In America ci sono più televisori che cessi
Il giorno di san Valentino ha un significato speciale, e per
l’occasione ho escogitato un regalino tra innamorati, gentile omaggio
della controcultura. Tremila persone scelte a caso sull’elenco del
telefono ricevettero quell’anno una canna di maria rollata ad arte con
un biglietto che diceva: “Buon san Valentino. Questa sigaretta non
contiene sostanze dannose e cancerogene. È fatta al 100% con marijuana
purissima”. C’erano anche le istruzioni su come fumarla, perché i
destinatari potessero mandare a quel paese tutte le balle che giravano
e decidere con la propria testa. Un postscriptum avvertiva: “Oh, a
proposito, il possesso dell’oggetto che hai in mano in questo momento
può costarti cinque anni di galera, indipendentemente da come o da chi
l’hai avuto”.
La stampa reagì come se fosse calata sulla Grande Mela una piaga d’Egitto, e da Washington, almeno secondo i giornali, furono inviate squadre speciali di agenti dell’antinarcotici appositamente per stanare i delinquenti. Il giornalista televisivo Bill Jorgensen, allora a Channel Five, recitò per l’occasione la parte del perfetto signor nessuno. Ripresa a mezzo busto: “Buona sera, sono Bill Jorgensen e questo è il notiziario della sera. Questo (pausa melodrammatica) è uno spinello. È fatto con una sostanza illegale, la marijuana. Migliaia di ignari cittadini di New York ne hanno ricevuto uno oggi assieme al seguente messaggio di san Valentino” annunciò con faccia impenetrabile. E dopo averlo letto: “La polizia ha approntato una linea speciale per le chiamate di protesta” (numero che scorreva in basso nello schermo). “Adesso lo chiamiamo.” Mentre New York aspettava con il fiato sospeso fu proposto un riempitivo di venti minuti di notizie e pubblicità. Poi, verso la fine del telegiornale, il giornalista in studio presentò un paio di tizi in impermeabile, due perfetti cloni dei detective dei telefilm.
Giornalista: Lei è della polizia?
Poliziotto: Esatto.
Giornalista: Ho ricevuto questa nella posta.
Poliziotto: Circa a che ora?
Giornalista: Era nella posta del mattino.
Poliziotto: Nome e indirizzo?
Giornalista: Bill Jorgensen.
Poliziotto: Ha un documento?
Giornalista (perplesso): Mah, sono Bill Jorgensen. Non lo vedete il cartello? Questo è il telegiornale presentato da Bill Jorgensen.
Poliziotto: Dobbiamo lo stesso vedere un documento.
Giornalista: Ma essere in possesso di questa canna potrebbe costarmi sul serio cinque anni di prigione? È vero?
Poliziotto: Non è competenza del nostro dipartimento. Dovrebbe chiederlo al procuratore distrettuale.
Giornalista (ancor più perplesso, guardando in camera): Bene, il notiziario di stasera è terminato.
È successo sul serio su una rete di New York. Un’emittente radio del
New Jersey riferì addirittura che Bill Jorgensen era stato arrestato
per possesso di marjuana durante il telegiornale della sera. Ovviamente
nessuno, compreso il serissimo Bill, s’è buscato la colpa del tiro
mancino, però per giorni circolarono le storie più incredibili. Tentare
di separare le notizie dai pettegolezzi è stato lo sforzo di una vita
intera e non sono tuttora convinto che ci sia una differenza. Tutto è
soggettivo, ogni informazione è distorta, selezionata, esagerata,
enfatizzata, omessa, con tutte le variabili possibili. Walter Cronkite
non è diverso dal vicino che ti dà la sua versione dei fatti appoggiato
alla staccionata. C’è sempre tanta distorsione.
I giornalisti ti danno la “notizia”, il nemico fa “propaganda”. I
nostri “soldati” e alleati sono costretti ad ammazzare per difendere la
libertà, i loro “terroristi” ammazzano per finalità criminali.
(Ricordate sempre che nessun terrorista bombarda da un jet, perciò solo
i nemici dell’imperialismo possono guadagnarsi questa nomea.) La colpa
degli scioperi se la prendono i sindacati, non le dirigenze. Gli
omicidi sono materiale da notiziario, mentre i prezzi manipolati sono
troppo “astratti”. Persino il giornalista televisivo che rispetto di
più, Cronkite, è propenso a usare l’immaginario della Guerra fredda.
Quando parlava della guerra del Vietnam, per anni ha citato l’“American
way of life” o il “Mondo libero che combatte il comunismo”. Cultura
nostrana contro ideologia forestiera. Nessun reporter o mezzobusto
americano sarà mai autorizzato a dire che la nostra “way of life” è
“capitalismo” o “imperialismo”, o che la “cooperazione” è la dinamica
sociale dei paesi comunisti. I nostri “leader” contro i loro
“dittatori”, la nostra “stampa libera” paragonata alla loro “linea del
partito”. Il nostro governo, il loro regime.
Quanto alle notizie di politica interna, ho sentito di tanti casi in
cui un caporedattore ha detto a un inviato: “Diecimila a quella
manifestazione? Troppi. Scrivi tremila”. Il giornalista abbozzava, poi
andava a ubriacarsi. Quando accendi la tele o apri un giornale, ti stai
sintonizzando con la propaganda e i pettegolezzi dei potenti. Se credi
che l’America abbia una stampa libera, significa che non hai riflettuto
abbastanza. Tutti quelli che fanno e presentano le notizie sanno bene
di cosa sto parlando.
(Nel caso ve lo stiate domandando, la spedizione di marijuana per posta fu interamente finanziata da Jimi Hendrix.)
Lo scenario della protesta si allargò dalla strada agli studi
televisivi, fino alle case della gente comune. Tenete presente che in
televisione vigeva una regola secondo la quale invitavano in
trasmissione una persona con idee radicali soltanto per farle fare la
figura del fesso. Sapendo ciò, io trattavo i talk show come se stessi
entrando in zona di guerra: mi portavo dietro ogni sorta di munizioni
verbali, pronto a qualsiasi emergenza, e prima di ogni apparizione
passavo ore a studiare il format dello spettacolo.
Era una questione decisamente spinosa. Una delle prime domande che mi
facevano era: “Se sei tanto censurato, come mai sei qui seduto con me
in una rete nazionale?”. Permettevo anche che mi tagliassero, in modo
da aderire al ruolo prefissato in una recita già scritta dai produttori
della società americana. “È solo una faccia carina fra tante”. Tenendo
presenti queste trappole, la televisione è stata comunque un veicolo
preziosissimo per far passare qualche messaggio al pubblico medio, un
veicolo che ho usato come una variante di guerra teatrale. Il lettore
deve tenere presente che le interviste televisive sono montate in modo
da far fare bella figura all’intervistatore, non all’intervistato. Sono
solo “liberamente basate” sulla realtà, come tutte le altre fiction del
mezzo catodico.
Quando fummo invitati al David Susskind Show eravamo preparati ai
tentativi di neutralizzarci a suon di spiegazioni imposte. Quando
Susskind ci chiese “cos’è un hippie?” si aprì una scatola come per
magia, e ne volò fuori un’anatra con un cartello al collo, sono un
hippie. “Perché non lo chiedi a lei, David?” Scoppiò il finimondo,
l’incubo dell’intellettuale, mentre il volatile terrorizzato andava a
sbattere contro i riflettori. Gli assistenti partirono alla caccia
all’anatra transfuga, che intanto non la smetteva di fare la cacca in
volo. Sul pubblico caddero tante bombe hippie. Poi quando fu ora di
mandare in onda la puntata, Susskind tagliò l’intera scena. E per una
settimana fu bersagliato da telefonate notturne, “quak, quak, quak!”.
Il vero fine di questa, non meglio identificata, disciplina
artistica (parte avanspettacolo, parte insurrezione, parte divertimento
collettivo) era quello di infrangere ogni pretesa di obiettività. La
calma, patriarcale voce della ragione incarnata da un David Susskind,
poteva essere un pericolo maggiore delle stridule accuse di comunismo.
Imparammo così a intrufolarci nell’etere con frammenti d’Arte
concettuale capaci di scuotere gli spettatori dal loro stupore
televisivo.
Però, prima, dovevamo studiare il mezzo televisione. All’inizio
puntammo sui pezzi di colore verso la fine di ogni notiziario, il
segmento “varia umanità”, per offrire al pubblico un quadretto vivido
che stridesse con l’indistinta macchia sfumata delle notizie serali.
Infiltravamo informazioni passando dalla porta sul retro, per poi
risalire pian piano fino ai titoli di testa. Per vederci sui rotocalchi
settimanali come “Time” e “Newsweek” dovevi sfogliare fino alle ultime
pagine, ma naturalmente ogni studente di comunicazioni di massa
minimamente sveglio sa che quasi tutti leggono queste riviste partendo
dal fondo. E tutti stanno sempre attenti ai servizi di “varia umanità”,
perché essendo più personali deviano dal copione prefissato.
Prendevo molto sul serio le cose della televisione, che in teoria erano
da prendere con le pinze. Lo sanno tutti che il pubblico in studio ride
a comando, applaude come se fosse uscito di senno e in genere sembra in
estasi, però è facile dimenticare quanto sia forzata e manipolata
questa situazione. Io ho sfruttato questa distorsione della realtà al
David Frost Show, innescando reazioni ostili nel pubblico in studio.
Durante la pausa per la pubblicità mi alzavo dalla poltrona, già con
questo creando un certo scompiglio, perché gli ospiti non dovrebbero
alzarsi dal posto in un talk show, a meno che non sia il presentatore a
dirglielo (“Che ne diresti di cantarci una canzone?” “Sissignore.”).
Io, invece, andavo dritto in mezzo al pubblico e cominciavo ad aizzarlo.
“Su, non sei ancora abbastanza arrabbiato! Io sono un muso giallo. Sono
un negro. Sono un giudeo. Dai, gridalo forte!” E loro iniziavano a
strillare, si alzavano in piedi imbufaliti, agitando il pugno contro di
me. Una vera sinfonia dell’odio. Alla fine della pausa pubblicitaria io
ero tornato al mio posto e sorridevo come un agnellino innocente,
mentre il pubblico latrava e urlava e Frost mi minacciava. Allora io
saltavo su e recitavo di nuovo la parte del direttore d’orchestra
dell’odio. Fui molto efficace.
In quella stessa puntata attesi di essere inquadrato mentre parlavo, e
alla fine della tirata mimai qualche parola senza però pronunciarla,
infilando la parola “cazzo” a uso e consumo di chi sapeva leggere le
labbra. Quanti guardarono la trasmissione rimasero arciconvinti che mi
avessero tagliato l’audio, che mi avessero censurato.
Per eseguire queste contromanipolazioni dovevi essere molto
controllato. In teoria, la gente non dovrebbe fare cose del genere in
uno studio televisivo. Il senso dell’operazione era di inviare al
pubblico a casa un messaggio diverso, una volta tanto, che fosse più
vicino alla realtà. Cioè, chi cazzo se ne frega di quanto è dura per un
attore alzarsi alle cinque del mattino per farsi incipriare il naso?
Per la radio era necessaria un’impostazione mentale diversa. Io,
dopo averla studiata a fondo, l’ho sempre preferita alla tivù, l’ho
sempre ritenuta migliore, perché l’ascoltatore non poteva vedere quel
che succedeva e quindi reagiva a certe immagini che creavo. Una sera mi
stavo facendo intervistare dal vivo da un conduttore ostile alla wnew,
un’emittente di New York. A un certo punto, raccolsi il suo pacchetto
di cancerose e chiesi: “Mi presta una sigaretta?”.
“Certo, si serva pure” rispose lui, così sfilai una paglia e diedi una
tirata avida. “Ehi, questa è roba da sballo, amico” dissi, imitando la
voce del classico musicista fumato. Allora il conduttore incazzato
annunciò: “Signore e signori, sta solo fumando una banale Marlboro. Su,
glielo dica, gli dica che è solo una sigaretta”. E io: “Oddio, scusa,
non dovevo... mi dispiace, non voglio farti saltare la copertura. Però
che figata, amico, mascherarla da sigaretta.” Non poteva sfuggire a
questa trappola solo con le parole. Quindi andò giù di testa.
Durante un altro talk, ricevetti una telefonata minatoria, così dissi
che sarei uscito alle cinque in punto e diedi una descrizione sommaria
del sottoscritto, solo che in realtà descrissi le sembianze del
conduttore. “Ho gli occhiali con la montatura di corno e una giacca
sportiva scozzese bianca e marrone.” Di solito, quando parlavo della
guerra o di altri temi sociali, usavo comunque l’arma dell’umorismo per
tenere desta l’attenzione, e non perdevo mai l’opportunità per
pubblicizzare le prossime dimostrazioni. Era tutto spazio radiofonico
gratuito ed efficace. Prima della disco in radio la gente parlava,
adesso invece sembra che tutti quanti, disc-jockey, conduttori,
annunciatori, saltino su e giù allo stesso ritmo monotono. Un-due-tre.
Un-due-tre.
Mi preparavo per le conferenze stampa o per i talk show un po’ come
i cantanti e gli attori provano il loro numero. Ti devi addestrare a
improvvisare. Di solito le chiacchiere in tivù sono registrate, ma io
non leggevo mai un discorsetto preparato. Le domande nei talk show sono
di solito fornite dagli ospiti. Le conferenze stampa dei politici sono
attentamente coreografate. La gente deve credere che sia tutto
“totalmente spontaneo”, però, se non è totalmente provato, diciamo che
è arrangiato. Prendete per esempio una conferenza stampa del
presidente. Intanto, solo gli inviati per bene (controllabili) possono
entrare nel gruppo accreditato presso la Casa bianca, e di solito
scelgono per le prime domande i giornalisti più sicuri e controllabili
(i mezzibusti televisivi). Saltare da un giornalista all’altro, da una
domanda all’altra, dà l’impressione di uno scambio di vedute libero e
aperto. Essendo uno che è stato da ambo le parti della barricata, so
bene che nessun format è più adatto di questo a nascondere la verità
sotto la patina delle pubbliche relazioni. Naturalmente, c’è un minimo
di libertà nei grandi mezzi di comunicazione statunitensi, ma invece di
rendergli un omaggio genuflesso, non sarebbe meglio spiegare alla gente
in che senso non è libera? Tipo non essere libera di suggerire
un’alternativa al nostro sistema economico.
Inoltre, cercavo di personalizzare il pubblico. Sapendo del limitato
tempo di attenzione di uno che è ridotto a guardare un quadrato
luminoso nel salotto di casa sua, mi esercitavo nelle battute
fulminanti, nelle riposte immediate, nelle trovate da ko. Mi allenavo
con gli amici, con i camerieri, con la gente per strada, con i
tassisti, con i sindaci, con le stelle del cinema, con gli sbirri, con
i giornalisti e con i parenti. Quando non avevo nessuno sotto mano,
accendevo la televisione e recitavo i vari personaggi, interiorizzando
domande e risposte. Quel che voglio dire è che ogni forma di
comunicazione è identica, che sia faccia a faccia o di fronte alla
telecamera.
Leggevo “Variety”, “Show Business”, “Billboard” e altre testate del
settore, di sicuro molto più di qualsiasi altro militante radicale
nella storia. Potrei recitarvi a memoria i dieci maggiori incassi della
settimana nei cinema, oppure i dieci spettacoli tivù più seguiti.
Cercavo di studiare i dettagli, come la differenza che passa tra
guardare in camera e guardare il conduttore (dipende) o se truccarsi o
meno. Se non mi truccavo ero visivamente svantaggiato, però, avevo la
possibilità di rispondere quando mi accusavano di essere un fasullo: “È
buffo, Dick, la gente che mi lancia un’accusa come questa è sempre
truccata”. E immediatamente il pubblico a casa poteva “vedere” la
differenza tra noi due e capire qualcosa di più sull’informazione
televisiva. Non c’è nulla di più radicale di cui tu possa discutere in
televisione della televisione stessa.
Mentre analizzavo la comunicazione verbale, ho stilato una lista delle
dieci parole più accettabili. La più popolare nella nostra lingua è
“free”, libero, la seconda è “new”, nuovo. “Less”, meno, è più
accettabile di “more”, più. Il potenziale cliente è sempre sospettoso
del più, conosce la massima “paghi di più e ottieni di meno”. La
pubblicità televisiva è l’apogeo della manipolazione della fantasia.
Mentre scrivevo gli spot per la rivoluzione, io ho cercato appunto di
imparare i ritmi dei mezzi di comunicazione.
Il mio lavoro in televisione non ha mai significato l’accettazione
supina del suo format. Io sono entrato nel mondo della televisione per
portare allo scoperto la sua desertificazione. Le prime cento
multinazionali controllano l’80% di tutto il tempo di trasmissione
delle reti. Una volta Robert Hutchins ha detto: “Possiamo mettere nella
giusta prospettiva la televisione, immaginando che la grande invenzione
di Gutenberg sia stata usata solo per stampare fumetti”.
In seguito, un nostro gruppo mise in scena una pièce teatrale
guerrigliera che riassumeva a pennello il nostro atteggiamento nei
riguardi della televisione. Quando Nixon si rivolse alla nazione per
spiegare la necessità di invadere la Cambogia, noi piazzammo un 24” su
un piedestallo e davanti a ventimila manifestanti incazzati prendemmo a
colpi d’ascia la sua immagine sfarfallante. Vudù elettronico. Certe
volte la posizione intellettuale più adatta è un bel “vaffanculo!”.
Abbie Hoffman è stato il più geniale
sovversivo di tutta la storia delle controculture. è stato l’icona più
importante del movimento di protesta giovanile americano negli anni
Sessanta e Settanta. Una tra le sue azioni di protesta più famose fu
nell’agosto del 1967, quando condusse un gruppo di contestatori nella
galleria della Borsa di New York, da dove gettò biglietti da un dollaro
sugli scambisti, che cominciarono a raccoglierli freneticamente,
tralasciando così le loro ben più remunerative attività speculative.
Durante la guerra del Vietnam, guidò 50.000 persone in manifestazione
attorno al Pentagono con il proposito di far levitare in aria
l’edificio per mezzo dell’energia psichica della folla. Hoffman fu
arrestato dopo la Convention democratica a Chicago nel 1968, in cui il
suo partito Yippie voleva candidare alla presidenza un maiale di nome
Pigasus. Il gruppo di persone arrestato fu soprannominato “gli Otto di
Chicago”. Assieme a lui furono arrestati anche Jerry Rubin, Tom Hayden
e il fondatore delle Pantere nere, Bobby Seale. Durante il processo le
trovate teatrali di Abbie Hoffman conquistarono spesso i titoli dei
giornali, come quando per esempio si presentò alla sua deposizione
vestito da Captain America. Il giorno della sentenza Hoffman invitò il
giudice a provare l’lsd. Attivo politicamente fino al momento della sua
morte, avvenuta alla fine degli anni Ottanta, Hoffman si è sempre
autodescritto come “un dissidente americano”.
Le imprese più straordinarie di Abbie Hoffman appaiono oggi nella sua autobiografia ufficiale edita da ShaKe e intitolata Ho deriso il potere.
Vent’anni di storia delle controculture americane, dalla contestazione
alla guerra in Vietnam fino ai sette anni passati in clandestinità,
condensati in una vita che è un vero e proprio romanzo.
Introduzione di Norman Mailer e postfazione di Howard Zinn
tratto da www.carmillaonline.com
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