L'ex Italsider, ora ILVA, è lo stabilimento siderurgico che domina l’economia della città di Taranto. Passato dal controllo dello Stato alla gestione privata è stato oggetto di uno degli attacchi più espliciti (e anticipatori) ai diritti sindacali. Oggi le donne, sia come mogli degli operai che come operaie esse stesse, che hanno vissuto pesanti traumi familiari hanno deciso di presentare denunce in Tribunale. Il documentario racconta le loro storie inserite in uno sguardo generale sulla condizione operaia. I festival finiscono spesso con il divenire dei tritacarne tematici. Nella corsa da un film all’altro, nell’esigenza di fare titoli sui film ‘in Concorso’ o con attori di richiamo si finisce con il dimenticare opere importanti come questa. Il termine ìimportante’ non è speso a caso.Perché c’è da chiedersi quanti dei giornalisti italiani che inseguono il documentario egiziano o cinese sappiano o ricordino che sulla fine degli Anni Novanta in uno stabilimento della civile Italia si sono confinati per mesi in un reparto in cui non era previsto alcuna loro prestazione (spingendoli talvolta nell’abisso della depressione) impiegati che rifiutavano di essere collocati a un livello inferiore rispetto alla loro qualifica. E’ l’elemento di denuncia più forte che si accompagna alle testimonianze delle mogli di chi ha perso la vita sul lavoro e hanno visto condannare un compagno del defunto ma mai il titolare della fabbrica di fatto intoccabile e ‘irresponsabile’. La svolta è un documentario che andrebbe proiettato a tutti quelli che ritengono che gli operai non esistono più. Forse perché fa molto comodo credere (e far credere) che sia così.
A Taranto vietato respirare. Donne contro l'Ilva
Gli stabilimenti dell'Ilva si prestano bene alle riprese, con quei fumi di tutti i colori che salgono dalle ciminiere: inoltre c'è dramma e intrigo, processi, malattie, morti e desolazione per Taranto. Ma non è finzione. Il documentario di Valentina D'Amico presentato nel corso degli incontri alle Giornate degli autori, La Svolta. Donne contro l'Ilva, realizzato con l'appoggio di Filmare di Foggia e la Film Commission Apulia, rappresenta un atto d'accusa e di ribellione nei confronti di un disastro ecoambientale di gigantesche proporzioni raccontato di una giornalista che ha raccolto testimonianze di donne mobilitate nella lotta contro un'azienda che non si è voluta tenere sotto controllo. Ma infine il presidente Vendola con una legge regionale ha imposto il limite europeo di emissione di diossina (in Italia molto più alto) e indica il limite mettersi in regola la data del 31 dicembre 2010.
La morte di un figlio, di un marito, la paralisi improvvisa, il confino in un reparto riconosciuto dai giudici come lager: sono queste le storie che racconta il documentario con la partecipazione di chi è riuscito a entrare in confidenza con le combattive protagoniste che lanciano un'accusa diretta contro chi è responsabile della situazione.
Il lavoro nasce dall'esperienza di cronista per Radio popolare Salento: «Per lavoro andavo spesso a Taranto, dice Valentina D'Amico, conoscevo l'Ilva che ha il primato delle morti e dell'inquinamento, e inoltre sono aumentate le malattie mentali e c'è stato un incremento del 5% tra i casi di autismo che solo da poco si collega all'inquinamento. Poi ho conosciuto alcune donne, una mobizzata, con il rischio di finire nella palazzina Laf, un lager, dove finivano gli operai che si ribellavano, poi licenziata e con un processo ancora in corso e altre donne con marito e figlio morti sul lavoro che hanno dato vita ad associazioni ambientaliste e di sostegno alle famiglie delle vittime. Vedendo il loro coraggio ho deciso di fare il documentario».
La storia inizia nel 1961 quando l'Ilva si chiamava Italsider ed era il maggior centro siderurgico italiano grande due volte Taranto, con 21 mila dipendenti, poi crollati a 12 mila negli anni '80. Il governo decide per la privatizzazione e l'imprenditore bresciano Emilio Riva diventa il maggior produttore dell'acciaio in Italia. A quel punto l'Ilva è diventata una cattedrale nel deserto, e ha raggiunto il primato dei morti sul lavoro, fabbrica a rischio da sempre. Responsabile non è stato mai riconosciuto l'imprenditore, ma altri operai, gli addetti al controllo. L'attuale calo di incidenti è dovuto al crollo del lavoro (con 5 mila cassintegrati) e al regalo di 100 euro da spendere all'Ipercoop concesso alle squadre che non subiscono incidenti (e che spesso non li denunciano per non rinunciare al misero obolo). Dei morti di tumore al 31% causati da inquinanti, Riva afferma davanti alle telecamere, «ve lo siete inventato», così come sostiene essere «fisiologico» il numero di morti su un'enorme quantità di operai. Condannato due volte per tentata violenza privata per il caso della palazzina Laf e per omissioni contro gli infortuni e violazione di norme contro l'inquinamento, dovrebbe avere il coraggio di guardare in faccia queste donne.
di Silvana Silvestri
pubblicato su Il manifesto
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