorso internazionale, Giovanni Cioni presenta Per Ulisse (cinema Odeon, ore 21.00) girato a Firenze al centro di socializzazione Progetto Ponterosso. Allo Spazio Alfieri la prima mondiale di EU013 - L’ultima frontiera di Alessio Genovese, girato all’interno dei Centri di Identificazione ed Espulsione italiani (CIE).
Martedì 3 dicembre, il ciné-concert Etudes sur Paris (1928), di André Sauvage accompagnato dal vivo dai Quatuor Prima Vista (cinema Odeon, ore 21.30). Allo Spazio Alfieri (ore 21.00) Ciò che mi nutre mi distrugge di Ilaria de Laurentiis e Raffaele Brunetti segue con delicatezza il percorso terapeutico di quattro giovani donne che combattono contro bulimia e anoressia.
Mercoledì 4 dicembre, segnaliamo Elvis Costello: Mystery dance di Mark Kidel, sul celebre genio indiscusso della musica pop-rock (cinema Odeon, ore 22.30). Allo Spazio Alfieri, Abu Haraz di Maciej J. Drygas (18.30) su una diga costruita sul Nilo e lo stravolgimento che avrà sulle abitudini di un villaggio arcaico e Aishiteru My Love di Stefano Cattini sul valore didattico del teatro nelle scuole (20.30).
Giovedì 5, tra i tanti documentari proposti segnaliamo Chimeras di Mika Mattila, sul gigante dell’arte contemporanea cinese Wang Guangyi, "l’Andy Wharol in Cina" (cinema Odeon, ore 21.00) e allo Spazio Alfieri Lisola di Matteo Parisini (ore 18.30) un tuffo negli anni '70 attraverso la storia di una "comune" a Sassomarconi.
Venerdì 6 dicembre, ore 21.30, Elektro Moskva di Dominik Spritzendorfer e Elena Tikhonova, un documentario sulla sperimentazione musicale realizzata attraverso apparecchiature elettroniche messe a punto da scienziati militari sovietici.
Sabato 7 dicembre, oltre agli eventi speciali già citati, ricordiamo la proiezione di Master of the Universe di Marc Bauder: il regista incontra Rainer Voss, fino a qualche anno fa uno dei “dominatori dell’universo”, broker al soldo di banche e società d’investimento che trattano e scambiano milioni di euro alla velocità di una frazione di secondo. A seguire un approfondimento di Maurizio Ricci, giornalista de "La Repubblica".

Closing Night, sabato 7 dicembre, dalle 21.00, cinema Odeon/Spazio Alfieri

La cerimonia di premiazione si terrà sabato 7 dicembre, al cinema Odeon, alle ore 21.00. A seguire una "serata blues" con due film in programma. The Blues Accordin’ to Lightnin’ Hopkins” di Les Blank (USA, 1970, 30') potente ritratto del grande bluesman texano Lightnin’ Hopkins e uno dei capolavori di Les Blank, cineasta cui il Festival dei Popoli tributa un omaggio a pochi mesi dalla scomparsa.“This Ain’t No Mouse Music” di Chris Simon e Maureen Gosling (USA, 2013, 90') è dedicato all’icona della musica etnica Chris Strachwitz (fondatore della Arhoolie Records). Il film ci conduce in uno scatenato viaggio musicale dal Texas a New Orleans alla ricerca dell’anima musicale dell’America. Allo Spazio Alfieri, a partire dalle 21.30, saranno replicati i 3 film vincitori.

La Giuria internazionale e i premi

La Giuria internazionale – composta da Pieter van Huystee (produttore), Cinta Pelejà (co-direttrice di Doclisboa FF) e J. P. Sniadecki (filmmaker) – assegnerà i seguenti premi: Premio al Miglior Lungometraggio (€ 8.000, equamente divisi tra regista e produzione); Premio al Miglior Mediometraggio (€ 4.000, equamente divisi tra regista e produzione); Premio al Miglior Cortometraggio (€ 2.500, equamente divisi tra regista e produzione) e targa "Gian Paolo Paoli" al miglior film etno-antropologico. La giuria degli studenti, composta dagli studenti della Syracuse University in Florence (SUF), giudicheranno i cortometraggi del Concorso Internazionale assegnando il Premio Syracuse University in Florence (€ 1.000). I film concorrono inoltre al Premio MYmovies.it - Il cinema dalla parte del pubblico (vota il pubblico tramite SMS).

Il Festival dei Popoli si arricchisce da quest'anno di un nuovo spazio - chiamato Doc at Work - aperto a tutti gli appassionati per conoscere da vicino il mondo del documentario. Incontri, workshop, presentazione di libri e DVD, dibattiti con gli autori e con gli ospiti del Festival si articoleranno in un programma che si propone di alimentare la riflessione sul documentario come linguaggio della contemporaneità. Dal 4 al 7 dicembre Doc at Work mette in programma un evento Industry per addetti ai lavori che prevede una tavola rotonda intitolata "Lunga vita al documentario! - Nuove strategie distributive a sostegno del documentario e del suo pubblico" (5/12) presentazioni di progetti (6/12) e rough cuts (7/12) di fronte ad un pubblico di buyers e commissioning editors. L'evento è realizzato grazie al sostegno di Regione Toscana e FST - Fondazione Sistema Toscana.

Redazione Festival dei Popoli

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È uscito Senza Soste n. 87

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Ultimo aggiornamento Lunedì 23 Dicembre 2013 19:41

Il Sud Europa farà la fine della DDR? Estratti dal libro di Vladimiro Giacché

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A distanza di quasi un quarto di secolo dall'unificazione tedesca, e a venti dal primo effetto di questa sull'economia europea (la recessione a cavallo degli anni '90), la verità comincia a farsi spazio anche a sinistra. L' "Europa" non solo è niente più  di una moneta unica, più un processo di governance continentale, ma è realmente un processo che nasconde l'egemonia, a tratti il dominio, di un paese sugli altri. Una dura verità che deve emergere fino in fondo per costruire un continente dove dominano sul serio i diritti universali.

Ecco quindi degli estratti dal libro di Vladimiro Giacché sul tema, libro al quale seguirà una recensione della nostra testata. Redazione 11 novembre 2013

***

Ancora oggi, a quasi 25 anni dal crollo del Muro, la distanza economica e sociale tra le due parti della Germania non accenna a diminuire, nonostante massicci trasferimenti di denaro pubblico dalle casse del governo federale tedesco e da quelle dell'Unione Europea. Sulla base di una ricerca scrupolosa, condotta attraverso i dati ufficiali e le testimonianze dei protagonisti, Vladimiro Giacché mostra come la riunificazione delle due Germanie abbia significato la quasi completa deindustrializzazione dell'ex Germania Est, la perdita di milioni di posti di lavoro e un'emigrazione di massa verso Ovest che perdura tuttora, spopolando intere città. La storia di questa "unione che divide" è una storia che parla direttamente al nostro presente. Essa comincia infatti con la decisione di attuare subito l'unione monetaria tra le due Germanie, prima di aver attuato la necessaria convergenza tra le economie dell'Ovest e dell'Est. L'unione monetaria ha accelerato i tempi dell'unione politica, ma al prezzo del collasso economico dell'ex Germania Est. Allo stesso modo la moneta unica europea, introdotta in assenza di una sufficiente convergenza tra le economie e di una politica economica comune, è tutt'altro che estranea alla crisi che sta investendo i paesi cosiddetti "periferici" dell'Unione Europea. Il libro di Giacché si conclude quindi con un esame approfondito delle lezioni che l'Europa di oggi può trarre dalle vicende tedesche degli anni Novanta.Per gentile concessione dell'editore pubblichiamo alcuni estratti dal libro “Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa” (Imprimatur editore, 2013 (pp. 261-267 e 276-277), in libreria dal 9 ottobre.

di Vladimiro Giacché

Dall’unità monetaria tedesca all’unità monetaria europea

 

La configurazione attuale del capitalismo europeo e dei rapporti di forza interni a esso è semplicemente impensabile senza l’annessione della Repubblica Democratica Tedesca. Per diversi motivi.

Il primo motivo è che grazie all’incorporazione dell’ex-RDT la Germania ha riconquistato la centralità geopolitica (e geoeconomica) nel continente europeo che aveva perduto nel 1945 con l’esito catastrofico della guerra di Hitler. E questa riconquista ha alterato gli equilibri in Europa.Il secondo motivo è il legame tra l’unità tedesca e l’Unione Europea. Si tratta di un rapporto complesso e per certi versi contraddittorio.Da un lato, infatti, l’unità tedesca ha rappresentato un formidabile acceleratore del processo d’integrazione europea. Il 4 ottobre 1990, non erano passate neppure 24 ore dalla solenne proclamazione dell’unità tedesca e già il consigliere del presidente francese Mitterrand, Jacques Attali, annotava sul suo diario la decisione del presidente di “stemperare” la Germania nell'Unione politica dell’Europa. Il pegno che la Germania avrebbe pagato per la propria unità riconquistata sarebbe stata l’integrazione europea, in cui la Germania stessa avrebbe potuto essere imbrigliata. La stessa moneta unica europea era concepita come un tassello di questo disegno.D'altra parte, proprio l’unità tedesca e le sue conseguenze hanno in realtà rallentato l’integrazione europea, e in particolare l’unione monetaria. Sono infatti gli alti tassi d’interesse imposti all’Europa dalla Germania (per poter attrarre più capitali e finanziare l’unificazione) a causare, nel 1992, la brusca uscita della lira (e della sterlina inglese) dal sistema monetario europeo.

L’operazione euro è poi andata in porto, ma ha avuto effetti contrari a quelli sperati dal governo francese: la Banca Centrale Europea è diventata una sorta di Bundesbank continentale, e l’ortodossia neoliberale (e mercantilista) tedesca si è imposta in tutta l’Europa. Inoltre con l’euro la Germania ha potuto giovarsi della rigidità del cambio, che ha impedito che i paesi meno competitivi potessero recuperare competitività attraverso svalutazioni della loro moneta.Con questo siamo arrivati a ciò che probabilmente rappresenta il motivo principale di interesse attuale delle vicende dell’unificazione tedesca: la forza del vincolo monetario, e la sua potenza fondativa anche dal punto di vista dell’unione politica. La Germania politicamente unita nasce infatti il giorno stesso della raggiunta unione monetaria. Il vero trattato che unifica la Germania è quello entrato in vigore il 1° luglio del 1990 con l’unione monetaria: il secondo trattato, quello che ha dato il via all’unione politica il 3 ottobre dello stesso anno, ne è stata una pura e semplice conseguenza, non per caso assai ravvicinata anche in termini temporali. Non è vero, insomma, che l’unione monetaria sia un’unione debole, come spesso si sente dire (“in Europa c’è solo l’euro, manca l’unione politica”). È vero il contrario.

L’euro e gli squilibri in Europa

L’unione monetaria è, tra l’altro, un legame che modifica i rapporti di forza nell’area valutaria. Nella folta letteratura apologetica sulla moneta unica si indica, tra gli effetti auspicati dell’area valutaria comune, un riequilibrio tra i diversi territori. Come abbiamo visto non è andata così né nell’Italia postunitaria né nella Germania unita. E non è andata così neppure nell’Europa dell’euro. Ciò cui abbiamo assistito negli ultimi anni in Europa è molto significativo. Perché non soltanto smentisce ogni presunta tendenza al riequilibrio all’interno di un’area valutaria, ma evidenzia in diversi paesi europei inquietanti caratteristiche comuni a quelle dell’economia della Germania Est dopo l’introduzione del marco. In quest’ultimo caso le dinamiche sono state accentuate dal cambio irragionevole, che ne ha esasperato le caratteristiche (negative per l’area interessata). Ma, se enumeriamo i diversi fenomeni che hanno interessato negli ultimi anni i paesi in crisi dell’Eurozona, ci accorgiamo che essi sono gli stessi, sia pure in forma meno parossistica: caduta del prodotto interno lordo, deindustrializzazione, elevata disoccupazione, deficit della bilancia commerciale, crescita del debito pubblico, emigrazione.

Rispetto all’ex-Germania Est manca soltanto un elemento: i trasferimenti dall’estero per riequilibrare la situazione di squilibrio della bilancia con l’estero. Essi verosimilmente continueranno a mancare, almeno se intesi nel senso di un sostegno finanziario diretto della Germania agli altri Stati. E in effetti, come è stato osservato, i trasferimenti effettuati verso l’Est della Germania “non sono la minore delle spiegazioni della forte riluttanza dei tedeschi a dar oggi prova di più solidarietà nei confronti dei paesi della zona euro che si trovano in crisi”, tanto più che il loro peso è percepito come molto maggiore di quanto sia in realtà.

È interessante invece osservare come, prima della crisi, i trasferimenti invece ci fossero eccome: sotto forma di crediti forniti dalle banche tedesche (e francesi) ai paesi oggi in crisi. Ed era precisamente questo genere di trasferimenti che rendeva tollerabile il deficit della bilancia commerciale di quei paesi. Di fatto, con questi crediti le banche di Germania e Francia finanziavano l’acquisto di merci tedesche e francesi da parte di paesi come la Grecia (non esclusi, come sappiamo, costosi armamenti). Ma tra il 2008 e 2009 le banche di Germania e Francia, severamente colpite dalla prima ondata della crisi (la sua fase americana, culminata col fallimento di Lehman Brothers), hanno cominciato a ridurre la loro esposizione verso i paesi periferici dell’eurozona, e questo ha fatto venire allo scoperto – e aggravato – le situazioni di squilibrio di questi ultimi. Per quanto riguarda in particolare la Germania, i prestiti bancari ai paesi “periferici” dell’Europa sono stati dimezzati, passando da un picco di 600 miliardi di euro nel 2008 a 300 miliardi a fine 2012.

Ma il ridursi di quei trasferimenti non ha creato gli squilibri: li ha soltanto resi evidenti. Chi ha creato, quindi, gli squilibri in Europa? La risposta è: questi squilibri erano in parte preesistenti all’unione monetaria, e in parte sono stati aggravati dalla stessa unione valutaria, che ha eliminato un elemento di flessibilità e di adattamento di cui si erano molto giovate le economie più deboli dell’eurozona. In questo caso è mancato l’elemento di abnorme sopravvalutazione della moneta più debole che si è registrato nel caso della Germania Est, anche se l’unione valutaria ha rappresentato comunque una relativa rivalutazione per i paesi che avevano monete più deboli (come l’Italia con la lira) e una relativa svalutazione per i paesi che avevano monete più forti (nel caso della Germania la svalutazione è stata del 20% circa); i negoziatori italiani ancora ricordano l’accanimento col quale l’allora presidente della Bundesbank Tietmeyer (già negoziatore dell’unione monetaria tedesca) tentò sino all’ultimo di tenere il valore di conversione della lira il più elevato possibile. In ogni caso, con riferimento all’euro, l’elemento fondamentale non è il tasso di conversione con cui si è giunti alla moneta unica, ma la creazione stessa della moneta unica.

Più sopra, in relazione ai dati drammatici dell’economia dell’ex-RDT negli anni immediatamente successivi all’unificazione, si è citato il giudizio secondo cui questi erano i logici risultati dell’“annessione non preparata di un territorio economico a bassa produttività del lavoro ad un territorio molto sviluppato”. L’evoluzione della crisi europea in questi ultimi anni costringe a chiedersi se l’unione monetaria europea non abbia replicato lo stesso meccanismo, con gli stessi risultati: su scala molto più larga (continentale), anche se in proporzioni meno estreme. La risposta purtroppo è affermativa. Questo rappresenta una smentita per tutti coloro i quali vedevano nell’unione monetaria precisamente uno strumento per ridurre gli squilibri: d’altra parte, a distanza di ormai quasi 15 anni dall’avvio di quell’esperimento, i dati sono incontrovertibili. (…)“

Modello Germania” per l’Europa?

È in questo contesto che va giudicato l’operato dell’establishment tedesco negli ultimi anni. Il giudizio in merito deve essere severo. Ma deve, prima ancora, muovere da una constatazione: il modello adottato oggi in Europa non è dissimile da quello adottato 20 anni fa nei confronti della Germania Est. Se nel 1990 Kohl e Schäuble chiedevano alla Germania Est la cessione unilaterale della sovranità politica e il conferimento del patrimonio pubblico alla Treuhandanstalt come pegno per il “dono” del marco, oggi Merkel e Schäuble chiedono ai paesi europei in crisi la stessa cosa. In primo luogo, pretendono la cessione di diritti sempre più stringenti di controllo sui bilanci pubblici, ma non appena si parla di affidare alla BCE la supervisione sulle banche - cosa che consentirebbe alle autorità europee di mettere il naso nella situazione dell’opacissimo settore bancario tedesco - è Schäuble in prima persona a intervenire (con successo) per limitare il numero delle banche sorvegliate a livello europeo e per rallentare l’intero processo. In secondo luogo, come abbiamo visto, pretendono addirittura il conferimento del patrimonio pubblico dei paesi in crisi a istanze terze, sottratte al controllo dei parlamenti come nel caso del Treuhandanstalt (l’istituzione che privatizzò l’intera economia della Germania Est) e dotate del potere di privatizzare le proprietà pubbliche come pegno per i prestiti ricevuti.

Il gioco è sempre lo stesso. E anche lo stile: “la tendenza alla totalità” in cui un Honecker in carcere ravvisava la caratteristica costante degli esponenti del capitale tedesco, o se si preferisce dell’establishment di quel paese, l’abbiamo ahimé vista davvero all’opera più volte, in questi mesi. L’utilizzo al limite del cinismo di rapporti di forza favorevoli, il rifiuto di compromessi accettabili, la convinzione integralistica dell’assoluta superiorità del proprio punto di vista, e soprattutto la difesa accanita degli interessi delle proprie banche e delle proprie grandi imprese. È l’atteggiamento tipico di chi può vincere molte battaglie ma finirà per perdere la guerra. Perché stravincere è molto più difficile che vincere.(8 ottobre 2013)

tratto da http://temi.repubblica.it/micromega-online/il-sud-europa-fara-la-fine-della-ddr/

8 ottobre 2013

vedi anche

Breve Recensione di “Anschluss l’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa” di Vladimiro Giacché

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Ultimo aggiornamento Martedì 12 Novembre 2013 18:40

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